MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera E

Eracle.

ERACLE: fu il più famoso e il più popolare degli eroi greci e oggetto di un numero sterminato di leggende. Il mito lo dice figlio di Zeus e di Alcmena, moglie di Afintrione, della quale Zeus si invaghì e ne ingannò l'onestà presentandosi a lei sotto l'aspetto del marito assente. Alcmena godette innocentemente della gioie coniugali durante una lunga notte, durata tre giorni per ordine di Zeus. Il giorno seguente, quando Anfitrione ritornò, esaltato dalla vittoria e dalla passione per Alcmena, fece i suoi doveri coniugali concependo Ificle, gemello uterino di Eracle. Si diceva che, per farsi riconoscere da Alcmena e toglierle ogni possibilità di dubbio, Zeus le offrì in regalo una coppa d'oro ch'era appartenuta a Pterelao, re dei Teleboi. E, inoltre, le raccontò, come se fossero sue, le imprese compiute durante la spedizione dal vero Anfitrione.
Poco prima della nascita di Eracle, Zeus annunciò solennemente agli dèi riuniti a congresso che sulla terra stava per nascere un discendente della sua stirpe destinato a regnare su Argo e su tutti i discendenti di Perseo; ma Era, come dea dei parti, in odio ad Alcmena ne ritardò la nascita, affrettando invece il parto della moglie di Stenelo e la nascita di Euristeo, pure discendente da Zeus. Con questa astuzia Era ottenne che Euristeo, secondo promessa di Zeus, avesse il regno di Micene, ed Eracle, forte e robusto, fosse costretto a servire al debole Euristeo. Benché Zeus non potesse rimangiarsi il giuramento e permettere a Eracle di governare sulla casa di Perseo, persuase tuttavia Era ad acconsentire che, dopo aver compiuto le imprese impostegli da Euristeo, il giovane sarebbe diventato un dio.
Una leggenda racconta che Alcmena, temendo la gelosia di Era, abbandonò il suo bimbo neonato in un campo fuori delle mura di Tebe, e colà, per istigazione di Zeus, Atena condusse Era a passeggiare. Atena, stupita per il vigore e la bellezza del neonato, chiese ad Era di offrirgli il seno. Era prese il bambino e si denudò il petto, ed Eracle ci si attaccò con tanta forza che la dea gemendo per il dolore lo allontanò da sé; un getto di latte volò verso il cielo e divenne la Via Lattea. Ma ormai Eracle era immortale e Atena sorridendo lo restituì ad Alcmena, raccomandandole di averne cura e di farlo crescere bene. I Tebani ancor oggi mostrano il luogo dove Era fu così ingannata; il campo è chiamato "Pianura di Eracle".
Taluni tuttavia dicono che Ermete portò Eracle neonato sull'Olimpo; che Zeus stesso lo posò sul petto di Era mentre la dea dormiva; e che la Via Lattea si formò quando Era, destatasi, lo allontanò da sé, oppure quando Eracle, avendo succhiato più latte di quanto la sua bocca ne poteva contenere, lo rigurgitò. In ogni caso, Era fu la madre adottiva di Eracle, seppure per breve tempo, e i Tebani perciò lo considerano addirittura suo figlio e dicono che egli si chiamava Alceo prima che la dea lo allattasse, e gli fu poi mutato il nome in onore di lei.
Allorché Eracle ebbe otto o dieci mesi, Era tentò di farlo morire. Una notte dormiva con il fratello gemello Ificle, quando due serpenti entrarono nella loro camera. Ificle strillò e cercò di fuggire, Eracle invece senza lanciare nemmeno un gemito strangolò, uno per mano, i due serpenti. Alcmena e Anfitrione erano accorsi nella stanza dei bambini e Anfitrione non ebbe alcuna difficoltà a capire quele dei due era figlio del dio.
Quando Eracle non fu più un bambino, Anfitrione gli insegnò a guidare il cocchio e a girare attorno alla méta senza sfiorarla. Castore gli diede lezioni di scherma, lo istruì nell'arte di maneggiare le armi e nella tattica di cavalleria e fanteria. Uno dei figli di Ermete fu il suo maestro di pugilato: o Autolico o Arpalico, così orrendo a vedersi quando combatteva che nessuno osava affrontarlo. Eurito gli insegnò a maneggiare l'arco, o forse lo fu scita Teutaro, uno dei mandriani di Anfitrione, che gli regalò il proprio arco con le frecce, o forse lo stesso Apollo. Ma Eracle superò tutti gli arcieri che fossero mai esistiti e persino il suo compagno Alcone, padre di Falero l'Argonauta, che sapeva trapassare una serie di anelli posti sugli elmi dei soldati in fila o fendere una freccia in bilico sulla punta di una lancia. Eumolpo insegnò a Eracle a cantare e a suonare la lira; mentre Lino, figlio del dio del fiume Ismenio, lo introdusse allo studio dei rudimenti delle lettere e della musica. Un giorno, durante l'assenza di Eumolpo, Lino volle dare a Eracle lezioni di lira; il ragazzo si rifiutò di seguire principi diversi da quelli impartitigli da Eumolpo e, fustigato in punizione della sua caparbietà, uccise Lino con uno sgabello, o con un colpo di lira. Processato per assassinio, Eracle citò la legge di Radamanto che giustificava l'uso della violenza contro un aggressore, e si assicurò così l'assoluzione. Anfitrione, tuttavia, temendo che il ragazzo potesse commettere altri crimini, lo mandò a pascolare le mandrie in un suo possedimento agreste, e colà egli visse fino al suo diciottesimo anno, sopravvanzando tutti i coetanei per statura, forza e coraggio. Di solito si attribuisce a Eracle una statura di quattro cubiti e un piede, ma altri sostengono che egli non superava la statura normale. Non si sa chi insegnò a Eracle l'astronomia e la filosofia, però egli era assai dotto in ambedue gli argomenti.
Eracle si vantava di non aver mai iniziato un litigio, ma di aver sempre trattao i suoi aggressori così come essi volevano trattare lui. Un certo Termero usava uccidere i viandanti sfidandoli a battersi con lui a testate; il cranio di Eracle si dimostrò il più solido ed egli spaccò la testa di Termero come se fosse un uovo. Eracle, tuttavia, era cortese per natura, e fu il primo mortale che spontaneamente restituì ai nemici le spoglie dei loro morti perché le seppellissero.
Giunto al diciottesimo anno di età, Eracle lasciò le mandrie e si preparò ad affrontare il leone del Citerone, che faceva strage tra il bestiame di Anfitrione e del suo vicino re Tespio. Il leone aveva un'altra tana sul monte Elicona, ai piedi del quale si trova la città di Tespia. Eracle era impegnato tutto il giorno nella caccia al leone e la sera tornava a dormire nel palazzo di re Tespio. In capo a cinquanta giorni riuscì a uccidere il leone. Ma per tutto questo periodo, il re, che aveva avuto cinquanta figlie dalla moglie Megamede e che desiderava avere nipoti dall'eroe, fece in modo di mettere, ogni sera, nel suo letto una delle figlie. Così tutte si giacquero con Eracle. Altri dicono che soltanto una si rifiutò al suo amplesso e rimase vergine fino alla morte, servendo come sacerdotessa nel santuario di Tespia. Tuttavia Eracle generò cinquantuno figli dalle figlie di Tespio (i Tespiadi), perché Procri, la maggiore, ebbe due gemelli, Antileone e Ippeo, e la più giovane altri due.
Eracle di ritorno dall'Elicona, si imbattè negli araldi mini del re di Orcomeno, Ergino, e chiese loro quale fosse lo scopo del loro viaggio. Essi, con tono sprezzante, risposero che dovevano ricordare ai Tebani l'atto di clemenza di Ergino, il quale si era limitato ad esigere, per la morte di suo padre Climeno, una mandria di cento capi invece di mozzare le orecchie, il naso e le mani di ogni cittadino tebano. Eracle, furibondo, mutilò gli araldi nel modo da essi descritto, e li rimandò a Orcomeno con le estremità sanguinanti legate con una corda attorno al collo. Ergino, indignato per così oltraggioso misfatto, marciò contro Tebe. Eracle, armato da Atena e con l'aiuto dei Tebani che si erano a loro volta equipaggiati con tutte le armi trovate nei templi della città in offerta agli dèi per le battaglie vittoriose, affrontò Ergino e lo uccise insieme alla maggior parte dei suoi capitani. Questa vittoria fu subito sfruttata da Eracle che calò su Orcomeno, ne abbattè le porte, saccheggiò il palazzo reale e obbligò i Mini a pagare a Tebe un doppio tributo. Nella batttaglia, Anfitrione venne ucciso, combattendo valorosamente a fianco del figlio. Secondo un'altra tradizione, Anfitrione morì più tardi, dopo aver portato a buon fine, con Eracle, la spedizione contro il re d'Eubea Calcodonte ed aver assistito all'uccisione di tutti i nipoti.
Per gratitudine Creonte, re di Tebe, diede a Eracle in sposa sua figlia Megara e lo nominò protettore della città, mentre Ificle sposò la figlia più giovane, Pirra. Megara dette vari figli all'eroe: otto, secondo Pindaro; tre, secondo Apollodoro, Terimaco, Creontiade e Deicoonte. Altre tradizioni ne conoscono sette o cinque. Ificle, fratello dell'eroe, aveva già generato Iolao, futuro compagno di Eracle, in Automedusa, figlia di Alcatoo.
Era, accecata dai successi di Eracle, lo fece impazzire. Dapprima egli assalì il suo carissimo nipote Iolao, il figlio maggiore di Ificle, che riuscì a sfuggire ai suoi attacchi; poi, scambiando sei dei propri figli per dei nemici, li passò a fil di spada e ne gettò i corpi su un rogo, con i cadaveri di altri due figli di Ificle. Stava accingendosi a uccidere anche Anfitrione, allorché Atena lo colpì al petto con un sasso e gli fece perdere i sensi. Quando recuperò la ragione, si chiuse in una camera buia per alcuni giorni, evitando il contatto con i suoi simili; poi, purificato da re Tespio, si recò a Delfi per chiedere che cosa dovesse fare. La Pizia gli consigliò di fissare la residenza a Tirinto, di servire Euristeo per dodici anni e di compiere tutte le fatiche che Euristeo stesso ritenesse opportuno di imporgli. Come compenso gli sarebbe stata concessa l'immortalità. A tale annunciò Eracle cadde in una cupa disperazione, poiché gli ripugnava di servire un uomo che sapeva essergli di molto inferiore; tuttavia non osava opporsi al volere di Zeus. Molti amici lo confortarono in quella circostanza; e infine, quando il passar del tempo ebbe in qualche modo alleviato il suo dolore, egli si mise a disposizione di Euristeo.
Fu detto che, quando Eracle iniziò le sue Fatiche, Ermete gli donò una spada, Apollo un arco con frecce, Atena la corazza ed Efesto bronzei schinieri e un elmo adamantino. Una coppia di cavalli fu il dono di Poseidone; quello di Zeus un magnifico e infrangibile scudo. Eracle, in verita, disprezzava le armature e, dopo la sua prima Fatica, non portava con sé nemmeno la lancia: si affidava alla clava, all'arco e alle frecce. Raramente si servì della clava dalla bronzea punta che gli aveva donato Efesto, preferendole quelle che egli stesso aveva ricavate da un tronco di oleastro. Iolao, nipote di Eracle, partecipò alle sue Fatiche come auriga o come reggitore di scudo.
Le prime sei Fatiche hanno come scenario il Peloponneso, altre due si svolgono in remoti angoli del mondo greco, le restanti quattro in luoghi fantastici tra cui il regno dei morti. Atena fornì sempre a Eracle un aiuto generoso.

