MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera E

Esione, Esone, Esperidi.

ESIONE: figlia di Laomedonte, re di Troia.
Avendo Laomedonte rifiutato a Poseidone e ad Apollo il compenso pattuito per la costruzione da essi eseguita delle mura della città, il primo di essi, adirato, mandò a Troia un mostro marino perché devastasse le coste della Troade. L'oracolo, interrogato dal re, consigliò di offrire al mostro, per placarlo, Esione. La fanciulla venne legata a una roccia e Laomedonte promise in dono i cavalli divini, dati a Troo in compenso del rapito Ganimede, a chi sapesse salvarla.
Eracle si presentò all'impresa, liberò la fanciulla dai ceppi, poi si recò in città e si offrì di uccidere il mostro in cambio della coppia di cavalli promessa da Laomedonte. Quando il mostro emerse dall'acqua e avanzò sulla terraferma spalancando le fauci, Eracle gli balzò nella gola, armato com'era. Passò tre giorni nel ventre del mostro e ne emerse vittorioso. Laomedonte ingannò Eracle sostituendo cavalle mortali alle immortali; allora Eracle minacciò di fare guerra a Troia e subito si imbarcò furibondo. Dapprima si recò all'isola di Paro, dove innalzò un altare a Zeus e ad Apollo; e poi all'istmo di Corinto, dove profetizzò il triste fato di Laomedonte; infine reclutò un esercito nella città di Tirinto.
Sbarcato nei pressi di Troia, Eracle lasciò Ecleo a guardia delle navi, mentre egli stesso guidava gli altri campioni all'assalto della città. Laomedonte, colto di sorpresa, non ebbe il tempo di radunare l'esercito ed Eracle, che non voleva indugiare in un lungo assedio, ordinò immediatamente un attacco: Il primo ad aprire una breccia sulle mura fu Telamone, ma Eracle gli fu subito alle calcagna e corse avanti. Uccise con le sue frecce Laomedonte e tutti i suoi figli, tranne Podarce, il solo che avesse tentato di indurre il padre a consegnare a Eracle le immortali cavalle. Appagata la sua sete di vendetta, Eracle ricompensò Telamone concedendogli la mano di Esione, ed Esione a sua volta ebbe il permesso di riscattare uno dei suoi compagni prigionieri. Essa scelse Podarce e lo riscattò con il velo dorato che le ricopriva il capo; così Podarce si meritò il nome di Priamo, che significa "riscattato".
Dopo aver distrutto Troia con un incendio, Eracle mise Priamo sul trono e riprese il mare. Esione accompagnò Telamone a Salamina dove gli generò un figlio, Teucro, non si sa se come concubina o come legittima moglie. Più tardi essa lasciò Telamone, fuggì in Asia Minore e giunse a Mileto dove re Arione la trovò nascosta in un bosco. Colà essa diede alla luce un secondo figlio di Telamone, Trambelo, che re Arione allevò come se fosse suo.

ESONE: figlio di Creteo e di Tiro, fratellastro di Pelia e di Neleo, padre di Giasone l'Argonauta.
Dopo la morte di Creteo, i gemelli vennero alle mani. Pelia s'impadronì del trono di Iolco ed esiliò Neleo. Poiché un oracolo l'aveva avvertito che egli sarebbe stato ucciso da un discendente di Eolo, Pelia mise a morte tutti i capi eolici che riuscì ad acciuffare, salvo Esone che risparmiò per amore della di lui madre Tiro: lo tenne però prigioniero nel palazzo, costringendolo a rinunciare alla sua eredità.
Ora, Esone aveva sposato Polimede, che gli diede un figlio chiamato Diomede. Pelia avrebbe spietatamente ucciso il bambino, se Polimede non avesse indotto le sue ancelle a piangere sul suo corpicino, come se fosse nato morto, per poi portarlo fuori città, sul monte Pelio. Colà Chirone il Centauro lo allevò.
Divenuto adulto, Diomede, che Chirone chiamava Giasone, si presentò a re Pelia e questi lo fissò con gli occhi oscurati dall'odio e gli chiese che cosa avrebbe fatto se uno dei suoi concittadini dovesse ucciderlo. Giasone rispose che manderebbe quel suo concittadino alla ricerca del Vello d'Oro nella Colchide. Pelia mandò dunque Giasone a conquistare il Vello d'Oro.
Essendosi sparsa la voce, in Tessaglia, che gli Argonauti erano tutti morti, Pelia, non temendo più niente, decise di uccidere i genitori di Giasone e il suo figlioletto Promaco, nato dopo la partenza dell'Argo. Esone, tuttavia, aveva chiesto il permesso di uccidersi con le proprie mani e, bevuto sangue di toro, spirò; subito Polimede si trafisse con una spada o, come altri dicono, s'impiccò, dopo aver maledetto Pelia che spietatamente spaccò il cranio di Promaco sul pavimento del palazzo reale.
Alcuni negano che Esone fosse costretto a togliersi la vita e dichiarano che, al contrario, Medea, spillatogli dalle vene il vecchio sangue esausto, gli ridonò la giovinezza con un filtro magico. Esone si presentò poi, vigoroso ed eretto, alle porte del palazzo di Pelia. Indotto così Pelia a sottoporsi allo stesso trattamento, omise di pronunciare le formule necessarie e Pelia morì miseramente.

ESPERIDI: Esiodo nella Teogonia narra che all'estremità occidentale della terra, dove il giorno e la notte s'incontrano, in un'isola dell'Oceano si stende un giardino nel quale le Esperidi custodiscono i pomi d'oro col drago Ladone, figlio di Forcide e di Ceto (o anche di Tifone e di Echidna); davanti ad esse sta Atlante che sorregge la volta celeste.
Quanto all'origine degli aurei pomi delle Esperidi, si narrava che all'epoca delle nozze di Zeus e di Era la Madre Terra avesse fatto nascere l'albero con quei frutti meravigliosi e di essi avesse fatto dono ai due sommi numi. I pomi meravigliosi sono simbolo della fecondità e dell'amore. I pomi delle Esperidi compaiono anche in occasione delle nozze di Cadmo e di Armonia; una leggenda dice che dal giardino delle Esperidi provenissero pure i pomi donati da Afrodite a Ippomene, per vincere nella corsa Atalanta.
Eracle, nella sua undicesima (o dodicesima) fatica, per trovare il giardino delle Esperidi dovette molto vagare. Vi giunse valendosi delle indicazioni di Prometeo, e ricorse ad Atlante il quale colse i pomi, mentre Eracle sosteneva al posto di lui la volta celeste. Atlante, per conservarsi libero dal suo gravoso ufficio, voleva portare lui i pomi ad Euristeo, ma Eracle, furbo, pregò Atlante di riprendersi il suo peso solo per un momento affinché egli, Eracle, potesse farsi un cuscino che gli avrebbe alleviato alquanto la fatica. Atlante acconsentì, ed Eracle lo piantò in asso.
Le Esperidi sono le "Ninfe del Tramonto", figlie della Notte e di Erebo; ma più tardi, furono ritenute successivamente figlie di Zeus e di Temi, di Forcide e di Ceto, e infine d'Atlante. Vario inoltre è anche il loro numero: generalmente sono tre, Egle, Eritea ed Esperetusa (o Egle, Espere e Aretusa, o Lipara, Asterope e Crisotemi), o quattro, Egle, Espere, Aretusa e Medusa.