MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera C

Caànto, Cabiri, Caco.

CAÀNTO: figlio di Oceano e di Teti, fu mandato dal padre a cercare la sorella, la ninfa Melia, che era stata rapita da Apollo vicino a Tebe, sulle rive dell'Ismeno. Egli trovò la giovane e il dio, ma non potè separarli. Allora, adirato, dette fuoco al santuario d'Apollo; questo atto gli costò la vita, poiché il dio lo uccise con una freccia. La sua tomba si trova a Tebe, vicino alla sorgente d'Ares.
Un'altra versione narra che Caàto uccise il fratello Ismeno durante una disputa nata per il possesso della sorella Melia. Sarebbe diventato così il primo fratricida.

CABIRI: antiche divinità minori e misteriose onorate in Grecia, ma non elleniche. Alcuni considerarono i Cabiri di origine fenicia, ma questa teoria non è confermata dalle recenti ricerche; pare nel vero l'ipotesi della loro origine frigia. Si discusse sulla loro natura: Dèi della fertilità, o divinità sotterranee, o Dèi del mare protettori dei marinai che li invocavano nelle tempeste. La loro natura sotterranea è confermata dal rito fallico e dalla presenza di fosse sacrificali a Samotracia e a Tebe. Il centro del loro culto era Samotracia dove erano celebrati dei misteri; influenze orfiche si rilevarono a Tebe; il culto però si trova anche in altre isole come Lemno e in Asia Minore, a Pergamo e a Mileto. E' inesatta la notizia di Pausania che il loro culto a Tebe fosse fondato da Atene. I Greci li assimilarono ai Coribanti e ai Cureti, e nell'età ellenica ai Dioscuri. Presso i Romani furono assimilati a Dardano e a Enea, ai Penati, alla triade Giove, Minerva e Mercurio. A Samotracia furono protetti dai Tolomei e poi da Roma. Il loro numero variava, ma la tradizione ci conservò quattro nomi: Axiero, Axiocersa, Axiocerso e Cadmilo. Avevano figlie e sorelle, le Cabiridi; in loro onore si celebravano le feste Cabirie.

CACO: enorme e orribile pastore con tre teste, figlio di Efesto e di Medusa. Era il terrore della foresta dell'Aventino e sputava fiamme da ciascuna delle sue tre bocche. Crani e membra umane erano inchiodati alle travi di sostegno della grotta, e il suolo biancheggiava delle ossa delle sue vittime.
Quando Eracle giunse sulle rive dell'Albula, in seguito chiamato Tevere, fu accolto da re Evandro, un esule dall'Arcadia, che regnava a Palanteo, la futura Roma (allora semplice villaggio di pastori sul Palatino). Alla sera attraversò il fiume a nuoto, spingendosi dinanzi a sé la mandria, e si sdraiò sulla riva erbosa per riposare. Mentre Eracle dormiva, Caco rubò due dei più bei tori della mandria e quattro manzi, che trascinò nella sua grotta tirandoli per la coda, costringendoli così a camminare all'indietro per non lasciare tracce.
Alle prime luci dell'alba, Eracle si destò e subito s'accorse che alcuni capi di bestiame erano spariti. Dopo averli cercati invano, fu costretto a riprendere il cammino col resto della mandria, ma ecco che uno dei manzi rubati muggì lamentosamente. Eracle, seguendo quel muggito, giunse alla grotta di Caco, ma la trovò sbarrata da un masso che dieci coppie di buoi avrebbero a mala pena smosso. Eracle lo spostò come se si trattase di un ciottolo e, senza arretrare dinanzi al fumo e alle fiamme che Caco stava ora vomitando, lo agguantò e gli maciullò il viso.
Con l'aiuto di re Evandro, Eracle poi innalzò un altare a Giove Inventore, cui sacrificò uno dei tori ricuperati, e in seguito organizzò anche il proprio culto. Il re Evandro lo ringraziò per aver liberato il paese da un devastare come Caco e gli promise che il Cielo l'avrebbe ricompensato accordandogli onori divini.
I Romani tuttavia raccontano questa storia in modo da rivendicarne la gloria: secondo loro non fu Eracle che uccise Caco e offrì sacrifici a Zeus, ma un mandriano gigantesco chiamato Garano o Recarano, alleato di Eracle.