I - Il leone di Nemea. La prima fatica che Euristeo impose ad Eracle fu di uccidere e scuoiare il leone Nemeo, una belva enorme invulnerabile da ferro, bronzo o pietra. Benché alcuni dicano che questo leone fosse nato da Tifone o dalla Chimera e dal cane Ortro, altri sostengono che Selene lo generò con un terrificante sobbalzo e lo lasciò cadere sulla terra, e precisamente sul monte Treto presso Nemea, dinanzi a una grotta a due uscite.
Giunto a Cleone, tra Corinto e Argo, Eracle alloggiò nella casa di un contadino o pastore chiamato Molorco, il cui figlio era stato ucciso dal leone. Molorco si preparava a offrire un ariete a Era come sacrificio propiziatorio, ma Eracle lo trattenne, chiedendogli d'aspettare trenta giorni: se fosse ritornato sano e salvo l'avrebbe potuto sacrificare a Zeus Salvatore; se no, avrebbe potuto considerarlo morto e sacrificare l'ariete alla sua memoria.
Eracle raggiunse Nemea a mezzogiorno e si recò sul monte Treto, dove vide da lontano il leone che ritornava alla sua tana. Scagliò frecce in rapida successione, ma tutte rimbalzarono sulla fitta pelliccia. Allora dié di piglio alla spada, che si piegò quasi fosse di stagno. Infine agguantò la sua clava e vibrò un tal colpo sul muso del leone che entrò nella sua tana scrollando il capo. Eracle, fissando la sua clava infranta, decise allora di bloccare uno degli ingressi della caverna ed entrò dall'altro. Certo ormai che il mostro fosse invulnerabile dalle armi, iniziò con lui una lotta terribile. Immobilizzatagli la testa, gli premette il braccio contro la gola finché lo soffocò.
Con la carcassa del leone sulle spalle, Eracle ritornò a Cleone; vi giunse al trentesimo giorno e trovò Molorco sul punto di offrirgli un sacrificio eroico; invece, sacrificarono insieme a Zeus Salvatore. Compiuto il sacrificio, Eracle si fabbricò una nuova clava e portò la carcassa del leone fino a Micene. Euristeo, stupito e terrorizzato, gli ordinò di non mettere più piede in città. In futuro avrebbe dovuto deporre i frutti delle sue Fatiche dinanzi alle porte.
Eracle si adoperò inutilmente per scuoiare il leone, finché, per divina ispirazione, pensò di servirsi degli artigli della belva, affilati come rasoi, e ben presto potè indossare la pelle invulnerabile a guisa di armatura, mentre il cranio del leone gli copriva il capo come elmo. Frattanto Euristeo ordinò ai suoi fabbri di fornirgli un'urna di bronzo, che seppellì sottoterra. E da quel giorno, ogni qual volta veniva annunciato l'arrivo di Eracle, egli si rifugiava in quell'urna e trasmetteva i suoi ordini per mezzo di un araldo, un figlio di Pelope chiamato Copreo.

II - L'Idra di Lerna. Mostro nato da Echidna e da Tifone e che Era aveva addestrato per minacciare la vita di Eracle. Aveva la sua tana sotto un platano presso lasorgente del fiume Amimone e si aggirava nella palude Lernea, di cui nessuno riuscì a misurare la profondità, e che divenne la tomba di molti incauti viandanti. L'idra aveva un mostruoso corpo di cane e otto o nove teste serpentine, una di esse immortale; ma taluni parlano di cinquanta, altri di cento teste. Ad ogni modo, l'idra era così velenosa che il suo solo respiro e persino il puzzo delle sue tracce potevano uccidere.
Atena aveva ben meditato in quale modo Eracle potesse uccidere l'idra, e quando egli giunse a Lerna, sul suo cocchio guidato da Iolao, gli indicò la tana del mostro. Dietro consiglio della dea, Eracle costrinse l'idra a uscire dalla tana tempestandola di frecce infuocate, e poi l'assalì trattenendo il fiato. Il mostro si avvolse attorno ai suoi piedi, nel tentativo di farlo inciampare. Invano Eracle si accanì con la clava: non appena gli riusciva di spaccare una delle teste dell'idra, subito ne ricrescevano due o tre altre per sostituirla.
Un enorme granchio emerse allora dalla palude per aiutare l'idra e si attaccò al piede di Eracle; schiacciando violentemente il guscio del granchio sotto il tallone, Eracle gridò per invocare il soccorso di Iolao. Iolao diede fuoco a un lembo del bosco e poi, per impedire che nuove teste germogliassero sul corpo dell'idra, ne cauterizzava la radice con rami infuocati, e così fermava il flusso del sangue.
Usando una spada o un aureo falcetto, Eracle tagliò allora la testa immortale, che era in parte d'oro, e la seppellì sotto una pesante roccia ai margini della strada che conduceva a Elea. Poi squartò la carcassa e immerse la punta delle sue frecce nella bile del mostro. Da quel giorno la minima scalfitura prodotta da tali frecce fu sempre fatale.
Per ricompensare il granchio dei suoi servigi, Era lo immortalò tra i segni dello Zodiaco, ed Euristeo dichiarò che quella Fatica non era stata compiuta a dovere, perché Iolao aveva aiutato Eracle con i suoi rami infuocati.

