MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera E

Elena.

ELENA: mitica eroina greca; la tradizione più diffusa del mito la dice figlia di Zeus e di Leda, moglie di Tindaro (o Tindareo), re di Sparta. Dall'unione del dio, in forma di cigno, con Leda derivò un uovo (oppure due, secondo un'altra versione), da cui nacquero Elena, i Dioscuri e Clitennestra. Altre fonti dicono Elena figlia di Zeus e di Nemesi, o di Zeus e di un'Oceanina (secondo Esiodo). Il culto attestato nella Laconia, a Terapne, nell'Argolide e a Rodi, fa pensare a Elena come a una divinità lunare. Intorno alla figura di Elena si raccoglie un nucleo assai famoso e importante di miti.
Bambina (aveva infatti dodici anni appena), fu rapita da Teseo e dal suo amico Piritoo, mentre ella stava offrendo un sacrificio nel tempio di Artemide, a Sparta. Teseo la condusse in Attica, ad Afidna, dove l'affidò a sua madre, Etra; ma Castore e Polideuce, approfittando dell'assenza di Teseo che era partito con Piritoo per gli Inferi a rapire Persefone, la liberarono con l'aiuto di Decelo, eroe eponimo di Decelia, e la riportarono a Sparta insieme alla madre di Teseo.
Quando Elena raggiunse l'età da marito, tutti i principi di Grecia si presentarono al palazzo del re Tindaro con ricchi doni per chiedere la sua mano. Tindaro non respinse alcuno dei pretendenti né, d'altro canto, volle accettare i doni offerti; poiché temeva che la sua preferenza per questo o per quel principe potesse far nascere dispute tra gli altri. Accettò invece il consiglio di Odisseo: di far giurare a tutti i pretendenti di rispettare la scelta di Elena e di prestare aiuto, all'occorrenza, a colui che ella avesse prescelto. I principi greci acconsentirono e prestarono solenne giuramento davanti a un cavallo sacrificale. Non si sa se Tindaro stesso scelse il marito di Elena, oppure se essa indicò la propria preferenza cingendo con una corona il capo dell'eletto. Sposò comunque Menelao che divenne re di Sparta dopo la morte di Tindaro e la divinizzazione dei Dioscuri. Menelao ebbe da Elena una figlia, che chiamò Ermione, e forse anche Nicostrato, ma questo figlio non sarebbe nato che dopo il ritorno da Troia.
Più tardi, Elena fu promessa come la più bella delle donne mortali in premio a Paride da Afrodite, giudicata da lui come la più bella nella contesa indetta da Zeus fra le tre dee, Era, Atena e Afrodite. Con questo suo giudizio Paride si attirò l'odio insanabile di Era e di Atena, che si allontanarono complottando la distruzione di Troia; mentre Afrodite già pensava a come tenere fede alla sua promessa. Consigliato da Afrodite, Paride si recò a Sparta, dove Menelao festeggiò il suo arrivo per nove giorni. Durante il banchetto, Paride offrì a Elena i doni che le aveva portato da Troia. Ma quando Menelao partì per Creta per assistere ai funerali del nonno Catreo, lasciò a Elena il compito di intrattenere gli ospiti e di governare in sua assenza. Elena fuggì con Paride la sera stessa e gli fece dono di sé nel primo porto dove gettarono l'ancora, cioè nell'isola di Cranae. Elena abbandonò a Sparta la figlia Ermione di nove anni, ma portò con sé la maggior parte dei tesori di corte; inoltre la accompagnarono cinque ancelle, tra le quali erano due ex regine, Etra, la madre di Teseo e Tisadia, sorella di Piritoo. Sul viaggio dei due amanti, le tradizioni differiscono. La versione più antica racconta che venti favorevoli permisero a Paride di raggiungere Troia in tre giorni; ma ne esiste un'altra secondo la quale una violenta tempesta suscitata da Era costrinse Paride a rifugiarsi a Cipro. Di lì egli fece vela per Sidone, dove fu accolto da re; ma Paride, ormai esperto degli usi del mondo greco, assassinò e derubò a tradimento il suo ospite nella sala dei banchetti. Mentre il ricco bottino veniva imbarcato sulle navi, un gruppo di Sidoni attaccò i Troiani; questi li respinsero e, dopo aspra lotta, presero il largo. Temendo di essere inseguito da Menelao, Paride si attardò per molti mesi in Fenicia, a Cipro e in Egitto; poi, raggiunta finalmente Troia, celebrò le sue nozze con Elena. I Troiani accolsero Elena con entusiasmo, rapiti da tanta bellezza.
