MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera C

Cibele, Ciclopi.

CIBELE: divinità dei popoli preellenici dell'Asia Minore, che ne trasmisero il culto ai Greci delle colonie d' Asia, poi alla Grecia e infine a Roma. In età storica il suo cilto si trova localizzato a Passinunte, citta della Frigia ai piedi del Monte Agdo e presso i fiumi Gallo e Sangario, e perciò Cibele è consuderata come divinità caratteristicamente frigia. In origine pare non abbia avuto un proprio nome e sia stata comunemente venerata come la Gran Madre e, semplicemente, la Madre; in seguito fu indicata con appellativi derivati dai monti dove aveva sede il suo culto, come Dindymene, Sipylene, Idaia e Cibele stessa (anche se non è più localizzabile il monte da cui è derivato questo nome).
La sua origine orientale e la sua identificazione con l'eterna e misteriosa potenza generatrice della terra spiegano i caratteri orgiastici e sanguinosi del suo culto; crudele e spietata, essa si compiace del furore religioso che incute negli uomini e della violenza (è protettrice anche delle belve e il suo carro è trainato da leoni). Interviene poco nei miti che ci sono stati tramandati. Il solo che possa essere considerato tale è la storia d'Agdisti e d'Atti. I suoi sacerdoti erano chiamati Coribanti e Galli (dal nome del fiume Gallo presso Pessinunte) e, in onore di Atti, erano evirati; i riti del suo culto erano misterici e per parteciparvi bisognava subire una difficile iniziazione; in essi avevano gran parte la danza orgiastica di fonte al simulacro della dea durante la quale i sacerdoti nel loro furore religioso si ferivano a vicenda, e il grande corteo che si concludeva col bagno simbolico della dea.
Dalla Frigia il culto di Cibele si diffuse in Asia Minore e soprattutto in Lidia dove venne a contatto col mondo greco: la prima testimonianza della penetrazione del culto è data, nel secolo VI a. C., da un frammento di Ipponatte; in seguito appare particolarmente diffuso in Beozia e nel Peloponneso; importante la testimonianza di Pindaro, che fu un fervido adoratore della dea. Cibele fu allora avvicinata all'altra Dea Madre conosciuta dai Greci, Rea, il cui culto era derivato dalle genti pre-greche di Creta; tuttavia non si ebbe mai una completa identificazione sebbene spesso i due nomi siano stati confusi anche per la somiglianza degli appellativi (Idaia erano dette Cibele, in riferimento al monte Ida presso Troia, e Rea, in rapporto al monte Ida di Creta). Dopo forti resistenze dovute alla ripugnanza per i riti orgiastici che l'accompagnavano, il culto di Cibele si affermò fra il secolo V e il IV a. C., quando si ha notizia della istituzione dei suoi misteri, delle sue feste (Attideia) e del fissarsi del suo rituale in lingua greca.
A Roma il culto di Cibele fu introdotto durante la seconda guerra punica, nel 205 a. C., per suggerimento dei libri sibyllini; per concessione di Attalo, re di Pergamo, fu trasportata a Roma la "pietra nera" meteoritica di Pessinunte, immagine aniconica della dea, che nel 191 fu accolta in un suo proprio tempio sul Palatino e venerata come antica divinità nazionale in quanto dea dei Troiani da cui i Romani affermavano di discendere. Il culto fu riservato sempre a sacerdoti frigi; i cittadini romani potevano partecipare solo ai ludi Megalenses che si celebravano dal 4 al 10 aprile ogni anno e consistevano in grandi giochi scenici. Augusto diede particolare impulso al culto di Cibele il cui tempio ricostruì e abbellì nell'anno 3 d. C.
La Dea è sempre rappresentata, nelle monete e in generale nei rilievi, seduta in trono fra due leoni col timpano in mano e la corona murale in capo.