III - La cerva di Cerinea. La terza fatica imposta da Euristeo fu la cattura d'una cerva che viveva a Enoe. Questo agile animale dal mantello maculato aveva zoccoli di bronzo e auree corna, simili a quelle di un cervo, tanto che taluni la considerano un cervo. Era sacra ad Artemide che, ancora fanciulla, vide cinque cerve, di inusitate proporzioni, pascolare sulle rive del fiume tessalico Anauro, ai piedi dei monti Parrasi. Lanciatasi all'inseguimento, la dea ne catturò quattro e le aggiogò alla sua quadriga; la quinta fuggì oltre il fiume Celadone fino alla collina di Cerinea. Tale infatti era la volontà di Era, che aveva già in mente la Fatica di Eracle. Secondo un'altra leggenda, la cerva era un mostro indomabile che saccheggiava i raccolti, ed Eracle, dopo fiera lotta, la sacrificò ad Artemide sul monte Artemisio.
Eracle che non voleva né uccidere né ferire la cerva, portò a termine questa fatica senza ricorrere alla forza. Instancabile, egli la inseguì per un anno intero, spingendosi sino in Istria e nella terra degli Iperborei. Quando, esausta, la cerva si rifugiò infine sul monte Artemisio, e di lì scese al fiume Ladone, Eracle tese l'arco e scoccò una freccia che trafisse le gambe anteriori dell'animale, passando tra l'osso e i tendini, senza fare sgorgare sangue. Poi, gettatasi la cerva sulle spalle, si affretto verso Micene. Attraversando l'Arcadia, incontrò Apollo e Artemide che lo rimproverarono aspramente perché aveva maltrattato la cerva sacra; ma Eracle si difese dicendo di esservi stato costretto e fece ricadere la colpa su Euristeo. La collera della dea allora si placò, ed essa permise all'eroe di portare l'animale vivo sino a Micene.

IV - Il cinghiale Erimanzio. Era una feroce, enorme belva che infestava le pendici del monte Erimanto, coperte da selve di cipressi, e le boscaglie del monte Lampia, devastando la campagna nei dintorni di Psofide. Eracle, passando da Foloe per recarsi sull'Erimanto, fu ospitato dal Centauro Folo che gli offrì carni arrostite, ma non osò aprire la giara di vino che apparteneva a tutti i Centauri finché Eracle non gli ricordò che, quattro generazioni prima, Dioniso aveva lasciato la giara nella grotta appunto perché fosse aperta in quella occasione. Il forte profumo del vino fece perdere la ragione ai Centauri. Armati, si precipitarono verso la grotta di Folo che, terrorizzato, cercava scampo. Eracle, audace, respinse i primi assalitori, con un lancio di carboni infuocati e uccise parecchi Centauri, mentre gli altri raggiunsero Malea dove si rifugiarono presso Chirone, loro re. Una freccia scoccata dall'arco di Eracle trapassò il braccio di Elato e si conficcò nel ginocchio di Chirone. Eracle, angosciato, si accovacciò accanto al vecchio amico ed estrasse la freccia, mentre Chirone stesso gli porgeva i farmaci per medicare la ferita; ma a nulla valsero contro il veleno dell'idra e Chirone si ritirò, ululando per il dolore, sul fondo della grotta; tuttavia non poteva spirare, perché era immortale. Prometeo propose che egli rinunciasse a tale immortalità per porre fine alle sue sofferenze, e Zeus accettò tale richiesta.
Eracle riprese la caccia inseguendo il cinghiale lungo le pendici dell'Erimanto. Catturare l'animale vivo era impresa di grande difficoltà; ma Eracle lo stanò dal folto di un bosco lanciando alte grida, lo spinse in una forra dove la neve era alta e gli balzò sulla schiena. Legatolo con catene, se lo caricò sulle spalle e partì alla volta di Micene. Ma quando seppe che gli Argonauti stavano radunandosi per iniziare il viaggio verso la Colchide, abbandonò il cinghiale ai margini della piazza del mercato e invece di attendere nuovi ordini da Euristeo, che se ne stava nascosto nella sua urna di bronzo, partì con Ilo per unirsi alla spedizione. Non si sa chi finì il cinghiale incatenato, ma le sue zanne sono conservate nel tempio di Apollo a Cuma.

V - Le stalle di Augia. Augia, re d'Elide nel Peloponneso, era figlio di Elio, e in greggi e mandrie era l'uomo più ricco della terra; poiché, per divino favore, le sue bestie erano immuni da malattie e prodigiosamente fertili, né mai abortivano.
Ora, per molti anni nessuno aveva mai ripulito dallo sterco le stalle e gli ovili di Augia e, benché il puzzo nefasto non fosse nocivo per le bestie, fece scoppiare un pestilenza nell'intero Peloponneso. Inoltre, le valli dove le mandrie pascolavano erano coperte da uno strato di sterco così alto che non si poteva più ararle per seminarvi il grano.
Eracle chiamò Augia da lontano e gli propose di ripulirgli le stalle prima del calar del sole in cambio di un decimo del suo bestiame. Augia rise incredulo, e convocò Fileo, il suo figliolo maggiore, perché fosse testimone della proposta di Eracle.
Seguendo il consiglio di Menedemo l'Eleo, e aiutato da Iolao, Eracle dapprima aprì due brecce nelle mura della stalla e poi deviò il corso dei vicini fiumi Alfeo e Peneo o Menio, di modo che le loro acque invasero le stalle e i cortili, ne spazzarono via tutto il sudiciume e avanzarono ancora impetuose per ripulire gli ovili e la vallata adibita a pascolo. Così Eracle compì la sua Fatica in un sol giorno, risanando l'intero paese e senza sporcarsi nemmeno il mignolo. Ma Augia, saputo che Eracle aveva ricevuto da Euristeo l'ordine di ripulire le stalle, rifiutò di versargli la ricompensa promessa e osò persino negare di ave stretto un patto con lui.
Eracle allora propose che il caso fosse sottoposto ad arbitrato. Tuttavia, quando i giudici si furono insediati e Fileo, citato da Eracle, testimoniò il vero, Augia balzò in piedi livido per la rabbia e li bandì ambedue dall'Elide, affermando che Eracle l'aveva tratto in inganno, poiché il lavoro era stato compiuto dagli dèi Fiumi, e non da lui stesso. Peggio ancora Euristeo rifiutò di considerare valida quella Fatica, perché Eracle era stato assoldato da Augia.
Fileo allora si recò a Dulichio, ed Eracle alla corte di Dessameno, re di Oleno; più tardi salvò la figlia di Dessameno, Mnesimache, dagli assalti del Centauro Eurizione.

VI - Gli uccelli Stinfali. Gli uccelli Stinfali avevano becchi, artigli e ali di bronzo, divoravano gli uomini e gli animali lasciando cadere una pioggia di piume di bronzo e producendo un escremento velenoso che bruciava le messi. Essi erano sacri ad Are ed avevano invaso la palude Stinfalia. Colà, vivevano lungo le rive del fiume dallo stesso nome, e di quando in quando si alzavano nell'aria simili a oscura nube.
Giunto alla palude che era circondata da fitte selve, Eracle si accorse che non poteva cacciare gli uccelli con le sue frecce, perché erano troppo numerosi. Inoltre, la palude non pareva né abbastanza bassa perché un uomo vi si potesse addentrare a piedi, né abbastanza profonda per permettere l'uso di una barca. Mentre Eracle indugiava incerto sulla riva, Atena gli diede un paio di nacchere di bronzo, fabbricate da Efesto; o forse si trattava di un sonaglio. Salito su uno sperone roccioso del monte Cillene, che sovrasta la palude, Eracle battè l'una contro l'altra le nacchere, oppure scosse il sonaglio, con tale clangore che gli uccelli si alzarono subito in volo, pazzi di terrore. Eracle li uccise a dozzine mentre volavano verso le isole di Are nel Mar Nero, dove più tardi furono trovati dagli Argonauti. Taluni dicono che Eracle era con gli Argonauti a quell'epoca e uccise molti degli uccelli.
Gli uccelli Stinfali sono grandi press'a poco come gru e assomigliano molto agli ibis, ma i loro becchi diritti possono forare una corazza di metallo.
Secondo altre versioni, i cosiddetti uccelli Stinfali erano donne, figlie di Stinfalo e di Ornite che Eracle uccise, perché gli rifiutarono l'ospitalità. A Stinfalo, nell'antico tempio di Artemide Stinfalia, simulacri di questi uccelli sono appesi al soffitto e dietro l'edificio si trovano statue di fanciulle con gambe di uccello. Colà Temeno, un figlio di Pelasgo, fondò tre templi in onore di Era: nel primo essa era onorata come Fanciulla, perché Temeno l'aveva allevata; nel secondo come Sposa, perché si era unita a Zeus; nel terzo come Vedova, perché aveva ripudiato Zeus ritirandosi a Stinfalo.

