MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera B

Bia, Biante, Bitone, Bona Dea.

BIA: figlia del gigante Pallante e della dea fluviale Stige. Ha per sorella Nike ("la Vittoria"), e per fratelli Zelo ("l'Ardore") e Crato ("il Potere").
Stge aveva aiutato Zeus nella battaglia contro i Titani, motivo per cui il dio la ricompensò facendo dei suoi figli i suoi valletti. A Bia e Crato fu affidato il compito di incatenare Prometeo a una vetta del Caucaso; tale era infatti la punizione per aver donato il fuoco al genere umano. In questa punizione figurano tra i personaggi della tragedia di Eschilo Prometeo incatenato.

BIANTE: figlio d'Amitaone e d'Idomene, figlia di Fere. Ha per fratello l'indovino Melampo, che è legato alle sue vicende.
Biante si innamorò della cugina Pero; ma i pretendenti alla mano di Pero erano tanti che suo padre Neleo la promise all'uomo capace di scacciare da Filace il bestiame di re Filaco. Questi teneva a quella mandria più che a qualsiasi altra cosa al mondo, salvo suo figlio Ificlo, e la custodiva personalmente con l'aiuto di un cane inavvicinabile che non dormiva mai. Biante, non potendo sottrarre personalmente queste mandrie, chiese a Melampo d'aiutarlo. Questi acconsentì, predisse che sarebbe riuscito nell'impresa ma che sarebbe stato sorpreso sul fatto e avrebbe ottenuto la mandria soltanto dopo essere stato un anno in prigione. Melampo decise di rubare la mandria col favore della notte; ma non appena posò la mano su una vacca fu morso alla gamba dal cane, e Filaco lo condusse in prigione.
La sera prima che scadesse il suo anno di prigionia, Melampo udì due tarli nella trave del soffitto che parlavano tra loro. L'uno diceva all'altro: "Per quanti giorni ancora dovremo affaticarci a rodere?". E l'altro rispose: "Stiamo facendo buoni progressi. La trave cederà domani all'alba". Subito, Melampo chiese a Fileco di essere trasferito in un'altra cella, e, infatti, poco dopo il tetto della prigione crollò. Filaco rimase colpito dalle facoltà divinatorie di Melampo. "Ti darò la libertà e la mia mandria in dono", disse, "se saprai curare l'impotenza di mio figlio Ificlo". Melampo riuscì a guarire Ifiglo, che ben presto generò un figlio chiamato Podarce. Fileco, come ricompensa, gli diede la mandria desiderata, che Melampo riportò a Pilo. Qui Neleo accordò a Biante la mano di Pero.
Più tardi, Melampo, venuto a sapere che le tre figlie del re Preto, Lisippa, Ifinoe e Ifianassa erano state colpite da pazzia, si recò a Tirinto, capitale dell'Argolide, e si offrì di guarirle, purché Preto lo ricompensasse con un terzo del suo regno. Preto, ritenendo il prezzo troppo alto, non accettò, e Melampo si ritirò. Ma la pazzia si diffuse allora tra le donne argive, e molte di loro uccisero i propri figli. Preto mandò a chiamare in gran fretta Melampo il quale, poiché il male era ormai tanto diffuso, aumentò il prezzo, chiedendo per sé un terzo del regno e un altro terzo per il proprio fratello Biante. Preto accettò tali condizioni, e Melampo, aiutato da Biante e da uno scelto gruppo di baldi giovani, cacciò le donne giù dalle montagne fino a Sicione, dove la pazzia le abbandonò e furono purificate immergendosi in un pozzo sacro. Poiché tra loro non si trovavano le figlie di Preto, Melampo e Biante si misero alla loro ricerca e le inseguirono fino a Lusi in Arcadia, dove esse si rifugiarono in una grotta che sovrasta il fiume Stige. Colà Lisippa e Ifianassa ricuperarono il senno, ma Ifinoe era morta di fatica. Melampo sposò allora Lisippa, e Biante (la cui moglie Pero era morta di recente) sposò Ifianassa. Così i discendenti d'Amitaone poterono regnare sull'Argolide.

BITONE: Bitone e Cleobi, due giovani argivi, erano i figli di Cidippe, sacerdotessa di Era.
Cidippe aveva mandato i buoi al pascolo ed essi, poiché erano morti, non erano tornati in tempo per il momento in cui bisognava iniziare la processione che conduceva al tempio di Giunone sull'Acropoli. Se la processione non fosse avvenuta nel momento esatto, la sacerdotessa sarebbe stata messa a morte. Bitone e Cleobi, indossati i finimenti, si sottoposero al giogo in luogo dei buoi e condussero la madre Cidippe e gli arredi sacri sul carro sino al tempio, per una distanza di circa cinque miglia. Commossa per tanta devozione filiale, Cidippe invocò la dea affinché conceddesse ai due giovani il dono migliore che concedere si possa ai mortali. Quando furono celebrati i riti, Bitone e Cleobi si addormentarono nel tempio, per non svegliarsi mai più.
Da questo, Cidippe capì che per noi poveri mortali nulla è meglio della morte, e perciò si suicidò.

BONA DEA: è una divinità romana poco conosciuta, che veniva identificata con Fauna. Con Fauno costituiva una delle più antiche coppie della mitologia indigena del Lazio; al tempo stesso proteggeva la pastorizia e i boschi e prediceva l'avvenire. Dal suo culto erano esclusi gli uomini, mentre a quello di Fauno non potevano partecipare le donne.
Secondo una versione suo padre, Fauno, voleva unirsi incestuosamente a lei e per ottenere lo scopo la fece ubriacare. Ciononostante si rifiutò di unirsi al padre che la fece flagellare con verghe di mirto. Allora, per realizzare il suo desiderio, il padre si trasformò in serpente e riuscì a unirsi a lei. Per questo motivo il vino e il mirto sono esclusi, quanto meno col loro vero nome, dal suo culto.
Un'altra versione fa di Bona Dea la moglie di Fauno, una moglie abile in tutte le arti domestiche e molto pudica, al punto da non uscire dalla propria camera e da non vedere altro uomo che suo marito. Un giorno, trovò una brocca di vino, la bevve e si ubriacò. Suo marito la castigò a tal punto con verghe di mirto ch'ella ne morì. Preso dai rimorsi, egli le tributò onori divini. A Roma, Bona Dea aveva il santuario sotto l'Aventino, e qui, in un bosco sacro, le donne e le ragazze celebravano ogni anno misteri "della Bona Dea", dai quali erano esclusi gli uomini. Si racconta che Ercole abbia un giorno domandato invano del vino ad alcune donne che trovò intente nella celebrazione dei misteri della "buona dea". Per quel rifiuto proibì a sua volta alle donne di assistere ai propri riti al Grande Altare che aveva eretto a Roma.