MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera A

Atteone, Attis, Auge, Augia, Autolico.

Atteone: giovane figlio di Aristeo e di Autonoe, una delle figlie di Cadmo; fu allevato dal centauro Chirone e divenne un valente cacciatore. Secondo il mito, fu cambiato in cervo da Artemide e morì sbranato dai propri cani. Causa di questa metamorfosi e della sua misera fine fu la punizione inflittagli da Artemide, secondo alcuni per aver egli ardito aspirare alle nozze con Semele, secondo altri per aver osato gareggiare nel tiro dell'arco con Artemide, e secondo altri ancora (leggenda questa che si diffuse specialmente nell'epoca alessandrina) per aver sorpreso Artemide che si bagnava nuda nella fonte Partenia, nella valle Gargafia, ai piedi del Citerone. La scomparsa del loro padrone rattristò i cani che lo cercarono, invano, in tutta la foresta. La loro ricerca li condusse fino alla caverna dove abitava Il centauro Chirone che, per consolarli, modellò una statua a immagine di Atteone.

Attis: giovane amato da Cibele, la dea frigia chiamata anche la Grande Madre. Ci sono parecchie versioni della sua leggenda. Secondo la tradizione frigia, gli dèi evirarono la divinità ermafrodita Agdistis. Dagli organi genitali caduti in terra nacque un mandorlo. La ninfa Nana depose nel proprio seno un frutto di quest'albero e mise al mondo un figlio. Il neonato fu esposto e allevato da un pastore e più tardi divenne pastore lui stesso. Agdistis, che era quindi soltanto una donna e aveva preso il nome di Cibele, lo vide e concepì per lui un amore talmente esclusivo da non sopportare l'idea di vederlo sposato. Ma Attis, nonostante il suo giuramento di restarle fedele, decise in seguito di sposare la ninfa Sagaritis. Così Agdistis lo fece impazzire ed egli si evirò. Atti morì per le ferite e Cibele prostrata dal dolore lo trasformò in un pino. La dea ordinò che ogni anno fosse pianto e che in sua menoria solo gli eunuchi fossero ammessi al suo culto. Altre fonti sostengono che Cibele abbia avuto un figlio da Attis e che suo padre Meione, re di Frigia, abbia ucciso Attis e il neonato. A cibele diede di volta il cervello e se ne fuggì per la campagna, piangendo Attis e accompagnandosi con un tamburo. Quando furono colpiti da una carestia, i Frigi vennero a sapere da un oracolo che dovevano seppellire Attis e fondare il culto di Cibele. Allora la dea resuscitò con il suo amante morto e tutti e due furono adorati in Frigia. Secondo una versione del mito che proviene dalla Lidia, Attis non morì a causa delle sua mutilazione ma, come Adone, per la carica di un cinghiale.
Ovidio dà una versione diversa della leggenda d'Attis: nei boschi della Frigia viveva un giovane così bello da aver meritato di essere amato da Cibele di casta passione. Ella decise di legarlo a sé e di farne il guardiano del suo tempio, ma pose come condizione ch'egli avrebbe conservato la sua verginità. Attis, però, non potè resistere all'amore della ninfa Sagaritis, e Cibele, irritata, abbattè un albero cui era legata la vita della ninfa. Attis impazzì e, nel corso di una crisi violenta, si evirò. Dopo la sua mutilazione, sembra, che Attis sia stato di nuovo accolto dalla dea al suo servizio.