VII - Il toro di Creta. Euristeo ordinò a Eracle, come sua settima Fatica, di catturare il toro di Creta che, secondo gli uni, aveva rapito Europa per conto di Zeus e, secondo gli altri, era stato l'amante di Pasifae. A quel tempo devastava la terra cretese e specialmente la regione bagnata dal fiume Tetride, sradicando le piante e abbattendo i muri degli orti.
Quando Eracle veleggiò verso Creta, Minosse gli offrì ogni aiuto in suo potere, ma Eracle preferì catturare il toro da solo, benché l'animale sputasse fiamme dalle nari. Dopo un'aspra lotta, Eracle riportò il toro a Micene, dove Euristeo, dedicandolo a Era, lo rimise in libertà. Era tuttavia, considerando odioso un dono che le ricordava la gloria di Eracle, guidò il toro dapprima a Sparta e poi di nuovo attraverso l'Arcadia e oltre l'istmo sino a Maratona in Attica. Qui più tardi uccise Androgeo, figlio di Minosse e re di Paro, prima di cadere vittima di Teseo che lo trascinò ad Atene per sacrificarlo ad Atene. Tuttavia molti ancora negano l'identità tra il toro di Creta e quello di Maratona.

VIII - Le cavalle di Diomede. Euristeo ordinò a Eracle di recarsi in Tracia a catturare le quattro cavalle selvagge di Diomede, re dei bellicosi Bistoni. Esse erano il terrore di tutta la Tracia. Diomede infatti teneva le sue cavalle legate con catene di ferro a mangiatoie di bronzo, e le nutriva con la carne degli stranieri che approdavano nel suo paese. Un'altra leggenda vuole che si trattasse di stalloni e non di cavalle, e si chiamavano Podargo, Lampone, Xanto e Deino.
Eracle partì con un piccolo gruppo di volontari e si fermò a Fere a far visita al suo amico re Admeto. Giunto a Tirida sopraffece gli stallieri di Diomede e condusse le cavalle sulla spiaggia, dove fu attaccato dai Bistoni che accorrevano a difendere le cavalle. Eracle le affidò al suo compagno Abdero, un figlio di Ermete, nato ad Oponte di Locride. Le giumente uccisero il giovane trascinandolo. Eracle, frattanto, vinse i Bistoni, uccise il loro re Diomede e fondò sulla costa una città chiamata Abdera, dal nome del giovane ch'egli amava. Poi portò le giumente a Euristeo. Ma questi le lasciò libere, ed esse furono divorate da bestie feroci sul massiccio del monte Olimpo. Un'altra tradizione vuole che Eracle abbia ucciso Diomede esponendolo alle proprie giumente, che lo divorarono. In seguito, l'eroe avrebbe portato le bestie da Euristeo, il quale le avrebbe consacrate ad Era.

IX - La cintura di Ippolita. Admeta, la figlia di Euristeo, chiese di avere l'aurea cintura che Ares aveva donato a Ippolita, regina delle Amazzoni.
Eracle partì con un gruppo di volontari, tra cui Iolao, Telamone, Peleo e forse anche Teseo, fermandosi lungo il percorso all'isola di Paro, nelle Cicladi. Quando i Pari, governati da Androgeo, figlio di MInosse di Creta, uccisero due dei suoi uomini, scesi a terra per far provvista d'acqua, Eracle furente attaccò la città e prese in ostaggio due dei figli del re, Alceo e Stenelo. Navigò poi attraverso l'Ellesponto e giunse in Misia, dove fu ospitato dal re Lico di Paflagonia. In cambio diede il suo appoggio a Lico nella guerra contro i Bebrici, e poi ripartì diretto alla terra delle Amazzoni.
Giunto nel porto di Temiscira, Ippolita gli fece visita e, attratta dal suo corpo muscoloso, gli offrì la cintura di Ares come pegno d'amore. Era, furiosa all'idea che l'eroe ottenesse una vittoria con così poco sforzo, si trasformò in un'amazzone e convinse le altre che Eracle voleva rapire la loro regina. Al che le indignate guerriere balzarono a cavallo e si lanciarono all'assalto della nave. Eracle, che sospettò un tradimento, uccise Ippolita, le sfilò la cintura e ripartì. Secondo un'altra versione, Eracle catturò Melanippa e Teseo rapì Antiope, due compagne di Ippolita. Melanippa venne restituita a Ippolita in cambio della cintura, mentre Antiope restò con Teseo, di cui si era innamorata e per questa ragione alcuni dissero che aveva tradito la sua gente vendendola ai Greci.
Al suo ritorno, Eracle si fermò ad aiutare Laomedonte, re di Troia, la cui terra era tormentata da un mostro marino mandato da Poseidone per vendicare il rifiuto di Laomedonte di pagare quanto stabilito per la costruzione delle mura di Troia, lavoro svolto da Apollo e dallo stesso Poseidone. Laomedonte era sul punto di sacrificare sua figlia Esione al mostro, ma Eracle la salvò e fece un patto con il re: avrebbe distrutto il mostro in cambio delle cavalle che Laomedonte aveva ricevuto da Zeus. Laomedonte acconsentì e parlò con l'eroe restando sempre nascosto dietro un muro che Atena aveva costruito per proteggerlo. Alla fine Eracle venne inghiottito dalla bestia, ma riuscì a ucciderla pur trovandosi nel suo ventre. Ma ancora una volta Laomedonte venne meno alla parola data ed Eracle gli giurò vendetta.
Tornando verso la Grecia, Eracle approdò a Eno, in Tracia, dove fu ospitato da Poltide e mentre era sul punto di riprendere il mare, uccise con una freccia, sul lido eneo, l'insolente fratello di Poltide, Sarpedone, figlio di Poseidone. Conquistò anche l'isola di Taso e la diede ai Pari, Alceo e Stenelo. Giunto a Tirinto, diede la cintura delle Amazzoni a Euristeo il quale la dedicò a Era in un tempio di Argo.

