Mitologia classica: greca e romana
Mitologia greca e latina : lettera E

Espero, Estia, Eteocle.

ESPERO: nome greco dell'astro che i Latini chiamarono Vesper o Vesperego: lo stesso astro che al mattino quale apportatore di luce fu detto dai Greci Fosforo e dai Romani Lucifer o Jubar.
Secondo una tradizione, salì per primo sul monte Atlante per osservare le stelle più da vicino. Fu sorpreso da un uragano e scomparve senza lasciare traccia. In sua memoria, venne dato il suo nome all'astro che compare per primo alla sera, e che annuncia il tempo del riposo della Notte.
Espero è ritenuto il padre di Esperide, la quale sposata ad Atlante, gli diede come figlie le Esperidi. Era tanto bello che Afrodite lo rapì facendolo guardiano del suo tempèio; un'altra versione del mito narrava invece come avesse gareggiato in bellezza con Afrodite e fosse poi stato trasformato in astro.

Estia ESTIA: dea del focolare domestico, è la prima figlia di Crono e di Rea, e sorella di Zeus e d'Era.
Ignota ancora ai poemi omerici, che conoscono però la santità del focolare; essa compare per la prima volta nella Teogonia di Esiodo e negl'Inni Omerici. Come puro è il fuoco, così Estia era concepita illibata e casta; e il mito narrava che, dopo la vittoria degli dèi sui Titani, nella divisione ch'essi si eran fatta del mondo, Estia aveva chiesto per sé eterna verginità rifiutando le nozze offertele da Poseidone e da Apollo; e Zeus aveva acconsentito alla sua richiesta, riconoscendole l'onore di aver sede in tutti i templi degli dèi e in tutte le dimore degli uomini, e di aver parte in tutti i sacrifici agli dèi, che con una libagione ad Estia dovevano aver principio e fine. Essa ha sede sull'Olimpo, ove resta immobile sul suo trono, mentre le altre divinità vanno e vengono per il mondo.
Nel culto, Estia rappresenta anzitutto il focolare domestico, centro della casa, simbolo specialmente di stabile dimora, luogo ove si raccolgono i membri della famiglia per supplicare gli dèi e offrir loro sacrifici, e che gli dèi stessi prediligono, quando vogliono essere presenti e benefici della casa. In ogni casa v'è un'"estia", focolare e centro religioso della famiglia, dove hanno sede gli dèi protettori della casa, dove la famiglia celebra le sue feste e accoglie gli ospiti, gli stranieri e i supplici.
E come la famiglia, così anche la gente e la patria, la tribù e la città-stato hanno il loro focolare; ed Estia è dunque anche la divinità del focolare pubblico, il cui fuoco sacro si custodisce gelosamente e si cerca di conservare perenne.
Nelle città greche, la pubblica Estia era collocata nel pritaneo, cioè nel palazzo della città , subentrato al posto del palazzo del re e residenza del governo: ivi, all'altare, ardeva il fuoco a lei sacro e si offrivano i sacrifici per conto dello stato. Quando un gruppo di cittadini partiva per fondare una colonia, portava seco una parte del fuoco del patrio pritaneo, per accendere con esso il focolare pubblico della nuova città. Ed anche quando più città greche si univano in lega, si accendeva un'Estia pubblica, che fosse centro politico e religioso della confederazione.
Particolare importanza ebbero le estie dei grandi santuari greci, come quelle di Delo, di Olimpia e di Delfi, dove veniva alimentato un fuoco perenne.

Eteocle lotta con Polinice ETEOCLE: figlio di Edipo e fratello di Polinice, di Ismene e di Antigone. Sulla madre vi sono due versioni, l'una più recente lo dice figlio di Giocasta, l'altra figlio di Euriganea.
Dopo la scoperta dell'incesto d'Edipo, i suoi due figli lo cacciarono da Tebe; Edipo li maledisse predicendo che avrebbero guerreggiato fra loro per l'eredità e che avrebbero trovato la morte l'uno per mano dell'altro. Secondo Sofocle, invece, fu Creonte, contrario alla presenza dell'incestuoso re a Tebe che lo mandò in esilio ed Edipo maledisse i suoi figli che non avevano fatto nulla per difenderlo.
Quando giunsero in età di governare, Eteocle e Polinice, per evitare gli effetti della maledizione paterna, decisero di regnare un anno ciascuno. Secondo l'Edipo a Colono di Sofocle, Polinice regnò il primo anno ed esiliò Edipo proprio allora. In genere gli altri autori narrano che fu Eteocle a regnare durante il primo anno sia perché era il maggiore sia perché era estratto a sorte. Nel frattempo Polinice si era recato ad Argo dove aveva sposato Argia, figlia del re Adrasto, la quale gli aveva dato un figlio, Tersandro. Anche Eteocle si era sposato e aveva generato un figlio, Laodamante. Secondo Pausania l'ordine degli eventi è molto diverso. Polinice aveva lasciato Tebe per sfuggire alla maledizione di Edipo e si era sistemato ad Argo dove aveva sposato Argia. Quando Eteocle salì al trono, non volle abbandonarlo allo scadere dell'anno e scacciò Polinice, che tornò ad Argo con l'intento di conquistare più tardi il trono di Tebe con la forza.
Adrasto, re di Argo e suocero di Polinice, raccolse un vasto esercito che comprendeva tra gli altri i famosi Sette Campioni, da cui la tragedia di Eschilo I Sette contro Tebe. Ignorando gli avvertimenti di Anfiarao, il veggente, il quale aveva previsto che la spedizione si sarebbe rivelata fallimentare, partirono all'assedio della città. Giunti sul Citerone, Adrasto inviò Tideo come suo araldo ai Tebani, con la richiesta che Eteocle rinunciasse al trono in favore di Polinice, ma la sua richiesta venne rifiutata. Allora l'esercito degli Argivi d'Adrasto dette l'assalto.
La battaglia davanti a Tebe si rivelò disastrosa per l'esercito di Polinice; egli, per evitare un'ulteriore strage, si offrì di stabilire la successione al trono in un duello con Eteocle. Eteocle accettò la sfida e nel corso di un'aspra battaglia i due contendenti si ferirono mortalmente a vicenda, realizzando la maledizione d'Edipo. Creonte, loro zio, assunse allora il comando dell'esercito tebano e mise in rotta i disanimati Argivi. Ordinò che i Tebani morti fossero sepolti con tutti gli onori e che a Eteocle venisse riservato il rito funebre reale. I nemici, e soprattutto Polinice, dovevano invece essere lasciati all'esterno della città, senza alcuna sepoltura. Ma Antigone, che era tornata in patria dopo la morte del padre Edipo, trascinò il cadavere di Polinice sul rogo del fratello.