Auge: figlia di Aleo, re di Tegea in Arcadia, e di Neera, una figlia di Pereo. Quando Aleo fu avvertito da un oracolo che sua figlia avrebbe avuto un figlio il quale avrebbe ucciso i suoi zii, i due fratelli di Neera, e avrebbe regnato al loro posto, egli si precipitò a casa e nominò Auge sacerdotessa di Atena, minacciando di ucciderla se non si fosse mantenuta casta.
Eracle, mentre si preparava ad affrontare re Augia, giunse a Tegea e fu accolto da Aleo con cordialità ospitale nel tempio di Atena. Colà, riscaldato dal vino, Eracle violentò la vergine sacerdotessa presso una fontana; ma dato che Auge non lanciò nemmeno un grido, molti suppongono che essa si recò laggiù di propria volontà.
Aleo, informato dalla Pizia che un sacrilegio era stato commesso nel recinto del tempio di Atena, vi si recò e trovò Auge in stato di avanzata gravidanza. Non osando uccidere sua figlia, incaricò re Nauplio di affogarla. Nauplio, seguendo le istruzioni ricevute, partì con Auge per Nauplia; ma sul monte Partenio Auge fu colta dalle doglie e ricorse ad una scusa per appartarsi nel bosco. Colà diede alla luce un bimbo e, celandolo in un cespuglio, ritornò da Nauplio che l'aveva pazientemente attesa ai margini della strada. Egli, tuttavia, non aveva l'intenzione di affogare Auge e la cedette a certi mercanti che erano da poco giunti a Nauplia e che, a loro volta la vendettero a Teutrante, re di Teutrania in Misia.
Il figlio di Auge fu allattato da una cerva sul monte Partenio; alcuni mandriani lo rinvennero, lo chiamarono Telefo e lo portarono al loro padrone, re Corito. Quando Telefo raggiunse l'età virile, ri recò dall'oracolo per avere notizie dei suoi genitori. Gli fu detto di recarsi da re Teutrante in Misia. In Misia infatti egli trovò Auge, ora sposata a Teutrante, e da lei seppe che essa era sua madre ed Eracle suo padre.

Augia: re dell'Elide, era figlio di Elio o Eleo e di Naupiadama, una delle figlie di Anfidamante, benché altri pensino che sua madre fosse Ifiboe e altri ancora lo dicano figlio di Poseidone. In greggi e mandrie era l'uomo più ricco della terra; poiché, per divino favore le sue bestie erano immuni da malattie e prodigiosamente fertili, né mai abortivano. Per molti anni nessuno aveva mai ripulito dallo sterco le stalle e gli ovili di Augia, e il puzzo nefasto, benché non fosse nocivo per le bestie, fece scoppiare una pestilenza nell'intero Peloponneso. Inoltre, le valli dove le mandrie pascolavano erano coperte da uno strato di sterco così alto che non si poteva più ararle per seminarvi il grano.
Eracle chiamò Augia da lontano e gli propose di ripulirgli le stalle prima del calar del sole in cambio di un decimo del suo bestiame. Augia rise incredulo, e chiamò Fileo, il suo figlio maggiore, perché fosse testimone della proposta di Eracle. "Giura allora di compiere questa impresa prima del calar del sole", disse Fileo. Il giuramento che Eracle pronunciò in nome di suo padre fu il primo e l'ultimo della sua vita. Augia similmente giurò di tener fede al patto.
Eracle dapprima aprì due brecce nelle mura della stalla e poi deviò il corso dei vicini fiumi Alfeo e Peneo o Menio, di modo che le loro acque invasero le stalle e i cortili, ne spazzarono via tutto il sudiciume e avanzarono ancora impetuose per ripulire gli ovili e la vallata adibita a pascolo. Così Eracle compì la sua fatica in un solo giorno, risanando l'intero paese e senza sporcarsi nemmeno il mignolo. Ma Augia, saputo che Eracle aveva già ricevuto da Euristeo l'ordine di ripulire le stalle, rifiutò di versargli la ricompensa promessa e osò persino negare di aver stretto un patto con lui.
Eracle allora propose che il caso fosse sottoposto ad arbitrato. Tuttavia, quando i giudici si furono insediati e Fileo, citato da Eracle, testimoniò il vero, Augia balzò in piedi livido per la rabbia e li bandì entrambi dall'Elide, affermando che Eracle l'aveva tratto in inganno, poiché il lavoro era stato compiuto dagli dèi Fiumi, e non da lui stesso. Peggio ancora Euristeo rifiutò di considerare valida quella fatica, perché Eracle era stato assoldato da Augia. Fileo allora si recò a Dulichio, ed Eracle alla corte di Dessameno, re di Oleno.
Non molto tempo dopo, Eracle, alla testa di un esercito di Arcadi, si preparò a far guerra ad Augia, ma non lo colse impreparato. Augia aveva riunito un esercito posto sotto il comando del valoroso Amarinceo e aveva convinto i Molionidi ad allearsi a lui con la promessa di una parte del suo regno. Essendosi Eracle ammalato, gli Arcadi furono battuti e messi in fuga: ancora una volta Eracle dovette abbandonare l'Elide. In seguito, nel corso di una cerimonia religiosa, Eracle tese un'imboscata ai Molionidi in una macchia lungo la strada nei pressi di Cleonea, e scoccò una freccia trafiggendo a morte i due gemelli. Poi nuovamente invase l'Elide, e questa volta riuscì vincitore e uccise Augia oppure lo detronizzò. Quindi fece venire Fileo da Dulichio e lo pose sul trono.
Secondo un'altra versione Augia sul letto di morte avrebbe diviso il regno tra suo figlio minore Agastene e i figli dei Molionidi, e Fileo avrebbe fatto ritorno a Dulichio.