Secondo una versione del tutto diversa, Ermete rapì Elena per ordine di Zeus e la affidò a re Proteo d'Egitto; intanto un fantasma di Elena, fabbricato da Era (o secondo altri, da Proteo) con una nuvola, fu mandato a Troia con Paride, al solo scopo di provocare la guerra. Quando Paride decise di fare di Elena sua moglie, non pensava di dover pagare a caro prezzo questo oltraggio all'ospitalità di Menelao. Era mandò Iride a Creta con la notizia del ratto e Menelao si precipitò a Micene, dove supplicò il fratello Agamennone di chiamare subito gli uomini validi alle armi e di guidare un esercito contro Troia. Agamennone acconsentì a prendere tali provvedimenti soltanto se i messaggeri che avrebbe inviato a Troia per chiedere la restituzione di Elena fossero ritornati a mani vuote. Priamo rispose che non sapeva nulla di quella faccenda (Paride infatti stava ancora navigando nel sud) e chiese quale soddisfazione era stata data ai suoi araldi per il ratto di Esione, sua sorella. Le ambascerie non ebbero dunque successo e un grande esercito, composto da tutte le forze greche, si riunì deciso a conquistare Troia. L'atteggiamento di Elena durante la guerra e l'assedio è ambiguo. Dopo la morte di Paride, ucciso da una freccia scagliata da Filottete, Eleno e Deifobo si disputarono la mano di Elena e Priamo appoggiò le pretese di Deifobo affermando che egli si era dimostrato il più valoroso in battaglia. Ma Elena non poteva scordare d'essere ancora regina di Sparta, e una notte una sentinella la sorprese mentre tentava di calarsi giù dalle fortificazioni con una corda. Fu condotta dinanzi a Deifobo che la costrinse a sposarlo, con grande disgusto degli altri Troiani. Allorché Odisseo, per spiare i nemici, cercò asilo in Troia come se fosse uno schiavo fuggiasco, Elena credette di riconoscerlo, benché fosse sporco, sanguinante e coperto di stracci. Ma lei non lo tradì. Euripide racconta che Elena rivelò la presenza di Odisseo a Ecuba, ma che questa si accontentò di mandarlo via invece di consegnarlo ai Troiani. Più tardi, Odisseo ritornò a Troia, sempre travestito, e accompagnato da Diomede per sottrarre il Palladio. Anche questa volta, fu riconosciuto da Elena, però ella non si limitò a tacere e lo aiutò concretamente. Quando il Cavallo di legno fu introdotto nella città, al calar dela sera Elena uscì, in compagnia di Deifobo, dal palazzo e girò tre volte attorno al cavallo, battendogli la mano sui fianchi; poi imitando le voci delle spose dei condottieri cercò di spingerli a tradirsi. Quella notte, esausti per la chiassosa veglia, i Troiani dormirono di un sonno profondo, ma Elena non dormiva, agitava sulla cittadella la fiaccola, segnale per il ritorno della flotta greca imboscata al largo di Tenedo. Frattando Odisseo e Menelao avevano raggiunto la casa di Deifobo e colà si impegnarono in una sanguinosa battaglia. Non si sa chi dei due uccise Deifobo. Taluni dicono che Elena stessa gli immerse una spada nella schiena; e questo suo gesto le permise di raggiungere sana e salva le navi greche.
Il ritorno di Elena e Menelao a Sparta non fu tanto facile. Menelao incappò in una tempesta scatanata da Atena e perdette tutta la sua flotta salvo cinque vascelli che furono spinti dapprima a Creta, poi in Egitto, dove il re trascorse otto anni senza poter salpare per la Grecia. Si recò a Cipro, in Fenicia, in Etiopia e in Libia, bene accolto dai principi di quelle regioni che lo colmarono di doni ospitali. Giunse infine a Faro, dove la Ninfa Idotea gli consigliò di impadronirsi del suo profetico padre Proteo, il dio del Mare: soltanto Proteo infatti poteva dirgli che cosa dovesse fare per rompere l'avverso incanto e assicurare alle sue navi un buon vento del sud. Menelao e i suoi compagni si impadronirono di lui, lo tennero ben saldo e lo costrinsero a profetizzare. Proteo annunciò che Agamennone era stato ucciso e che Menelao doveva recarsi un'ultima volta in Egitto e propiziarsi gli dèi con ecatombi. Menelao obbedì agli ordini di Proteo e non appena ebbe innalzato un cenotafio ad Agamennone, i venti spirarono finalmente favorevoli. Egli giunse a Sparta, accompagnato da Elena, il giorno stesso in cui Oreste vendicava la morte di Agamennone.
Sulla morte di Elena esistono tre discordanti versioni. Secondo quanto era stato predetto da Proteo, essa ritornò a Sparta e colà visse accanto a Menelao, in pace e prosperità, e assieme salirono ai Campi Elisi. La seconda versione dice che essa si recò in Tauride con Menelao e che Ifigenia li sacrificò entrambi ad Artemide. Secondo la terza versione, Elena si sarebbe rifugiata a Rodi, presso la sua antica amica Polisso, vedova del re Tlepolemo, ucciso nella guerra di Troia al fianco dei Greci. Polisso mostrò di accoglierla ospitalmente, ma decise di vendicarsi, affidando ad alcune ancelle, travestite da Erinni, il compito di impiccare Elena.