MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera C

Cicno.

CICNO: 1. figlio di Apollo e della ninfa Iria. Giovane bellissimo, ma capriccioso e duro, tanto che finì per scoraggiare tutti i suoi amici e innamorati. Di tutti quelli che gli facevano la corte, solo Filio rimase. Cicno gli impose tre prove d'amore, una più faticosa e pericolosa dell'altra. La prima fu la cattura e l'uccisione di un leone che Filio superò con l'aiuto dell'amico Eracle. Aveva inoltre catturati vivi alcuni mostruosi uccelli antropofagi, simili ad avvoltoi e sostenuta un'aspra lotta con un toro selvaggio, che guidò poi all'altare di Zeus. Dopo queste tre fatiche Cicno, non contento, pretese anche un bue che Filio aveva vinto come premio a certi giochi funebri. Eracle consigliò a Filio di rifiutare, insistendo invece affinché Cicno tenesse fede ai patti. Cicno allora, disonorato e tutto solo, si gettò in un lago che fu chiamato lago Cicneo. Sua madre Iria lo seguì nella morte, e Apollo, per pietà, trasformò entrambi in cigni.

CICNO: 2. Figlio di Poseidone e di Calice figlia di Eolo, fu re di Colone nella Troade. Era stato raccolto bambino sulla spiaggia del mare da alcuni pescatori, i quali gli diedero poi nome da un cigno che avevano visto volare verso di lui.
Più tardi Cicno sposò Procleia, una figlia di Laomedonte, che gli generò un maschio, Tenete, e una figlia, Emitea. Dopo la morte di Procleia, sposò Filonome, figlia di Tragaso. Filonome si innamorò del suo figliastro Tenete, e non essendo riuscita a sedurlo, per vendicarsi lo accusò di aver tentato di usarle violenza. Chiamò il flautista Molpo come testimone e Cicno, credute le loro parole, chiuse Tenete e sua sorella Emitea in un cofano che abbandonò alle onde del mare. Essi approdarono all'isola di Leucofri, che significa "bianco ciglio", e vi furono accolti benevolmente dagli abitanti, che elessero re Tenete e chiamarono Tenedo la loro isola. Quando scoprì la verità, Cicno fece lapidare Molpo, seppellì viva Filonome e, saputo che Tenete scampato alla morte viveva a Tenedo, andò a chiedergli perdono. Ma Tenete, che ancora covava un sordo rancore, tagliò con una scure gli ormeggi della nave di Cicno: di qui la frase proverbiale per descrivere un irato rifiuto: "Scacciare da Tenedo con un'ascia". Alla fine, tuttavia, Tenete si placò e permise che Cicno si stabilisse presso di lui a Tenedo.
Con il figlio Tenete accorse in aiuto di Troia assediata dai Greci. Achille uccise Tenete, ma non potè uccidere Cicno, poiché questi aveva ricevuto dal padre il dono dell'invulnerabilità alle armi umane. Ma Achille, dopo averlo invano assalito a colpi di lancia e di spada, lo percosse furiosamente in viso con l'elsa e lo costrinse a indietreggiare; infine Cicno cadde incespicando in un sasso e Achille gli fu subito addosso: premendogli le ginocchia sul petto lo strozzò con i cinturini dell'elmo. Poseidone tuttavia trasformò l'ombra del figlio in un cigno che volò via.

CICNO: 3. Figlio di Ares e della ninfa Pelopia, usava offrire ricchi premi agli ospiti i quali volessero misurarsi con lui in una gara di corsa con i cocchi. Cicno, che vinceva sempre, tagliava le teste degli avversari e ne usava i crani per decorare il tempio del padre suo Ares.
Apollo, irritato con Cicno perché attaccava soprattutto i pellegrini diretti al santuario di Delfi, incitò Eracle ad accettare la sua sfida. Fu convenuto che l'auriga di Eracle fosse Iolao, e l'auriga di Cicno il padre suo Ares. Eracle, benché ciò fosse contrario alle sue abitudini, indossò per l'occasione i lucidi schinieri di bronzo che Efesto aveva fabbricati per lui e la corazza aurea donatagli da Atena. Armato con arco, frecce, lancia, il capo coperto dall'elmo e al braccio lo splendido scudo donatogli da Zeus, pure opera di Efesto, agilmente montò sul suo cocchio.
Atena, discesa dall'Olimpo, avvertì Eracle che, pur avendo ottenuto da Zeus la facoltà di uccidere e spogliare Cicno, non doveva far altro che difendersi da Ares e, anche se vittorioso, non poteva privarlo dei suoi cavalli e della sua splendida armatura. Poi la dea salì sul cocchio accanto a Eracle e a Iolao, scrollò l'egida, e la Madre Terra gemette mentre il cocchio scattava in avanti.
Cicno si scagliò verso gli avversari a tutta velocità, e per la violenza dell'urto tra i due cocchi cadde a terra con Eracle, lancia contro scudo. Subito balzarono in piedi tutti e due e, dopo breve lotta, Eracle trapassò il collo di Cicno. Poi affrontò coraggiosamente Ares che gli scagliò contro la lancia; ma Atena, corrugando sdegnosamente la fronte, la fece deviare. Ares allora si precipitò su Eracle con una spada in mano, ma riuscì soltanto a buscarsi una ferita alla coscia ed Eracle gli avrebbe inferto un altro colpo mentre il dio giaceva al suolo, se Zeus non avesse separato i due contendenti con una folgore. Eracle e Iolao allora spogliarono Cicno della sua armatura e ripresero il viaggio interrotto, mentre Atena trasportava sull'Olimpo Ares svenuto.
Cicno fu sepolto da Ceice nella valle dell'Anauro ma, per ordine di Apollo, le acque del fiume in piena spazzarono via la sua pietra tombale.
Alcuni dicono che Eracle uccise Cicno con una freccia presso il fiume Peneo, oppure a Pagase.

CICNO: 4. Figlio di Ares e di Pirene, fu ucciso da Eracle.
Mentre Eracle si accingeva a compiere l'undicesima fatica, quella di cogliere le mele d'oro nel giardino delle Esperidi, sulle rive del fiume Echedoro, in Macedonia, si imbattè con Cicno, figlio di Ares, che lo sfidò a duello. Ares fece da secondo a Cicno e incitò i duellanti. Cicno venne ucciso; ma, allorché Ares accorse a vendicare il figlio e stava per azzuffarsi con Eracle, Zeus scagliò una folgore tra di loro e interruppe il combattimento.

CICNO: 5. Re dei Liguri, imparentato con l'auriga Fetonte di cui era anche l'amante. Quando Fetonte venne folgorato da Zeus, Cicno disperato invocò la pietà di Apollo il quale lo trasformò in cigno e lo dotò di una voce melodiosa. Ma poiché Zeus aveva causato la morte di Fetonte, l'uccello volle allontanarsi dal cielo e poiché Cicno aveva pianto la morte dell'amato Fetonte con un canto, da allora i cigni possono cantare un'ultima canzone" per lamentare la loro morte.