X - Il bestiame di Gerione. Euristeo ordinò ad Eracle di impossessarsi del bestiame di Gerione e di portarlo ad Argo. Gerione, figlio di Crisaore e di Calliroe possedeva immense mandrie di buoi, che il suo pastore Eurizione custodiva nell'isola d'Erizia. Eurizione aveva come aiuto il mostruoso cane Ortro, nato da Tifone e da Echidna. Non lontano da lì, Menete, il pastore di Ade, faceva pascolare le mandrie di quel dio.
Eracle si recò in Libia e marciò a occidente verso l'Oceano. Non sopportando la calura incoccò una freccia nell'arco e la scagliò contro Elio, il quale non solo non s'irritò a questo gesto, ma gli prestò il suo nappo d'oro, perché in esso navigasse fino a Erizia. Al suo passaggio a Tartesso, eresse due colonne, da entrambe le parti dello stretto che separa la Libia dall'Europa. Eracle dovette minacciare con le frecce il dio Oceano che, per metterlo alla prova, fece beccheggiare pericolosamente il nappo sui flutti. L'Oceano ebbe paura, e la traversata si fece subito tranquilla. All'arrivo nell'isola, Eracle fu scorto dal cane Ortro, che si scagliò su di lui, ma egli lo abbattè con un colpo della sua clava; ed Eurizione, il mandriano di Gerione, correndo in aiuto di Ortro, morì allo stesso modo. Eracle allora condusse gli animali sull'imbarcazione. Menete, che badava alle mandrie di Ade in un pascolo limitrofo, informò Gerione del furto e il mostro inseguì Eracle, il quale lo uccise sul fiume Antemo. Quindi Eracle partì verso Tartesso dove restituì il nappo d'oro a Elio con tanti ringraziamenti, e proseguì a piedi attraverso la Spagna e il sud della Francia. Mentre Eracle percorreva la Liguria, i Liguri cercarono di rubare la mandria e di catturare l'eroe che si trovò sprovvisto di frecce, ma Zeus, provvidenziale, fece cadere una pioggia di pietre, e così i Liguri furono messi in fuga. Sempre in Liguria due briganti, figli di Poseidone, Alebione e Dercino, vollero spogliarlo del bottino, ma egli li uccise. Poi continuò il viaggio attraverso l'Etruria. Giunto sulle rive dell'Albula, in seguito chiamato Tevere, Eracle uccise il mostruoso Caco e accettò l'ospitalità di re Evandro, stabilendo il suo culto all'Ara Maxima. Nei pressi della città campana di Baia costruì una diga su cui fece passare la mandria di Gerione. Raggiunse Reggio, in Calabria, dove uno dei tori si staccò dal branco e, tuffandosi nel mare, nuotò sino alla Sicilia. Questo toro giunse nella pianura di Erice, nel paese degli Elimi, il cui re Erice lo accolse nel suo gregge e si rifiutò di restituirlo, ma finì con l'essere ucciso da Eracle, mentre Efesto era preposto alla custodia del resto della mandria.
I guai di Eracle non erano ancora finiti; infatti, mentre conduceva la mandria sulla riva ellenica del Mar Ionio, gli animali furono attaccati da tafani, inviati da Era, divennero furiosi e si dispersero sui contrafforti delle montagne della Tracia e nel deserto scitico. Anche le cavalle del suo cocchio, che egli aveva lasciate libere di pascolare, erano sparite. Eracle vagò in lungo e in largo alla ricerca delle cavalle finché raggiunse la boscosa regione di Ilea dove uno strano essere, metà donna e metà serpente, gli lanciò un richiamo dalla sua grotta. Essa si era impadronita delle cavalle e si disse disposta a restituirle se Eracle fosse divenuto il suo amante. Eracle acconsentì, sebbene con un certa riluttanza e la baciò tre volte. Restituendo le cavalle, la donna-serpente chiese a Eracle cosa sarebbe stato dei tre figli che ora portava in seno. Egli le lasciò il suo arco e le disse: "Se uno di essi tenderà l'arco così come ora lo tendo io, eleggilo re di questo paese." La donna ebbe tre gemelli che chiamò Agatirso, Gelono e Scite. Scite dimostrò d'aver tutte le carte in regola per succedere alla madre, e i suoi discendenti, gli Sciti, divennero la popolazione più forte del sud della Russia.
Eracle ritrovate le sue cavalle e gran parte della mandria dispersa, guadò il fiume Strimone, e non incappò in altre avventure finché il gigantesco mandriano Alcioneo, che si era impossesato dell'istmo di Corinto, fece rotolare un pezzo di roccia, ne afferò un'altra e la scagliò contro Eracle che la rimandò indietro con un colpo della sua clava e uccise il Gigante. Infine, al termine del viaggio, Eracle portò a Euristeo, che li sacrificò a Era, ciò che restava degli animali.

XI - I pomi d'oro delle Esperidi. Eracle aveva già compiuto le dieci Fatiche; ma Euristeo, che non riteneva valide la seconda e la quinta Fatica, gliene impose altre due. L'undicesima Fatica fu di cogliere i pomi d'oro di un melo, dono di nozze di Gea (la madre terra) a Era, e che la dea aveva tanto gradito da piantarlo nel proprio giardino sulle pendici del monte Atlante, dove le Esperidi e il serpente Ladone dalle cento teste gli facevano la guardia.
Eracle, incerto su quale direzione prendere per giungere al giardino, camminò attraverso l'Illiria fino al fiume Eridano, patria del profetico dio del mare Nereo. Strada facendo, incontrò Cicno, figlio di Ares e di Pirene, e lo sconfisse sulle rive dell'Echedoro. Quando Eracle finalmente giunse all'Eridano, le Ninfe del fiume lo condussero presso Nereo addormentato. Eracle agguantò il canuto dio del Mare e senza lasciarselo sfuggire di mano, nonostante questi mutasse rapidamente forma, riuscì a farsi dire in quale punto del lontano occidente si trovasse il giardino.
Durante il percorso ebbe molte avventure: in Libia lottò con il forte Anteo, figlio di Gea, sollevandolo tra le braccia alto dalla terra da cui prendeva forza e, strizzandogli le costole, lo uccise; uccise Busiride, re d'Egitto, che aveva cercato di sacrificarlo a Zeus; sconfisse anche il figlio di Ares, Licaone, che l'aveva sfidato a una lotta. Giunto a Rodi, sacrificò un toro e ne mangiò una parte, mentre il legittimo proprietario, rifugiatosi su un monte, da lontano gli lanciava maledizioni. Ecco perché i Lindi, ancor oggi, mormorano maledizioni quando sacrificano a Eracle. Infine raggiunse le montagne del Caucaso, dove liberò Prometeo, di cui un avvoltoio divorava ogni giorno il fegato sempre rinascente. Come segno di ringraziamento, il gigante gli consigliò di non raccogliere personalmente i pomi, ma di farli raccogliere da Atlante.
Vi sono due versioni sul modo in cui Eracle conquistò i pomi d'oro. Secondo la più accreditata, dietro consiglio di Prometeo, convinse il titano Atlante a recarsi a cercarle, mentre aiutato da Atena lo alleggeriva dall'enorme peso che gravava sulle sue spalle. Atlante, ben grato di quel po' di sollievo che gli veniva offerto, si recò a prendere i pomi che le sue figlie gli consegnarono senza difficoltà. Al ritorno rifiutò di riprendersi sulle spalle il peso del cielo e decise di consegnare egli stesso le mele a Euristeo. Eracle finse di acconsentire, ma lo pregò di sostenere il globo per pochi minuti soltanto, affinché egli potesse fasciarsi il capo. Atlante, tratto in inganno, posò a terra le mele e riprese il suo carico; subito Eracle raccolse i frutti e si allontanò velocemente con un ironico saluto.
Secondo Euripide, fu Eracle a uccidere il serpente Ladone e a raccogliere i frutti dall'albero e, essendo assetato, battè il piede al suolo e ne fece scaturire una sorgente (questa stessa acqua più tardi salvò gli Argonauti). Esiste anche una versione secondo cui Emazione, figlio di Eos e di Titone, trovandosi nei paraggi quando Eracle rubò le mele, cercò di evitare il furto ma venne ucciso. Era pose l'immagine di Ladone fra le stelle come costellazione del Serpente. Quando Euristeo ricevette i pomi, li restituì immediatamente a Eracle, poiché erano troppo sacri per essere conservati. Atena li prese in custodia e s'incaricò di restituirli alle Ninfe, poiché era ingiusto che i beni di Era passassero nelle sue mani.

XII - La cattura di Cerbero. L'ultima e la più ardua fatica di Eracle fu quella di catturare Cerbero nal Tartaro. Euristeo sperava così di liberarsi per sempre del suo nemico, ma invce Eracle sconfisse Ade in persona conquistandosi l'immortalità.
Per prepararsi a questa impresa, l'eroe si recò a Eleusi dove chiese di essere iniziato ai Misteri Eleusini da Eumolpo (essendo straniero fu adottato da un cittadino di Eleusi, Pilio), e purificato per l'uccisione dei Centauri. Così purificato e preparato, Eracle, per scendere agl'Inferi, prese la strada del Tenaro in Laconia; altri dicono che sia disceso da una Bocca dell'Inferno situata presso la città di Eraclea. Fu guidato da Atena e da Ermete. Caronte lo traghettò al di là del fiume Stige senza esitare; per punirlo di questa sua disobbedienza, più tardi Ade lo incatenò per un intero anno. Vedendolo arrivare nel loro regno, i Morti ebbero paura di Eracle e fuggirono, salvo Meleagro e la Gorgone Medusa. L'eroe estrasse la spada alla vista di Medusa, ma Ermete lo rassicurò che si trattava soltanto di un'ombra. Stava tendendo l'arco contro Meleagro, allorché questi si avvicinò e gli narrò la storia della sua morte. Eracle gli chiese se gli rimaneva una sorella, e Meleagro rispose che Deianira era ancora viva e gli descrisse la sua grande bellezza. Eracle promise quindi di sposarla.
Presso le porte del Tartaro, trovò i suoi amici Teseo e Piritoo ben vivi, ma legati a sedie di tortura perché avevano cercato di rapire Persefone. Con il permesso di Persefone, Eracle strappò i lacci di Teseo; ma Piritoo rimase incatenato per punizione della sua audacia. Poi Eracle liberò Ascalafo che era stato imprigionato sotto un blocco enorme, per aver raccontato che Persefone aveva mangiato semi di melagrana. Infine, per ingraziarsi le ombre con un dono di sangue che consente loro di ritrovare un po' di vita, uccise e sgozzò un capo della mandria di Ade. Vedendo ciò, il mandriano Menete lo sfidò a una gara di lotta, ma subito Eracle lo strinse alla vita e gli spezzò diverse costole. A quel punto, intervenne Persefone che implorò l'eroe di lasciare in vita Menete. Infine, Eracle giunse davanti ad Ade e gli chiese di portare via Cerbero. Il dio acconsentì, a patto ch'egli avesse domato l'animale senza usare la clava o le frecce. Eracle trovò il cane presso le porte dell'Acheronte e risolutamente lo afferrò per la gola e, benché la coda irta di aculei scattò per colpire, Eracle, protetto dalla pelle di leone, non allentò la stretta finché Cerbero si arrese. Se lo caricò sulle spalle e ritornò nel mondo superiore, passando dalla Bocca dell'Inferno situata a Trezene.
Sulla strada di ritorno a Tirinto, Eracle scoprì molti semplici, oltre alla pianta velenosa dell'aconito. Quando giunse a Tirinto, Euristeo si era già nascosto, sgomento all'idea di vedere Cerbero; Eracle riportò il cane ad Ade come promesso.

