MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera G

Galatea, Galinzia, Ganimede.

GALATEA: 1. Ninfa marina, figlia di Nereo e di Doride, personifica il mare tranquillo e rilucente.
Secondo una versione Galatea, protettrice delle greggi, fu amata dal pastore Polifemo, ed ebbe da lui, che essa pure amava, dei figli, Gala, Celto e Illirio, eponimi rispettivamente dei Galati, dei Celti e degli Illiri.
Secondo leggende posteriori, il ciclope Polifemo, pascolando le sue greggi, la vide e se ne invaghì, ma Galatea respinse le sue profferte perché amava il giovane e bellissimo pastore Aci, figlio di Pan e della ninfa Simaeti. Polifemo odiava Aci, e un giorno scorse Galatea che riposava, in riva al mare, sul petto dell'amante. Folle di gelosia uccise Aci con un masso, e Galatea per il dolore si trasformò in fonte.

GALATEA: 2. Lampro e sua moglie Galatea erano una coppia di sposi tranquilla ma povera. Quando la donna rimase incinta, il marito le dichiarò che avrebbe allevato il figlio solo se fosse stato maschio; se avesse partorito una figlia avrebbe dovuto esporla. Mentre Lampro era sulla montagna a custodire gli armenti, Galatea mise alla luce una bambina. La madre, non volendo abbandonare la neonata, la vestì in abiti maschili e la chiamò Leucippo.
Col trascorrere degli anni, Leucippo divenne sempre più bella e il trucco divenne impossibile da sostenere. Galatea fu assalita dalla paura e supplicò Latona di cambiare il sesso alla figlia. La dea l'esaudì, mutando la fanciulla in fanciullo.

GALATEA: 3. Pigmalione, figlio di Belo, si innamorò di Afrodite e, non potendo giacersi con lei, fece una statua d'avorio a somiglianza della dea e la pose nel suo letto, implorandone la pietà. Entrata nel simulacro, Afrodite gli diede vita e lo trasformò in Galatea, che generò a Pigmalione Pafo e Metarme. Pafo, successore di Pigmalione, fu il padre di Cinira, che fondò a Cipro la città di Pafo e vi costruì il famoso tempio di Afrodite.

GALINZIA: Vergine figlia del tebano Prèto, amica di Alcmena.
La dea Era non scese dall'Olimpo per ritardare il parto ad Alcmena, ma affidò quel compito alle Moire e ad Ilizia, le divinità del parto. Queste stettero con le gambe e le mani incrociate sulla soglia della casa per nove giorni e per nove notti, impedendo la nascita con i loro incantesimi. Galinzia, avendo notato la sgradevole presenza, lasciò la camera del parto e lanciò un grido di gioia per annunciare, mentendo, che Alcmena aveva partorito un figlio. Frastornate da questa notizia, le dee balzarono in piedi abbandonando in tal modo la posizione che "legava" Alcmena. Questa diede immediatamente alla luce Eracle e Galinzia rise per la buona riuscita del suo inganno. Le dee ne provarono dispetto e la tramutarono in donnola perché, pur essendo mortale, aveva preso in giro gli dèi. Galinzia continuò a frequentare la casa di Alcmena, ma Era la punì per aver mentito: fu condannata per sempre a partorire dalla bocca.
Eracle divenuto adulto si ricordò di colei che gli aveva permesso di nascere e le innalzò un santuario presso il quale era solito offrire dei sacrifici. I Tebani quando tributano a Eracle onori divini, offrono sacrifici preliminari a Galinzia; dicono che essa fu la nutrice di Eracle.

GANIMEDE: figlio di re Troo, un dardanide che diede il suo nome a Troia, e di Calliroe figlia di Scamandro; altri lo dicono figlio di Laomedonte, di Assaraco, di Erittonio.
Una tradizione popolare ne faceva un giovane cacciatore della Frigia. Il più antico accenno alla sua leggenda è nell'Iliade dove è ricordato che Troo ebbe da Zeus il dono di cavalli velocissimi in compenso del figlio rapitogli; altrove è detto che Ganimede fu rapito dagli dèi come il più bello dei mortali, affinché servisse da coppiere a Zeus e stesse sempre con gli dèi. Nelle diverse tradizioni Ganimede è rapito dagli dèi, o da un'aquila mandata da Zeus, o dallo stesso Zeus in forma di aquila; nè mancano accenni a un violentissimo vento rapitore, al quale presto si sostituisce l'aquila. Altri dicono che Ganimede fu rapito da Eos (l'Aurora), invaghitasi di lui, e che Zeus in seguito lo sottrasse alla dea.
Il ratto fu localizzato in regioni diverse a seconda degli autori, nella Troade, nell'Eubea, a Creta; il compenso dato al padre del giovane rapito, oltre che nei due velocissimi cavalli immortali, sarebbe stato un tralcio di vite d'oro, opera di Efesto. Il padre venne inoltre rassicurato che Ganimede era divenuto immortale, immune dalle miserie della vecchiaia.
Particolare diffusione ebbe la leggenda che considerava Ganimede come compagno di letto di Zeus; vi si inserì anche il motivo della gelosia di Era. La dea considerò quel ratto come un insulto fatto a lei stessa e alla sua figliola Ebe, che fino a quel giorno era stata coppiera degli dèi. In latino il nome di Ganimede è talvolta corretto in Catamitus.
Zeus amò Ganimede e ne pose l'immagine tra gli astri nella costellazione dell'Acquario, che ha accanto un'aquila.