CICLOPI: Gli antichi mitografi distinguevano tre specie di Ciclopi: i Ciclopi "urani", figli di Urano e di Gaia (il Cielo e la Terra), i Ciclopi "siciliani", compagni di Polifemo, che intervengono nell'Odissea, e i Ciclopi "costruttori".
I Ciclopi "urani" appartengono alla prima generazione divina, quella dei Giganti. Avevano un solo occhio in mezzo alla fronte, ed erano caratterizzati dalla forza e dall'abilità manuale. Si chiamavano Bronte (il tuono), Sterope (il fulmine) e Arge (il lampo). Essi si rivoltarono contro il padre Urano che li cacciò nel remoto Tartaro. Quando Crono detronizzò Urano, su invito di Gea, liberò i Ciclopi; ma non appena ebbe il supremo potere, sentendosi minacciato dalla presenza di questi giganti, li rinchiuse di nuovo nel Tartaro. Zeus, avvertito da un oracolo che avrebbe potuto riportare la vittoria contro i Titani soltanto con l'aiuto dei Ciclopi, li liberò definitivamente. I Ciclopi diedero a Zeus il tuono, il lampo e il fulmine; ad Ade un elmo che rendeva invisibili, e a Poseidone un tridente. Armati in tal modo, gli Dei Olimpici sfidarono i Titani, e li fecero precipitare nel Tartaro.
I Ciclopi divennero i fabbri di Zeus e realizavano per lui le folgori. A questo titolo, incorsero nell'ira di Apollo, il cui figlio, Asclepio, era stato ucciso da Zeus con un colpo di fulmine per aver risuscitato alcuni morti. Non potendo vendicarsi su Zeus, Apollo uccise i Ciclopi, e ciò gli valse, come punizione, un anno di lavori forzati che il dio scontò pascolando le greggi di re Admeto di Fere.
Nella poesia alessandrina, i Ciclopi non sono considerati altro che demoni subalterni, fabbri e artigiani di tutte le armi degli dèi. Fabbricano, per esempio, l'arco e le frecce d'Apollo e della sorella Artemide, sotto la direzione d'Efesto, il dio fabbro. Proprio su invito di Efesto, Artemide si recò a visitare i Ciclopi nell'isola di Lipari e li trovò intenti a martellare un truogolo per i cavalli di Poseidone. Sfacciatamente, la dea disse ai Ciclopi di trascurare per qualche tempo il truogolo di Poseidone e di farle invece un arco d'argento e un bel fascio di frecce; in cambio essa avrebbe loro offerto in pasto la prima preda abbattuta.
Abitano le isole Eolie, oppure la Sicilia. Qui possiedono una fucina sotterranea, e lavorano con gran rumore. Sono proprio l'ansimare del loro fiato e il fracasso delle loro incudini che si sentono rimbombare in fondo ai vulcani siciliani. Il fuoco della loro fucina rosseggia la sera in cima all'Etna. E, in queste leggende legate ai vulcani, essi tendono a confondersi con i Giganti imprigionati sotto la massa delle montagne, e i cui soprassalti agitano talvolta il paese.
Secondo Omero, i Ciclopi sono ritenuti una popolazione di esseri selvaggi e giganteschi, dotati d'un solo occhio e di forza prodigiosa, che vivono sulla costa italiana (nei Campi Flegrei, presso Napoli). Dediti all'allevamento dei montoni, la loro sola ricchezza consiste nel gregge. Sono volentieri antropofagi e non conoscono l'uso del vino, e neppure la coltivazione della vite. Quando Odisseo giunse nella loro terra, il ciclope Polifemo, figlio di Poseidone e della ninfa Toosa, mangiò sei membri dell'equipaggio che aveva rinchiuso nella caverna. Promise a Odisseo di mangiarlo per ultimo; ma l'eroe riuscì ad ubriacarlo, lo accecò con un grosso tronco la cui punta era stata precedentemente arroventata, rubò le sue pecore e se ne andò sbeffeggiandolo.
Si attribuiva a Ciclopi (venuti, si dice, dalla Licia) la costruzione di tutti i monumenti preistorici che si vedevano in Grecia, in Sicilia e altrove, costituiti da grossi blocchi il cui peso e dimensione sembravano sfidare le forze umane. Non si tratta più dei Ciclopi di Urano, ma di tutto un popolo che si era messo al servizio degli eroi leggendari, per esempio, di Perseo per costruire le mura di cinta di Argo, Midea e Micene. Sette giganteschi Ciclopi, chiamati Gasterochiri perché si guadagnano da vivere facendo i muratori, seguirono Preto dalla Licia e fortificarono Tirinto con mura massicce, servendosi di blocchi di pietra così grandi che un paio di muli non avrebbero nemmeno potuto spostarne uno; queste mura venivano chiamate ciclopiche.