MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera A

Anfitrite, Anio, Antea.

Anfitrite: figlia di Nerèo e di Doride, appartiene al gruppo delle Nereidi. Un giorno, mentre danzava con le sorelle vicino all'isola di Nasso, Poseidone la vide e si innamorò di lei, ma Anfitrite sdegnò le sue proposte e si rifugiò presso il titano Atlante. Poseidone le inviò messaggeri, e tra questi un certo Delfino, che perorò la causa di Poseidone con tanta efficacia da indurre Anfitrite al consenso. Subito si fecero i preparativi per le nozze e Poseidone, grato a Delfino, ne immortalò l'immagine tra le stelle del firmamento. Anfitrite diede a Poseidone tre figli: Tritone, Roda e Bentesicima; ma come già era accaduto a Era per colpa di Zeus, Poseidone fece molto soffrire la moglie intrecciando amori con dee, ninfe e donne mortali. Anfitrite si ingelosì soprattutto di Scilla, figlia di Forcide, e gettando erbe mgiche nella fontana dove la fanciulla si bagnava, la trasformò in un latrante mostro dalle sei teste e dodici zampe.
Anfitrite è rappresentata seduta su un cocchio a forma di conchiglia, tirato da delfini e circondato da Tritoni e Nereidi alcune delle quali reggono le redini mentre altre soffiano nelle trombe marine per annunziare l'arrivo della dea che con uno scettro d'oro in mano comanda le onde. La leggenda di Delfino è un'allegoria sentimentale: i delfini si mostrano infatti quando il mare tempestoso si placa. Le figlie di Anfitrite erano la dea stessa nel suo triplice aspetto: Tritone, la felice luna nuova; Roda, la luna piena del raccolto; e Bentesicima, la pericolosa luna calante. Ma Tritone fu in seguito mascolinizzata.

Anio: figlio di Apollo e Reo, figlia di Stafilo e di Crisotemi. Quando Stafilo si accorse che Reo era incinta, non credendo che il responsabile fosse Apollo, bensì un comune amante, la chiuse in un cofano che abbandonò alle onde marine. Spinta dalle correnti sulle spiagge dell'Eubea, Reo diede alla luce un bimbo che chiamò Anio in ricordo delle pene sofferte per lui; e Apollo in seguito lo elesse suo sacerdote a Delo. Altri dicono che il cofano in cui era rinchiusa Reo approdò direttamente a Delo.
Da sua moglie Dorippa, Anio aveva avuto tre figlie: Elaide, Spermo ed Eno, che sono chiamate le Vignaiole; e un figlio, Androne, re di Andro, cui Apollo insegnò l'arte della divinazione. Poiché era anch'egli sacerdote di Apollo, Anio dedicò le Vignaiole a Dioniso, pensando fosse bene avere due dèi come protettori della famiglia. In cambio, Dioniso promise che tutto ciò che Elaide toccasse invocando il suo aiuto, si sarebbe tramutato in olio; tutto ciò che toccasse Spermo, si sarebbe tramutato in grano; e tutto ciò che toccasse Eno, si sarebbe tramutato in vino. Così Anio potè fornire abbondanti provviste ai Greci che partivano per la guerra di Troia. Agamennone tuttavia non era soddisfatto; mandò Menelao e Odisseo a Delo, dove essi chiesero ad Anio se le Vignaiole potevano partecipare alla spedizione. Anio rifiutò, dicendo a Menelao che per volere degli dèi Troia sarebbe caduta soltanto dopo dieci anni. "Perché non vi fermate a Delo nel frattempo?" propose con calore ospitale. "Le mie figliole vi forniranno cibo e vino fino al decimo anno, e poi vi accompagneranno a Troia, se necessario". Ma poiché Agamennone aveva ordinato: "Portatemi le ragazze, che Anio acconsenta o no", Odisseo incatenò le Vignaiole e le caricò sulla nave. Quando poi esse fuggirono (due si rifugiarono in Eubea, la terza ad Andro), Agamennone mandò delle navi a inseguirle e minacciò la guerra se non si fossero arrese. Si arresero infatti tutte e tre, ma invocarono Dioniso, che le trasformò in colombe; e da quel giorno le colombe sono sacre a Delo.

Antea: (che altri chiamano Stenebea) è figlia di Iobate, re di Licia, e moglie del re Preto. Ella aveva dato al re un figlio, Megapente, e alcune figlie, le Pretidi. Sul loro numero le tradizioni variano. Secondo alcuni, sono due: Lisippa e Ifianassa; secondo altri, alle due precedenti se ne aggiunge una terza, chiamata Ifinoe. La felicità di Antea fu turbata dall'arrivo a Tirinto del giovane eroe Bellerofonte. Questi, avendo ucciso un tiranno di Corinto, Bellero (il che gli valse il soprannome di Bellerofonte, che significherebbe "l'Uccisore di Bellero"), si era rifugiato come supplice preso Preto, che lo purificò. Antea si innamorò del giovane a prima vista, ma Bellerofonte rifiutò le sue profferte. Allora Antea lo accusò di aver tentato di sedurla e Preto, che credette alle parole della moglie, si infiammò d'ira. Non volle tuttavia attirare su di sé la vendetta delle Moire uccidendo con le proprie mani un supplice, e mandò dunque Bellerofonte dal padre di Antea, Iobate re di Licia, con una lettera sigillata che diceva: "Ti prego di allontanare il latore dal mondo dei vivi; egli tentò di violentare mia moglie, tua figlia".
Iobate, restio ad uccidere un ospite, cercò di liberarsene sottoponendo Bellerofonte a diverse difficili prove: uccidere la mostruosa Chimera che devastava la Licia; combattere i Solimi, una popolazione limitrofa bellicosa e feroce; affrontare le Amazzoni. Al suo ritorno sempre come vincitore, Bellerofonte cadde in un'imboscata tesagli da Iobate a corto di espedienti. Superò anche questa prova, e il re riconobbe che l'eroe era di origine divina, confessò tutto e gli mostrò la lettera segreta. Implorò poi il perdono del giovane, gli diede in sposa la sua seconda figlia Filinoe (secondo altri, Anticlia) e lo nominò erede del trono di Licia.
Secondo la tragedia andata perduta di Euripide, Stenebea, Bellerofonte sarebbe tornato ad Argo e si sarebbe vendicato di Antea. Facendole credere di amarla, le propose di montare con lui su Pegaso e, quand'ebbero raggiunto una grande altezza, la precipitò giù dal cavallo alato. Il suo corpo fu trovato in mare da alcuni pescatori e riportato ad Argo. Un'altra tradizione dice che Antea, saputo del ritorno di Bellerofonte, si uccise.