Autolico: figlio di Ermes e di Chione, oppure di Stilbe, figlia d'Eosforo. E' fratello gemello di Filammone.
Autolico era un vero maestro nell'arte del furto, poiché Ermete gli aveva conferito il potere di trasformare le bestie che rubava, mutando le bianche in nere e quelle senza corna in cornute o viceversa. Così i suoi furti sono numerosissimi.
In Eubea, sottrasse ad Eurito dodici giumente e dodici vigorose mule, ne alterò le fattezze e le vendette all'ignaro Eracle come se fossero di sua proprietà. Rubato ad Amintore un elmo di cuoio, lo dette ad Odisseo, che lo portò nella sua spedizione notturna contro Troia, con Diomede. Sisifo, pur essendosi accorto che la propria mandria diveniva sempre esigua, mentre i capi della vicina mandria di Autolico aumentavano sempre più, non riuscì a raccogliere le prove per accusarlo di furto. Un giorno pensò dunque di incidere all'interno degli zoccoli dei suoi animali il suo monogramma. Una notte Autolico fece man bassa come al solito, e all'alba le impronte degli zoccoli lungo il sentiero fornirono a Sisifo la prova che gli occorreva per denunciare il furto ai vicini. Tutti assieme si recarono alle stalle di Autolico, dove Sisifo riconobbe le sue bestie per via dei segni incisi sugli zoccoli e, lasciando i vicini a discutere col ladro, si precipitò nella casa e, mentre fuori ferveva la disputa, sedusse Anticlea, figlia di Autolico e moglie di Laerte l'Argivo. Anticlea gli generò Odisseo.
Poco dopo la nascita di Odisseo, Autolico si recò a Itaca e la sera, al termine del banchetto, prese il piccolo sulle ginocchia. "Dagli un nome o padre", disse Anticlea. Autolico rispose: "Nel corso della mia vita mi sono messo in urto con molti principi e chiamerò dunque il mio nipote Odisseo, che significa Il Rabbioso, perché sarà la vittioma delle mie antiche inimicizie. Tuttavia, semmai salirà al monte Parnaso per rimproverarmi, gli cederò parte dei miei possedimenti e placherò la sua ira". Non appena raggiunta la maturità, Odisseo si recò a far visita ad Autolico ma, mentre cacciava in compagnia degli zii, fu ferito alla coscia da un cinghiale e la cicatrice di quella ferita rimase indelebile. Autolico tuttavia ebbe gran cura del nipote e lo rimandò a Itaca con i doni promessi.
Autolico insegnò ad Eracle l'arte della lotta, e partecipò alla spedizione degli Argonauti.