MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera C

Cerere, Ceto, Chere.

CERERE: antica divinità italica della vegetazione e della fecondità dei campi, poi assimilata a Demetra. Era una dea indigena, come dimostra il nome la cui etimologia fu discussa, ma è probabile come ritenevano gli antichi, che si debba collegare con creare. La sua festa, le Cerialia celebrate il 19 aprile, era registrata nel calendario decemvirale. Nel testo delle dodici tavole si stabiliva che si impiccassero a Cerere i ladri di messi. Era collegata nel culto con Tellure, divinità pure indigena, personificazione divina del campo coltivato. Le feste di Tellure (o Fordicidia) e di Cerere erano celebrate rispettivamente il 14 e il 19 aprile, con soli quattro giorni d'intervallo. Inoltre nelle Feriae sementivae che ricorrevano in gennaio si offrivano a Cerere spighe di spelta, a Tellure una scrofa gravida. Il flamine sacrificava insieme a Tellure e a Cerere, invocando una sequela di dodici dèi.
In seguito fu assimilata alla dea greca Demetra; ma se il suo culto ne fu rafforzato, venne anche trasformato a tal segno che essa finì con essere onorata con rito straniero, perdendosi la memoria che era invece una divinità latina. Così nel culto degli Arvali, che probabilmente era prestato alla Cerere indigena, trasformata in pieno Cerere in Demetra, finì col prevalere sul suo nome l'epiteto di Dea Dia.
Cerere dal secolo V a. C. ebbe il suo tempio presso il Circo Massimo. Secondo la tradizione, mentre infieriva una carestia, i libri sibillini interrogati ordinarono di placare Demetra, Dioniso e Cora; il dittatore Aulo Postumio iniziò (496 a. C.) la costruzione di un tempio alle divinità indicate; il tempio fu compiuto tre anni dopo da Spurio Cassio. Può darsi che la costruzione del tempio sia dovuta alla plebe stessa quando si diede il suo nuovo ordinamento rivoluzionario. Tuttavia non fu conservato il nome di quelle divinità greche, ma furono equiparate a tre divinità indigene, Cerere, Libero e Libera, che crebbero di importanza nel culto appropriandosi la venerazione di cui quelle già godevano. Questo tempio molto celebre era adorno di statue arcaiche di terracotta e di pitture dovute ad artisti come Damofilo, Gorgaso e Aristide. Data la sua antichità, il tempio era costruito secondo lo stile italico con la trabazione in legno e col rivestimento di lastre fittili. Come quasi tutti questi templi, fu distrutto da un incendio nel 31 a. C., fu ricostruito da Augusto in marmo e inaugurato da Tiberio il 17 dopo Cristo. Nel tempio di Cerere era collocato il tesoro e l'archivio dei plebei. La legge sacrale imponeva che presso questo tempio si vendessero i beni di chi avesse offeso i magistrati plebei.

CETO: figlia di Ponto (il Mare) e di Gea (la Terra); il nome significa "mostro marino". Sposò il proprio fratello, Forco, o Forcide, e generò le tre Graie (Pefredo, Enio e Deino), le tre Gorgoni (Steno, Euriale e Medusa) e le tre Esperidi (Espera, Egle ed Eriteide). Esiodo la chiama anche madre di Echidna e di Ladone.
Eschilo nel Prometeo incatenato descrive le Graie come cigni, ma il loro nome significa "vecchie donne" poiché secondo la tradizione più accreditata avevano l'aspetto di vecchie donne con i capelli grigi e molte rughe, dividevano in tre un solo occhio e un solo dente, e vivevano in una caverna sul fianco della montagna di Atlante. Le Gorgoni avevano ali d'oro, mani di ferro, zanne di cinghiale e in testa al posto dei capelli avevano dei serpenti; vivevano nell'estremo occidente sulla riva dell'Oceano. Le Esperidi vivevano nel lontano Occidente, nel giardino che la Madre Terra donò a Era. Taluni le dicono figlie della Notte, altri di Atlante e di Esperide, figlia di Espero; esse cantano dolcemente.

CHERE: spiriti femminili della morte, simili alle Furie nell'aspetto e nelle funzioni. Portavano distruzione e dolore al loro passaggio, accecando, facendo invecchiare o uccidendo quelli con cui entravano in contatto. Nell'Iliade la Chere viene descritta mentre porta morti e feriti verso il cancello dell'Oltretomba. E' rappresentata con le unghie lunghe e aguzze, con un lungo mantello chiazzato di sangue degli uomini uccisi. A volte il nome Chere viene usato nell'accezione di "destino", perché Teti offre a suo figlio Achille due Chere tra cui scegliere: vivere a lungo e nell'anonimato, o fermarsi a Troia e morire gloriosamente. Allo stesso modo, Zeus pesa la Chere di Achille e di Ettore su una bilancia, in presenza degli dèi, per sapere chi dei due debba morire nel combattimento che li oppone. Il piatto con la Chere di Ettore scende verso l'Ade e subito Apollo abbandona l'eroe alla sua sorte ineluttabile.
Plutarco, in un passo poetico, le considera come cattivi geni che, simili alle Arpie, insozzano tutto ciò che toccano nella vita degli uomini. Esiodo nella sua Teogonia chiama Chere una figlia della Notte, concepita senza partecipazione maschile, come i suoi fratelli Moros ("destino", "sorte"), Ipnos ("sonno") e Tanatos ("morte") e un buon numero di altre astrazioni personificate.
E' possibile che la tradizione popolare abbia finito con l'identificarle con le anime malvagie dei morti che devono essere placate con sacrifici. Ciò che avveniva, ad esempio, in occasione della festa delle Antesterie. Queste erano antiche feste greche in onore dei morti e di Dioniso, particolarmente celebrate in Atene nei giorni 11, 12, 13 del mese d'antesterione che corrispondeva alla seconda metà di febbraio e alla prima di marzo.