MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera D

Dardano, Dattili, Dedalo.

DARDANO: figlio di Zeus e della Pleiade Elettra, figlia di Atlante. Il suo paese d'origine era Samotracia, in cui viveva con il fratello Iasione.
Secondo gli Ateniesi, Dardano sposò Crise, la figlia di Pallante, che gli generò due figli, Ideo e Deimante. Costoro regnarono assieme per un certo periodo sul regno arcadico fondato da Atlante, ma furono poi separati dalle calamità del diluvio di Deucalione. Dimante rimase in Arcadia, mentre Ideo si recò col padre suo Dardano a Samotracia, che colonizzarono, e l'isola fu in seguito chiamata Dardania. Crise aveva portato in dote a Dardano le sacre immagini delle grandi divinità di cui era sdacerdotessa, e Dardano ne introdusse il culto a Samotracia, pur serbando segreti i loro veri nomi. Fondò anche un collegio di sdacerdoti Salii perché celebrassero i riti necessari; tali riti erano identici a quelli celebrati in Creta dai Cureti.
Il dolore per la morte del fratello Iasione indusse Dardano a recarsi nella Troade. Vi giunse solo, e re Teucro lo accolse come ospite e alla condizione che lo aiutasse a sottomettere alcune tribù vicine. Gli offrì una parte del suo regno e la principessa Betieia in sposa. Da Batieia ebbe figli: Ilo, Erittonio, ai quali si aggiunge Zacinto, e una figlia, Idea, dal nome della nonna materna.
Dardano propose di fondare una città sulla collina di Ate che sorge nella pianura dove ora si trova Troia o Ilio; ma quando un oracolo di Apollo Frigio lo avvertì che in tal caso le calamità si sarebbero abbattute senza fine sui suoi abitanti, scelse una località sulle pendici del monte Ida e chiamò quella città Dardania. Alla morte di Teucro, Dardano gli succedette dando il suo nome all'intero regno ed estese il suo potere su molte nazioni asiatiche. Mandò anche coloni in Tracia e più oltre.
Frattanto il figlio minore di Dardano, Ideo, l'aveva seguito nella Troade portando con sé le sacre immagini; il che permise a Dardano di istruire la sua gente nei Misteri di Samotracia. Un oracolo gli assicurò che la città che egli stava per fondare sarebbe stata invincibile finché la dote di sua moglie fosse rimasta sotto la protezione di Atena. Ideo si stabilì sul monte Ida che, secondo alcuni, prese da lui quel nome; e colà istituì i Misteri della frigia gran madre degli dèi.
Secondo la tradizione latina, il padre di Dardano e di Iasione era il principe di Tirrenia, Corito (secondo altre tradizioni, Dardano e Iasione sono figli di Zeus ed Elettra, direttamente). Ambedue emigrarono dall'Etruria, dopo aver diviso tra loro le sacre immagini. Iasione andò a Samotracia e Dardano nella Troade. Mentre combatteva contro i Bebrici che cercavano di ributtare in mare i Tirreni, Dardano perdette l'elmo e per recuperarlo spinse all'attacco le sue truppe che stavano per battere in ritirata. La vittoria gli arrise e fondò allora una città chiamata Corito sul campo di battaglia, sia in memoria del suo elmo (corys) sia in memoria di suo padre.

DATTILI: Rea, nelle doglie del parto di Zeus, per alleviare la sofferenza, premette le dita al suolo da cui balzarono fuori i Dattili: cinque femmine corrispondenti alle dita della mano sinistra e cinque maschi corrispondenti alle dita della mano destra. Il nome di Dattili ricorda appunto la loro origine daktylos (dito). Si ritiene tuttavia generalmente che essi vivessero sul monte Ida in Frigia molto tempo prima della nascita di Zeus; e alcuni dicono che la Ninfa Anchiale li generò nella grotta del Ditte presso Oasso. Altri sostengono che i Dattili erano i Cureti che protessero Zeus fanciullo in Creta e che in seguito si recarono in Elide e innalzarono un tempio per propiziarsi Crono.