Eracle schiavo di Onfale. Dopo le sue Fatiche, Eracle ritornò a Tebe, divorziò dalla moglie Megara e la diede in sposa al nipote Iolao, poiché si riteneva colpevole d'aver ucciso i suoi figli. Si mise poi alla ricerca di una moglie più giovane e di migliore auspicio. Prese parte a una gara di tiro con l'argo organizzata dal suo amico Eurito, re di Ecalia, il cui premio era la figlia Iole. Eracle vinse la gara senza difficoltà; ma Eurito, quando seppe che l'eroe aveva ripudiato Megara dopo averne ucciso i figli, si rifiutò di concedergli Iole in sposa. Eracle, furente, se ne andò, ma giurò di vendicarsi.
Poco tempo dopo, alcuni armenti scomparvero dall'Eubea (rubati, si scoprì poi, da Autolico), e Ifito, figlio di Eurito, inseguì Eracle per chiedergli di aiutarlo a ritrovarli. Eracle portò il ragazzo a Tirinto, ma pensando di essere personalmente sospettato del furto, lo spinse giù dalle mura della città provocando la sua morte. Eracle ne restò annichilito, in preda a una sorta di follia, e si recò da re Neleo di Pilo per essere purificato; ma il re, amico di Eurito, rifiutò. L'eroe si recò allora dall'oracolo di Delfi, e la Pizia lo scacciò. Eracle subito spogliò il tempio delle offerte votive e gettò via il sacro tripode. Apollo si levò indignato e lottò contro l'eroe finché Zeus con una folgore divise i due rivali. Infine La Pizia disse ad Eracle che doveva affrontare ancora tre anni di schiavitù e che avrebbe dovuto risarcire Eurito per la morte di Ifito con il denaro ricavato dalla sua ventita come schiavo, ma Eurito rifiutò il risarcimento. Ermete condusse con sé l'eroe e lo vendette alla regina Onfale di Lidia, vedova di Tmolo. Eracle la servì fedelmente per i tre anni previsti, liberando l'Asia Minore dai banditi che la infestavano. Infatti, catturò due Cercopi di Efeso, raffinati ladri e impostori; uccise Sileo, un vignaiolo che catturava gli stranieri di passaggio e li costringeva a zappare la sua vigna. Eracle gli sradicò tutte le viti. Sconfisse gli Itoni, nemici di Onfale, e rase al suolo la loro città. Poi si recò a Celene, dove viveva il contadino Litierse, un figlio del re Mida, che accoglieva gli stranieri che attraversavano i suoi possedimenti e li invitava a mietere con lui. Se essi rifiutavano tagliava loro la testa e nascondeva il corpo in un covone. Eracle accettò la sfida, e, avendolo assopito con un canto, gli tagliò la testa e gettò il suo cadavere nel fiume Meandro. Eracle aveva deciso di recarsi da Litierse per portare aiuto al pastore Dafni, un figlio di Ermete, che era giunto lì in cerca della sua amante, Pimplea, rapita dai pirati e divenuta schiava del brigante. Così Dafni, non soltanto potè riunirsi alla sua Pimplea, ma Eracle donò loro la terra di Litierse come dote.
Secondo alcuni autori, Onfale costrinse Eracle a indossare abiti femminili. Altri sostengono che Onfale aveva comprato Eracle per farsene un amante. Egli la rese madre di tre figli: Lamo, Agelao, avo del famoso re Creso che tentò di immolarsi su una pira quando i Persiani entrarono in Sardi, e Laomedonte. Onfale, gratissima a Eracle, gli ridiede la libertà e lo rimandò a Tirinto.

Spedizione contro Troia. Ritornato a Tirinto, Eracle decise di dedicarsi alla vendetta contro tutti quelli che gli avevano fatto del male. Organizzò una spedizione contro Troia, ed ecco perché: Eracle e Telamone, durante il viaggio di ritorno dal paese delle Amazzoni, videro con stupore la figlia di Laomedonte, Esione, incatenata a una roccia sulla spiaggia di Troia. Seppero che Poseidone aveva mandato un mostro marino per punire Laomedonte, reo di non aver pagato il compenso promesso a Poseidone stesso e ad Apollo quando lo aiutarono a innalzare le mura della città. Per vendicarsi Apollo scatenò una pestilenza e Poseidone ordinò a quel suo mostro di fare strage tra la popolazione.
Un oracolo aveva rivelato che quelle calamità potevano essere allontanate se Esione fosse stata offerta in pasto al mostro. Eracle si offri di salvare Esione se Laomedonte gli avesse dato in ricompensa le cavalle che Zeus gli aveva donato un tempo come compenso per il ratto di Ganimede. Laomedonte subito accettò ed Eracle uccise il mostro. Ma, allorché richiese la ricompensa, il re gliela rifiutò. Eracle partì da Troia, minacciando di ritornare un giorno e di conquistare la città.
L'occasione di portare a compimento la sua vendetta si presentò venti anni dopo, terminate le dodici Fatiche e libero dalla schiavitù presso Onfale. Eracle allestì un esercito di volontari e una flotta di diciotto navi e cinquanta rematori; suo braccio destro fu Telamone di Salamina. Sbarcato nei pressi di Troia, Eracle lasciò Ecle a custodia delle navi, ma i Troiani lo uccisero e cercarono di dare fuoco alla flotta. Eracle allora assediò la città e Telamone aprì un varco nelle mura e penetrò nella città, mentre Eracle entrò per secondo. Quast'impresa risvegliò la gelosia di Eracle, che venne placata soltanto perché Telamone, astutamente, finse di voler costruire un altare a Eracle Vincitore. Troia fu ben presto conquistata ed Eracle uccise Laomedonte e tutti i suoi figli, tranne Podarce (che Esione riscattò in cambio del suo velo), e Titone. Eracle prese poi le cavalle che Laomedonte gli doveva e diede Esione in sposa a Telamone. Lasciò il regno di Troia a Podarce che venne chiamato Priamo, che significa "riscattato", per il fatto che era stato riscattato dalla sorella in cambio del suo velo dorato.

Dopo aver distrutto Troia con un incendio, Eracle riprese il mare. Esione accompagnò Telamone a Salamina, dove gli generò un figlio, Teucro.
Sulla strada del ritorno una forte tempesta, mandata da Era, spinse Eracle fuori rotta, verso l'isola di Cos. Taluni dicono che in quella occasione Zeus punì la sua sposa, legandole i polsi a una trave e chiudendole le caviglie nei ceppi. Gli abitanti dell'isola, credendosi attaccati da pirati, cercarono di allontanartli a colpi di pietre. Ma Eracle riuscì a sbarcare, si impadronì della città di Astipalea con un assalto notturno e uccise il re, Euripilo, figlio di Poseidone e di Astipalea. L'eroe stesso fu ferito da Calcodonte, ma salvato da Zreus.
Devastata l'isola di Cos e uccisi quasi tutti i Meropi, Eracle fu guidato da Atena a Flegra, dove aiutò gli dèi a vincere la battaglia contro i Giganti. La presenza di Eracle era indispensabile ai fini della vittoria, perché soltanto un uomo mortale poteva sconfiggere i Giganti.

