MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera A

Ade, Admeto, Adone.

Ade: divinità greca, terzo figlio di Crono e di Rea, signore degli Inferi, noto più comunemente con il nome di Plutone. La parola Hades con ogni probabilità significava "l'invisibile" o "colui che rende invisibili", in contrasto con Zeus che significava "luce del giorno". Da lui si chiamò "casa di Ade" o semplicemente Ade il regno degli Inferi. Era rappresentato con la testa rivolta indietro, perché, come dio della morte che faceva scomparire ogni essere vivo, rendendolo invisibile, non si doveva contemplare.
I Greci lo consideravano una divinità fredda che applicava le regole del suo regno a tutti senza discriminazione alcuna, ma non lo ritenevano malvagio, né satanico o ingiusto. I morti erano pure ombre che vagavano per sempre nel Tartaro, continuando a dedicarsi a ciò a cui si erano dedicati durante la vita. Nella Prateria degli Asfodeli si riunivano coloro che non erano stati né virtuosi né malvagi, nel Tartaro i malvagi e nei Campi Elisi i virtuosi. Guidate da Ermete le ombre dovevano pagare un obolo a Caronte perché li traghettasse sull'altra riva, e il mostruoso Cerbero badava che non cercassero mai di fuggire. Raggiunta l'altra riva incontravano i giudici dei morti: Minosse, Radamanto ed Eaco. Ma il giudizio finale aveva poca impportanza poiché non era altro che la comclusione naturale di quel che era accaduto in vita, e la maggior parte delle ombre si fermava nella Prateria degli Asfodeli per sempre.

Admeto: mitico re di Fere, in Tessaglia, e figlio di Ferete. Era uno degli Argonauti e partecipò alla caccia al cinghiale calidonio. Il padre abdicò in suo favore quando non era che un ragazzo. Admeto acquisì una grande fama di equità e d'ospitalità, a tal punto che Apollo, condannato da Giove a essere schiavo di un mortale per la durata di un anno, si presentò da Admeto con l'aspetto di uno straniero, e Admeto l'accolse con gran benevolenza così che Apollo, che lavorava per lui come bovaro, fece in modo che ciascuna vacca avesse due gemelli. Il dio l'aiutò anche ad ottenere la mano di Alcesti; il padre di costei, Pelia, aveva posto al suo matrimonio una condizione difficilmente realizzabile: bisognava aggiogare a un cocchio un leone e un cinghiale. Eracle, inviato da Apollo, aiutò Admeto a domare le belve e a guidare il cocchio trainato da quella singolare pariglia, nella gara indetta a Iolco. Al momento delle nozze, Admeto si dimenticò di offrire il sacrificio d'uso ad Artemide e quando entrò quella notte nella camera nuziale, sul talamo non l'attendeva una bella sposa ignuda, ma un groviglio di sibilanti serpenti. Admeto fuggì invocando Apollo, che benignamente intercedette in suo favore presso Artemide. Il dio ottenne anche, per Admeto, la grazia di poterlo sostituire, quando sarebbe venuta l'ora della sua morte, con un altro mortale. Admeto cadde malato, benché fosse ancora giovane, e quando la Morte venne a prenderlo, non trovò nessuno che prendesse il suo posto. Anche i suoi anziani genitori non erano pronti a sostituirsi a lui. Alla fine, Alcesti si offì di morire al suo posto, e quando, appunto, cadde malata, la Morte la condusse nell'Oltretomba. Admeto era disposto ad accettare il suo sacrificio, ma Eracle, che proprio allora era ospite nel palazzo, lottò con la Morte, la vinse e salvò così Alcesti. E' questo il tema dell'Alcesti di Euripide. Secondo un'altra versione, Persefone giudicò orribile che una moglie dovesse morire invece del marito. "Torna lassù alla luce del sole!" ordinò. Altri narrano una storia diversa. Essi dicono che Ade in persona venne a prendere Admeto; e, quando questi cercò scampo nella fuga, Alcesti si offrì di prendere il suo posto; ma Eracle arrivò inaspettatamente con una nuova mazza di oleastro e la salvò.

Adone: dio di origine asiatica. Il suo nome viene dalla parola semita Adon, che significa "padrone". Secondo la leggenda, era nato dall'unione incestuosa di Mirra (o Smirna) con il padre Cinira, re di Pafo a Cipro, oppure con Belo, re d'Egitto, o con Tiante, re di Assiria. Avendo Mirra trascurato il culto di Afrodite, la dea si vendicò di quell'insulto facendo sì che Smirna si innamorasse perdutamente di suo padre e si introducesse nel suo letto in una notte buia, quando Cinira era tanto ubriaco da non capire quel che stava accadendo. Più tardi egli scoprì d'essere al tempo stesso padre e nonno del figlio che Smirna portava in grembo e, pazzo di rabbia, afferrò una spada e inseguì Smirna fuori del palazzo. La raggiunse sul ciglio di una collina, ma in gran fretta Afrodite trasformò Smirna in un albero di mirra, che fu tagliato in due dal gran fendente vibrato da Cinira. Dal tronco uscì il piccolo Adone. Afrodite, già pentita dell'errore commesso, chiuse Adone in un cofano e lo affidò a Persefone, regina dei Morti, chiedendole di celarlo in qualche angolo buio. Persefone, mossa dalla curiosità, aprì il cofano e vi trovò dentro Adone. Il fanciullo era così bello che Persefone lo portò con sé nel suo palazzo. Afrodite fu informata della cosa e subito scese nel Tartaro per reclamare Adone. E quando Persefone non volle cederglielo perché ne aveva già fatto il suo amante, Afrodite si appellò a Zeus. Zeus dovette dirimere la questione nata tra le due dee. Si conoscono due versioni del giudizio: secondo la prima, Zeus decise che Adone avrebbe passato un terzo dell'anno con ciascuna dea e il resto a suo piacimento. Ma Adone trascorse anche quest'ultimo terzo con Afrodite. Nella seconda versione è la musa Calliope a fare da giudice, decidendo di affidare Adone a ciascuna dea per metà anno. La seconda versione sostiene inoltre che Afrodite avrebbe punito Calliope causando la morte di suo figlio Orfeo.
Durante il periodo che trascorse con Afrodite, Persefone andò in Tracia e disse al suo benefattore Ares che ormai Afrodite gli preferiva Adone. "Un semplice mortale", aggiunse, "e per di più effeminato!" Ares si ingelosì e, trasformatosi in cinghiale, si precipitò su Adone che stava cacciando sul monte Libano e lo azzannò a morte davanti agli occhi di Afrodite. Anemoni sbocciarono dal sangue di Adone e la sua anima discese al Tartaro. Afrodite, in lacrime, si recò da Zeus e chiese che fosse concesso ad Adone di trascorrere soltanto la metà più cupa e triste dell'anno in compagnia di Persefone, mentre nei mesi estivi sarebbe ridivenuto il suo compagno. Zeus magnanimamente acconsentì.