I Dattili erano fabbri e furono i primi a scoprire il ferro nel vicino monte Berecinzio; e le loro sorelle, che si stabilirono a Samotracia, suscitavano grande stupore con le loro opere di magia e iniziarono Orfeo ai misteri della Dea Madre; i loro nomi sono un segreto ben custodito.
Ma neanche il loro numero era stabilito. Si diceva fossero cinque, o, più spesso, dieci, se non addirittura cento. Una tradizione dell'Elide li nomina: Eracle (distinto dal figlio d'Alcmena), Peonio, Epimede, Giasio e Ida (o Acesida). Eracle, avendo portato un oleastro dalla terra degli Iperborei a Olimpia, indusse i suoi fratelli a disputare una gara in quel luogo e così nacquero i Giochi Olimpici. Si dice anche che Eracle incoronò Peonio, il vincitore, con un ramo di oleastro; e che in seguito tutti dormirono su letti di verdi foglie d'olivo. In verità il vincitore dei giochi fu incoronato con l'ulivo soltanto dopo la settima Olimpiade, quando l'oracolo di Delfi ingiunse a Ifito di sostituire appunto con l'olivo il ramo di melo usato fino ad allora come premio della vittoria.
Si racconta pure di soli tre Dattili, servi della dea madre Cibele: Acmone (l'incudine), Damnameneo (il martello) e Celmi (il ferro o il coltello). Taluni dicono che Celmi fu trasformato in ferro perché aveva osato insultare Rea.

DEDALO: figlio di Eupalamo e di Alcippe. Secondo altre tradizioni, suo padre era Palemone, o anche Metione, nipote d'Eretteo. Socrate sosteneva d'essere un discendente di Dedalo.
Artigiano ateniese il cui nome significa "l'ingegnoso", era famoso per le sue innumerevoli invenzioni. Dedalo crebbe e si rivelò il miglior pittore e il più abile scultore d'Atene; le sue opere sembravano reali. Egli era la personificazione del lavoro, dell'inventività umana, delle arti. Sua sorella gli affidò il figlio Perdice (chiamato anche Talo o Calo) come apprendista, ma il fanciullo si rivelò persino più dotato di Dedalo, e inventò la sega ispirandosi alla dentatura di un serpente o alla pinna dorsale di un pesce, nonché il compasso e il tornio da vasaio. Dedalo, preso da un eccesso di gelosia verso il nipote, lo uccise facendolo precipitare in mare dalla collina dell'Acropoli. Atena, che l'amava per la sua abilità, lo vide cadere e lo trasformò nella pernice che da lui prese il nome. Per questo crimine Dedalo venne condotto davanti alla corte dell'Areopago ed esiliato a Creta perché giudicato colpevole (oppure vi si recò volontariamente).
A Creta il re Minosse lo accolse e Dedalo compì per lui molte opere, la più strana invenzione fu la vacca artificiale. La regina Pasifae aveva confidato a Dedalo la sua insana passione per un toro bianco, e Dedalo le costruì una vacca di legno ricoperta con una pelle di vacca e montata su quattro ruote abilmente celate negli zoccoli. Poi, la spinse in un prato nei pressi di Gortina, dove il toro bianco stava pascolando tra le vacche di Minosse. Pasifae si introdusse nella vacca di legno attraverso uno sportello scorrevole, sistemando le gambe nelle zampe posteriori. Ben presto il toro bianco trotterellò verso la finta vacca e la montò: così Pasifae potè soddisfare il proprio desiderio e diede in seguito alla luce il Minotauro, un mostro con la testa di toro e il corpo umano. Minosse, per evitare lo scandalo e nascondere il mostruoso figlio di Pasifae, commissionò a Dedalo la costruzione di un labirinto sotterraneo, al centro del quale celò il Minotauro. Minosse, ogni anno (altri dicono ogni tre anni, oppure ogni nove anni), gli dava in pasto sette giovani e sette ragazze, tributo ch'egli aveva imposto alla città di Atene. Quando Teseo giunse a Creta per combattere il Minotauro, Dedalo suggerì ad Arianna, innamorata dell'eroe, di dargli un gomitolo di filo che gli avrebbe permesso, se lo avesse srotolato man mano che avanzava, di tornare poi indietro.