La guerra contro Augia. Eracle si preparò a far guerra ad Augia, re dell'Elide, contro il quale nutriva un sordo rancore per via della quinta Fatica, allorché era venuto meno alla promessa di pagargli il lavoro di ripulitura delle stalle e, inoltre, l'aveva bandito dal suo regno. Per vendicarsi, riunì un esercito di Tirinzi e di Arcadi e, con l'appoggio di volontari appartenenti alle più nobili famiglie greche, marciò contro Elide. Ma Augia, prevedendo questo attacco, pose alla testa del suo esercito i suoi due nipoti, i Milionidi, Eurito e Cteato. Questi annientarono le truppe d'Eracle e ferirono mortalmente suo fratello Ificle. Taluni dicono che l'eroe subì questa disfatta perché era sofferente, e i Milionidi approfittarono vilmente di questa occasione.
Eracle si recò a Feneo in Arcadia e durante la celebrazione dei terzi Giochi Istmici, in un'imboscata nei pressi di Cleonea, uccise i due Molionidi e anche un loro cugino chiamato anch'egli Eurito, figlio di re Augia. Eracle reclutò un nuovo esercito in Argo, in Tebe e in Arcadia e mise a sacco la città di Elide. Uccise il re Augia e i suoi figli e rimise sul trono Fileo, figlio di Augia, che aveva un tempo testimoniato in suo favore.
Dopo la sua vittoria su Elide, Eracle istituì i famosi quadriennali Giochi Olimpici in onore di suo padre Zeus. Consacrò ad Olimpia il sacro recinto, dove innalzo un tempio in onore di suo nonno Pelope.

La conquista di Pilo. Eracle si recò poi a Pilo, in Messenia, deciso ad affrontare re Neleo che si era rifiutato di purificarlo per l'omicidio di Ifito, e perché i Pili avevano prestato aiuto agli Elei. Si racconta anche che, durante la guerra contro i Mini d'Orcomeno, Neleo aveva combattuto dalla parte del re d'Orcomeno contro Eracle e i Tebani, perché era genero del re. Per questi motivi, Eracle mise a sacco e a fuoco la città e uccise tutti i figli di Neleo, eccetto il più giovane che era lontano, a Gerenia. L'episodio principale della guerra è il combattimento fra Eracle e Periclimeno, il figlio maggiore di Neleo. Questi aveva come padre "divino" Poseidone, dal quale aveva ricevuto il dono di una forza senza limiti e la facoltà di trasformarsi in qualsiasi animale. Nella lotta contro Eracle, egli si trasformò in leone, poi in serpente e infine, per sfuggire all'attenzione, si appollaiò sul giogo dei cavalli di Eracle sotto forma di ape. Eracle, a una gomitata di Atena, riconobbe Periclimeno e lo schiacciò fra le dita.
Alla stessa guerra, parteciparono diverse divinità. Atena combattè per Eracle; e Pilo fu difesa da Era, Poseidone, Ade e Ares. Mentre Atena impegnava Ares, Eracle affrontò Poseidone e lo costrinse a cedere. Poi corse in aiuto di Atena e, con la lancia in pugno, trapassò lo scudo di Ares e affondò il ferro nella coscia del dio che, dolorante, si rifugiò sull'Olimpo. Frattanto, Eracle aveva ferito anche Era alla mammella destra con una freccia.
Dopo la morte di Periclimeno, Pilo cadde ed Eracle affidò il regno a Nestore, poiché ricordava che egli non aveva tentato di derubarlo del bestiame di Gerione.

La guerra contro Sparta. Eracle decise di attaccare Sparta e di punire i figli di re Ippocoonte: essi si erano rifiutati di purificarlo dopo la morte di Ifito, schierandosi contro di lui agli ordini di Neleo; avevano cacciato dal potere gli eredi legittimi, Icario e Tindareo, di cui Ippocoonte era il fratellastro; ma avevano altresì assassinato il cugino di Eracle, Eono, colpevole d'aver gettato una pietra contro un cane.
Riunito un piccolo esercito, Eracle raggiunse Tegea in Arcadia e pregò Cefeo, figlio di Aleo, di unirsi a lui con i suoi venti figli. Dapprima Cefeo rifiutò: non si azzardava infatti a lasciare Tegea senza difesa. Ma Eracle, cui Atena aveva donato una ciocca dei capelli della Gorgone in un'urna di bronzo, la offrì alla figlia di Cefeo, Erope: se la città fosse stata attaccata, essa doveva esporre per tre volte sulle mura quella ciocca, voltando le spalle al nemico che subito si sarebbe dato alla fuga. Così Cefeo si unì alla spedizione contro Sparta. Nel corso della battaglia decisiva, Cefeo e la maggior parte dei suoi figli trovarono la morte. Taluni dicono che anche Ificle fu ucciso, ma più probabilmente di trattava dell'Argonauta etolo dello stesso nome, e non del figlio di Anfitrione. L'esercito di Eracle subì altre perdite, mentre tra gli Spartani caddero Ippocoonte e i suoi dodici figli, con numerosi altri uomini di alto rango. La città fu conquistata d'assalto e Tindareo fu rimesso sul trono. Durante la lotta, Eracle fu ferito ad una mano e guarito da Asclepio nel tempio di Demetra Eleusina, sul monte Taigeto. Erope, figlia di Cefeo, riuscì a difendere Tegea dai nemici brandendo la ciocca dei capelli della Gorgone, come Eracle le aveva suggerito.
In ricordo della vittoria, Eracle innalzò due templi a Sparta, uno in onore di Atena, l'altro in onore di Era, per ringraziarla per non aver fatto alcuna azione di disturbo durante la guerra.

