MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera A

Amico, Amimone, Amulio, Anceo.

Amico: figlio di Poseidone e re dell'isola di Bebrico nel Mar di Marmara. D'indole selvaggia, si vantava d'essere un gran pugile e usava sfidare gli stranieri che approdavano in Bitinia e che invariabilmente venivano sconfitti. Se rifiutavano di battersi, Amico senza troppi complimenti li gettava in mare dall'alto di una roccia. Quando gli Argonauti sbarcarono nella sua isola, Amico negò loro cibo e acqua se non si fossero misurati con lui: Polluce, che aveva vinto le prove di pugilato ai Giochi Olimpici, subito si fece avanti e infilò i guanti di corregge che Amico gli offriva.
Amico e Polluce iniziarono il pugilato in una valletta fiorita, non lontana dalla spiaggia. I guanti di Amico erano irti di punte di bronzo, e i muscoli delle sue braccia pelose parevano scogli coperti di alghe. Egli era di gran lunga il più pesante e il più giovane; ma Polluce, combattendo con cautela all'inizio e schivando le cariche brutali dell'avversario, ben presto si rese conto dei punti deboli della sua difesa e riuscì a fargli sputar sangue dalla bocca tumefatta. Dopo una prolungata serie di assalti durante i quali nessuno dei due pugili diede segno di stanchezza, Polluce infranse la guardia di Amico, gli appiattì il naso con un potente sinistro e riuscì a piazzare un paio di uncini alla mascella. Reso furibondo dal dolore, Amico agguantò il pugno sinistro di Polluce e lo tenne fermo mentre vibrava un destro. Ma Polluce si scostò bruscamente, evitò il colpo e rispose con un destro all'orecchio, seguito da un montante così irresistibile che fracassò la tempia di Amico e lo uccise all'istante.
Quando videro il loro re giacere morto al suolo, i Bebrici diedero il piglio alle armi, ma gli esultanti compagni di Polluce li respinsero con facilità e saccheggiarono il palazzo reale. Per placare Posidone, padre di Amico, Giasone offrì allora in olocausto venti tori fulvi che facevano parte del bottino.

Amimone: una della cinquanta figlie del re Danao, che aveva per madre Europa. Quando Danao lasciò la Libia e si stabilì ad Argo, Amimone lo seguì insieme con le sorelle. Ma il paese soffriva per una prolungata siccità, poiché Poseidone, irritato per il verdetto di Inaco che assegnava quella contrada a Era, aveva prosciugato tutti i fiumi e tutti i torrenti. Danao mandò le sue figlie in cerca d'acqua, con l'ordine di placare l'ira di Poseidone con ogni mezzo possibile. Amimone, mentre cacciava un cervo in una foresta, disturbò inavvertitamente il sonno di un Satiro, il quale balzò in piedi e cercò di usarle violenza. Ma Poseidone, invocato dalla fanciulla, si precipitò sul Satiro con il suo tridente. Il Satiro, chinandosi, schivò il colpo, il tridente si conficcò in una roccia e Poseidone stesso si giacque con Amimone, che fu ben lieta di portare a compimento in modo così piacevole la missione affidatale dal padre. Saputo infatti che Amimone andava in cerca d'acqua, il dio le disse di estrarre il tridente dalla roccia, e dai tre buchi lasciati dalle punte subito sgorgarono tre zampilli. Codesta fonte, ora detta di Amimone, è la sorgente del fiume Lerna che non si prosciuga mai, nemmeno durante la grande calura estiva.
Amimone ebbe un figlio da Poseidone, Nauplio, che divenne un famoso navigatore, scoprì l'arte di orientarsi sulla Grande Orsa e fondò la città di Nauplia, dove si stabilì l'equipaggio egiziano che aveva accompagnato suo nonno.

Amulio: figlio di Proca e fratello minore di Numitore. Prima di morire, Proca aveva diviso in due parti l'eredità reale: il regno a Numitore e i tesori ad Amulio. Quest'ultimo, con l'appoggio delle ricchezze che gli toccò in sorte, cacciò dal trono di Albalonga, nel Lazio, il fratello Numitore e obbligò la sua figlia, Rea Silvia, a diventare vestale, perché Numitore non avesse eredi. Ma Rea Silvia venne sedotta da Marte e diede alla luce due gemelli. Amulio la cacciò in prigione e ordinò ai suoi servi di annegare i neonati nel Tevere. I bambini, Romolo e Remo, furono salvati dai servi che gettarono la culla nel fiume in piena. Poco dopo furono trovati da Faustolo e allevati come pastori. Quando i gemelli furono cresciuti, rubarono degli oggetti ai briganti locali per darli ai pastori; ma i briganti con una trappola acciuffarono Remo e lo portarono da Amulio.
I briganti dichiararono che aveva razziato le terre di Numitore; fu allora consegnato a suo nonno che ben presto scoprì la sua identità. Andò poi a cercare anche Romolo, e i gemelli venuti a conoscere le loro origini, punirono Amulio uccidendolo e ridiedero il potere al loro nonno Numitore.
Secondo il poeta Nevio, Amulio sarebbe stato un buon vecchio che avrebbe accolto con gioia il ritrovamento di Romolo e Remo.

Anceo: figlio di Poseidone e di Aristipalea, fu uno degli Argonauti e partecipò alla caccia del cinghiale Calidonio. Sopravvissuto a perigliose vicende, egli ritornò al suo palazzo, in Tagea, dove un veggente l'aveva un giorno avvertito di non bere mai il vino di un certo vigneto da lui piantato alcuni anni prima. Il giorno del suo arrivo, Anceo fu informato che i suoi servi avevano pigiato i grappoli maturi e che il vino era pronto. Egli dunque riempì una coppa, se la portò alle labbra e, chiamato il veggente, lo rimproverò per aver profetizzato il falso. Il veggente rispose: "Signore, vi è pur sempre un fuscello tra la coppa e le labbra". In quel momento i servi di Anceo entrarono: "Padrone, un cinghiale selvatico si è scatenato nella vostra vigna!" Anceo depose la coppa senza nemmeno aver assaggiato il vino, afferrò lo spiedo e si precipitò fuori; ma il cinghiale si era nascosto in un boschetto e azzannando il re all'improvviso gli inferse una profonda ferita. Così Anceo morì regalmente nella propria città.