Allorché Minosse scoprì che Dedalo aveva preso parte all'impresa di Teseo, lo rinchiuse nel labirinto insieme al giovane figlio Icaro (avuto da una schiava di Minosse, chiamata Naucrate). Sapendo che per vie normali la fuga dal labirinto da lui stesso costruito era impossibile, Dedalo costruì allora un paio di ali per se stesso e un altro paio per Icaro. Dopo aver legato le ali alle spalle di Icaro, gli raccomandò di non volare troppo in alto, perché il sole farebbe sciogliere la cera; né troppo in basso, perché le piume potrebbero essere inumidite dagli spruzzi del mare. Infilò poi le braccia nelle proprie ali e si levò verso il cielo, seguito da Icaro. Volarono diretti verso nord-est oltre Nasso, Delo e Paro; ma, preso dall'entusiasmo, Icaro volò troppo alto e, avvicinandosi al sole, la cera che teneva unite le piume si sciolse ed egli cadde nel mare che porta il suo nome. Dedalo atterrò sull'isola ora chiamata Icaria, recuperò il corpo del figlio dal mare e gli diede onorata sepoltura. Una pernice appollaiata su una quercia lo osservò scavare la fossa squittendo di gioia: era l'anima di Perdice, finalmente vendicata.
Altri non credono a questa storia e dicono che Dedalo fuggì da Creta su una barca fornitagli da Pasifae e si diresse verso la Sicilia; mentre si accingeva a sbarcare su un'isoletta in compagnia del figlio, costui cadde in mare e annegò. Dedalo continuò a navigare verso occidente finché sbarcò a Camico in Sicilia, dove fu ospitalmente accolto da re Cocalo, e visse tra i Siciliani costruendo molti splendidi edifici.
Frattanto Minosse partì alla ricerca di Dedalo, portando con sé una conchiglia di Tritone, e ovunque giungesse prometteva una ricompensa a chi fosse stato capace di farvi passare da un capo all'altro un filo di lino: egli sapeva che soltanto Dedalo era in grado di risolvere quel problema. Giunto a Camico, egli offrì la conchiglia a Cocalo proponendogli di tentare la prova. Cocalo passò la conchiglia a Dedalo che subito scoprì come fare. Legato un filo sottilissimo a una formica, praticò un forellino sulla punta della conchiglia e indusse la formica a introdursi nelle sue spirali interne ungendo di miele questo foro. Poi legò un filo di lino all'altra estremità del filo più sottile e la formica li fece passare ambedue attraverso il forellino. Quando Cocalo restituì la conchiglia perfettamente infilata, Minosse capì d'aver trovato finalmente il nascondiglio di Dedalo, e ordinò che questi gli fosse consegnato. Ma le figlie di Cocalo non volevano separarsi dall'artefice che costruiva per loro splendidi balocchi e col suo aiuto tramarono ai danni di Minosse. Dedalo introdusse un tubo nel tetto della stanza da bagno e attraverso quel tubo versò acqua bollente o, come altri sostengono, pece bollente, su Minosse che stava facendo un bagno tiepido, e lo uccise. Cocalo restituì poi il cadavere ai Cretesi dicendo che Minosse, inciampando in un tappeto, era caduto in un calderone d'acqua bollente.
Fra i tanti lavori attribuiti a Dedalo, gli antichi annoverano pure un canale in Sicilia, le terme di Selinunte, le fortificazioni di Agrigento e templi vari in diversi luoghi; in genere poi lo si faceva inventore di tutti gli utensili necessari al lavoro: ascia, filo a piombo, sega, trapano, trivella. A lui gli antichi attribuivano tutti gli edifici, le statue, i meccanismi la cui origine era ignota. Molte rozze statue di legno conservate in antichi templi venivano considerate come opera sua. Il mito di Dedalo è esposto, fra gli altri, da Ovidio nelle Metamorfosi (VIII, 183-259).