Eracle a Trachine. Eracle decise di lasciare il Peloponneso e, a capo di un potente esercito arcade, salpò per Calidone in Etolia, dove stabilì la sua residenza. Poiché non aveva moglie né figli legittimi, corteggiò Deianira, la supposta figlia di Eneo, mantenendo così la promessa fatta all'ombra del fratello di lei, Meleagro. Ma Deianira era in realtà figlia del dio Dioniso e della moglie di Eneo, Altea.
Per ottenere la mano della fanciulla dovette lottare contro il dio-fiume Acheloo, che non si rassegnò facilmente a lasciarsi soppiantare. Vi fu un combattimento fra i due pretendenti. Acheloo usò tutti i suoi poteri, Eracle tutta la sua forza. Durante la lotta, Acheloo si trasformò in toro ed Eracle gli staccò netto il corno destro dalla fronte. Allora Acheloo si considerò vinto e si arrese. Gli cedette il diritto di sposare Deianira, ma gli richiese il suo corno.
Dopo le nozze con Deianira, Eracle marciò alla testa dei Calidoni contro la città tesprozia di Efira, dove vinse e uccise re Fileo. Fra i prigionieri vi era la figlia di Fileo, Astioca, la quale gli diede un figlio, Tlepolemo. Anche Deianira gli diede un figlio, Illo, e una figlia, Macaria.
A una festa che si celebrò tre giorni dopo, un giovane parente di Eneo, chiamato Eunomo, figlio di Architele, maldestramente rovesciò addosso a Eracle alcune gocce di vino e l'eroe volle dargli uno schiaffetto; ma la sua forza fu così grande che lo uccise. Architele perdonò a Eracle questo omicidio involontario, ma Eracle decise di espiare la colpa recandosi in esilio e, con la moglie e il figlio Illo, se ne andò fino a Trachine. Attraversando il fiume Eveno, allora in piena, il centauro Nesso si offrì di traghettare Deianira, mentre Eracle nuotava dietro a loro. Nesso, durante il tragitto, tentò di violentarla, ma Deianira invocò aiuto, ed Eracle trafisse il Centauro con una freccia. Morendo, per vendicarsi d'Eracle, confidò un preteso segreto a Deianira, assicurandole che, se un giorno le fosse venuto a mancare l'amore del marito, avrebbe dovuto soltanto immergere una veste nel liquido ch'egli le diede (e che era fatto di un miscuglio del proprio sangue e del seme sparso durante il tentativo di stupro), e farla indossare a Eracle. Deianira, all'insaputa del marito, raccolse il sangue e lo conservò in un vaso.
Eracle giunse quindi a Trachine dove si stabilì per qualche tempo, sotto la protezione di Ceice, re di Trachis. Strada facendo, era passato per il paese dei Driopi, ai piedi del monte Parnaso, e colà trovò Teiodamante, il re del paese, intento ad arare i campi con un paio di buoi. Gli chiese da mangiare per il figlio Illo. Teiodamante rifiutò. Allora Eracle staccò dal giogo uno dei buoi, lo uccise, lo smembrò e lo mangiò con Deianira e Illo. Frattanto Teiodamante fuggì verso la città e ritornò con una schiera. Si accese il combattimento, dapprima sfavorevole all'eroe, al punto che dovette armarsi la stessa Deianira che venne ferita al petto. Ma infine Eracle ebbe la meglio e uccise Teiodamante.
Più tardi, dopo la lotta contro i Lapiti, Eracle marciò contro i Driopi che li avevano aiutati. Uccise il loro re Filante, che si era reso colpevole di profanazione del tempio di Apollo banchettando nel sacro recinto, e rapì sua figlia Meda che gli generò un figlio, Antioco, fondatore del demo ateniese che porta il suo nome. Scacciò poi i Driopi dalla loro città e vi installò i Maliesi che lo avevano aiutato a conquistarla. I Driopi fuggirono in tre gruppi: gli uni andarono in Eubea, dove fondarono la città di Caristo, gli altri si recarono a Cipro; un terzo gruppo, infine, si rifugiò nel Peloponneso, dove riuscì ad ingraziarsi il favore di Euristeo che permise di fondare nel suo territorio tre città: Asine, Ermione ed Eone.
A proposito dei confini tra i Dori, governati da re Egimio, e i Lapiti del monte Olimpo, il cui re era Corono, figlio di Caneo, sorse una contesa. I Dori, sopraffatti dai Lapiti che erano molto più numerosi, ricorsero a Eracle per invocarne l'aiuto, offrendogli in cambio un terzo del loro regno; Eracle allora, con i suoi alleati arcadi, sconfisse i Lapiti, uccise Corono e molti dei suoi sudditi e costrinse i vinti ad abbandonare il territorio conteso. Alcuni di loro si stabilirono a Corinto. Eracle rifiutò la ricompensa, chiedendo soltanto a Egimio di riservarla per gli Eraclidi. Egimio continuò così ad amministrare un terzo del regno per conto dei discendenti di Eracle.
Eracle poi si recò a Itono, dove si imbattè in Cicno, figlio di Ares e di Pelopia. Questi era un uomo violento e sanguinario, un brigante che fermava i viaggiatori, li uccideva e ne usava i crani per decorare il tempio del padre suo Ares. Attaccava soprattutto i pellegrini che si recavano a Delfi, e questo attirò l'odio di Apollo, il quale incitò contro di lui Eracle. Cicno ed Eracle si scontrarono, lancia contro scudo, e, dopo breve lotta, Eracle trapasso il collo di Cicno; allora suo padre si fece avanti per vendicarne la morte. Ma Atena fece deviare la sua lancia, ed Eracle colpì il dio alla coscia, costringendolo a fuggire verso l'Olimpo. Cicno fu sepolto da Ceice nella valle dell'Anauro ma, per ordine di Apollo, le acque del fiume in piena spazzarono la sua pietra tombale.
Passando dalla Pelasgiotide (Tessaglia), Eracle giunse a Orminione, una piccola città ai piedi del monte Pelio, dove re Amintore rifiutò di concedergli sua figlia Astidamia. Eracle attaccò la città e dopo aver ucciso Amintore, rapì Astidamia dalla quale ebbe un figlio, Ctesippo o, altri dicono, Tlepolemo.
Eracle lascià Deianira a Trachine e si recò a Ecalia (probabilmente in Tessaglia, ma forse in Eubea) con un esercito di Arcadi, Meli e Locresi e marciò contro re Eurito che aveva rifiutato di concedergli la principessa Iole, da lui lealmente vinta in una gara con l'arco. Agli alleati egli disse soltanto che Eurito esigeva ingiustamente un tributo dagli Eubei. Piombò sulla città, trafisse con le magiche frecce Eurito e i suoi figli e, dopo aver sepolto alcuni dei suoi compagni caduti in battaglia, e cioè Ippaso figlio di Ceice, Argeio e Mela figli di Licinnio, mise a sacco Ecalia e fece prigioniera Iole. Piuttosto che cedere a Eracle, Iole preferì gettarsi giù dalle mura, tuttavia sopravvisse, perché la sua gonna si allargò per il vento e attutì la caduta. Eracle la fece sua concubina e la mandò, con altre donne di Ecalia, da Deianira a Trachine, mentre egli si recava sul promontorio dell'Eubea detto Ceneo.

L'apoteosi di Eracle. Dopo aver innalzato altari e consacrato un bosco al padre suo Zeus, Eracle si preparò a un grande sacrificio di ringraziamento per la conquista di Ecalia. Mandò dunque Lica a Trachis a chiedere a Deianira una tunica pulita. Deianira, temendo che il suo sposo volesse vivere con Iole piuttosto che con lei, immerse la tunica nel sangue di Nesso sperando di riconquistare il suo amore, e la consegnò a Lica.
Eracle, non sospettando niente, indossò la tunica e si sentì in obbligo di offrire il sacrificio a Zeus. Però, man mano che la tunica si riscaldò al contatto del suo corpo, il veleno che l'impregnava sprigionò la sua violenza e attaccò la pelle corrodendogli la carne. Presto il dolore si fece così insopportabile che Eracle, fuori di sé, afferrò Lica per un piede e lo scagliò in mare. Contemporaneamente cercava di togliersi l'abito fatale. Ma il tessuto s'incollava al corpo e la carne veniva via insieme ad esso, a brandelli. Eracle si tuffò nel fiume più vicino, ma il veleno bruciò ancora più violento. Da allora le acque di quel fiume sono sempre ribollenti e vengono chiamate Termopili, ossia "passaggio caldo". In questo stato fu trasportato a Trachis su una nave; Deianira, rendendosi conto d'essere stata ingannata da Nesso, per il dolore si impiccò o, altri dicono, si trafisse con una spada sul letto nuziale. Eracle capì d'essere giunto al termine della sua vita mortale e rivelò soltanto a Illo la profezia di Zeus secondo cui non sarebbe morto per mano di un uomo vivente, ma di un nemico deceduto. Illo allora chiese istruzioni ed Eracle gli disse che voleva essere trasportato sul più alto picco del monte Eta per essere bruciato su una pira di legno di quercia e di tronchi di oleandro. Gli fece poi promettere di sposare Iole non appena avesse raggiunto la maggiore età. Illo promise di rispettare la volontà del padre.
Quando tutto fu preparato, Iolao e i suoi compagni si ritirarono a breve distanza, mentre Eracle saliva sul rogo funebre e dava ordine che vi fosse appiccato il fuoco. Ma nessuno osò obbdire, finché un pastore eolio che passava di lì per caso, un certo Peante, ordinò a Filottete, il figlio che aveva avuto da Demonassa, di fare ciò che Eracle gli chiedeva. In segno di gratitudine Eracle lasciò la sua faretra, il suo arco e le sue frecce a Filottete e, quando le fiamme cominciarono a lambire la pira, stese la pelle di leone sulle fascine e vi si sdraiò sopra, il capo appoggiato alla clava: pareva sereno. Folgori allora caddero dal cielo e ridussero la pira in cenere.
Sull'Olimpo, Zeus si rallegrò per il nobile comportamento del suo figlio favorito e annunciò che aveva stabilito che Eracle entrasse a far parte dei dodici Olimpi. Convinse dunque Era ad adottare Eracle con la cerimonia della rinascita. Era considerò Eracle come suo figlio e gli diede in isposa la sua bella Ebe, che gli generò due figli, Alessiare e Aniceto. Eracle aveva meritato questa gloria attraverso le sue fatiche, il suo valore e soprattutto le sue sofferenze.
Eracle è raffigurato di solito nel pieno vigore fisico, col volto incorniciato da una breve barba ricciuta, con muscoli sviluppati, armato di clava e coperto da una pelle di leone. Templi in onore di lui sorsero in tutta la Grecia; ogni quattro anni erano celebrate le feste Eraclie.