MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera E

Erinni, Eris.

ERINNI: divinità minori della Grecia antica, personificazione della maledizione furibonda e della vendetta punitiva. Secondo Esiodo nacquero dal sangue sgorgato dai genitali di Urano che cadde sulla terra quando Crono lo castrò.
Secondo un'altra versione nacquero dalla Notte. Mentre in antico il loro numero è incerto e va da una a tre, con Euripide compaiono regolarmente in numero di tre, e nell'età ellenistica e in Virgilio con i nomi di Aletto ("l'incessante"), Megera ("la maligna") e Tisifone ("la vendicatrice"). Sono raffigurate come geni alati, i cui capelli sono intrecciati di serpenti; tengono in mano torce o fruste.
In senso più generale le Erinni stanno dalla parte dell'ordine stabilito. Insorgono contro la violazione di ogni diritto, specialmente quando si offendono con spargimento di sangue i diritti della famiglia, in particolar modo chi si è macchiato di delitti quali il parricidio, il fraticidio e l'assasinio d'un amico. Ma essenzialmente le Erinni avevano il compito di punire i trasgressori delle leggi "naturali". Il filosofo Eraclito dice che se il sole avesse voluto cambiare il suo corso esse sarebbero state in grado di impedirglielo. In tempi antichi gli uomini non avevano la possibilità e nemmeno il diritto di punire tali orrendi crimini e veniva lasciato alle Erinni il compito di perseguitare il colpevole. Il concetto di Nemesi supera addirittura quello delle Furie; anche Nemesi controllava che alla fine la vendetta fosse compiuta.
Nelle Eumenidi di Eschilo, terza parte dell'Orestea, la trilogia sulla morte di Agamennone e la vendetta dei suoi figli, le Erinni perseguitano Oreste colpevole d'aver ucciso la madre Clitennestra per vendicare la morte del padre Agamennone. In questa tragedia, che la prima volta che venne rappresentata terrorizzò il pubblico, le Erinni erano inserite nel coro. Venivano rappresentate con teste di cane, ali di pipistrello e occhi iniettati di sangue; stringevano nelle mani pungoli di bronzo. Era il gesto commesso da Oreste ciò che interessava alle Erinni, non che fosse fatta giustizia o usata clemenza. Persino Apollo si trovò a fronteggiare la loro implacabile vendetta poiché egli stesso aveva deciso della morte di Clitennestra per mano di Oreste e l'aveva poi protetto a Delfi, il suo altare sacro. Le Erinni secondo Eschilo, lo inseguirono fin lì e finalmente gli dèi riuscirono a convincerle ad accettare il verdetto dell'antica corte ateniese dell'Areopago. Atena, patrona della città, intervenne e stabilì di dare il suo appoggio a Oreste se in cambio egli avesse rubato la sacra immagine di Artemide nel Chersoneso taurico per riportarla ad Atene; e le Erinni con il nome di Eumenides ("gentili") o Semnai Theai ("venerabili") vennero poi venerate ad Atene.
Le Erinni perseguitarono anche Alcmeone, colpevole di matricidio. Come Oreste, pur avendo ricevuto da Apollo l'ordine di vendicare il padre, venne ugualmente perseguitato dalle Erinni, e attraversò tutta la Grecia finché trovò rifugio su una nuova terra che non era ancora nata al tempo dell'uccisione di sua madre e sfuggì in questo modo ai poteri delle sue persecutrici. Edipo, a sua volta tormentato dalle Erinni per l'uccisione del padre, non ebbe pace che con la morte.
Le Erinni provocavano nelle loro vittime la pazzia, torturandole in tutte le maniere. Cosa il nome Erynies significasse non è certo, ma i Greci erano riluttanti a pronunciarlo e gli Ateniesi, per evitarne le nefaste influenze, preferivano usare gli eufemismi "Gentili" e "Venerande".
In Arcadia v'era un luogo dove si trovavano due templi alle Erinni; in uno erano chiamate maniai ("che mandano la pazzia"); e fu proprio qui che, di nero vestite, assalirono Oreste per la prima volta. In quei pressi, secondo le cronache associate alle Grazie (Charites, "spiriti del perdono"); e qualche tempo dopo, questa volta vestite di bianco, benedirono Oreste il quale offrì loro sacrifici.
Secondo alcuni autori le Erinni avevano dimora nel Tartaro e quando non percorrevano la terra per punire i colpevoli, si dedicavano a torturare i dannati. Questa doppia dimora si collega forse alle due diverse storie della loro nascita: figlie della Terra o della Notte, ma secondo una versione alternativa erano nate da Ade, dio del Tartaro e da Persefone, e proprio come i due dèi degli inferi avevano una doppia natura, benigna e maligna.
I Romani le chiamarono Furiae o Dirae deae, e con tale nome esse entrarono nella mitologia romana, dove appaiono solo quali divinità malefiche.

ERIS: dea greca, personificazione della discordia. Secondo la concezione omerica, essa è sorella e compagna di Ares e cresce a tale altezza da toccare col capo il cielo, pur continuando a camminare sulla terra. Dimo e Fobo, cioè il Terrore e lo Spavento, le sono compagni. La Teogonia esiodea la fa figlia della Notte, che è madre anche della Morte, della Vecchiaia, dell'Inganno, e di tutto quanto c'è di cattivo.
Sorella e seguace di Ares suscita sempre nuove guerre spargendo voci malvagie e alimentando le gelosie. Non favorisce questa o quella città, ma combatte ora a fianco degli uni ora a fianco degli altri, così come l'umore le suggerisce, godendo a vedere carneficine di guerrieri e saccheggi di città.
Alle nozze di Peleo e di Teti, Eris non fu invitata; ma si presentò ugualmente alla cerimonia e, per vendicarsi, decise di far nascere una baruffa tra gli dèi. Mentre Era, Afrodite e Atena conversavano amichevolmente, lasciò cadere una mela d'oro ai loro piedi. Peleo la raccolse e lesse perplesso ciò che vi stava scritto sopra: "Alla più bella!" Egli non capiva a chi fosse destinata. Quella mela fu poi la causa prima della guerra di Troia.
Anche al matrimonio di Piritoo con Ippodamia, Eris non venne invitata; Piritoo rammentava infatti quali guai aveva fatto nascere alle nozze di Peleo e di Teti. Ma anche questa volta la dea si vendicò per l'offesa fattale, facendo scatenare una lotta furibonda tra i convitati in seguito alla quale ebbe origine l'antica inimicizia fra i Centauri e i loro vicini Lapiti.
Eris è rappresentata con un pomo in mano e con serpi fra i capelli; di solito come un demone malvagio e spaventoso. Esiodo, ne Le Opere e i Giorni, distingue due Discordie: una, perniciosa, figlia della Notte, e l'altra, utile, che non è altro che la nobile emulazione che Zeus ha posto come "molla" nel mondo.