MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera G

Giove.

GIOVE: divinità romana corrispondente al greco Zeus. Giove aveva a Roma il primo posto fra gli dèi, come Zeus fra i Greci; ma il Giove romano è in una posizione più elevata, come il dio principale del popolo romano e in tutto l'ambito dello Stato, in tutte le città come Juppiter Optimus Maximus ("Giove Ottimo Massimo").
Le attribuzioni di Giove corrispondono in buona parte a quelle dello Zeus greco, anche se non sempre derivano da queste. Egli era anzitutto il dio dei fenomeni celesti, della pioggia, del fulmine, della tempesta. Come dio celeste e apportatore di luce, Juppiter Lucetius ("Giove Lucezio"), che i Salii invocavano nei loro canti, gli erano sacre le idi di ciascun mese, cioè i giorni di luna piena. Grande era la venerazione verso il dio del cielo che dava il buono e il cattivo tempo. A Giove divinità celeste erano riferiti i presagi che si ricavavano dal volo degli uccelli o dai segni apparsi in cielo, ed era venerato per tutta Italia sui colli e sui monti. Erano collegati con questo aspetto di Giove importanti poteri a lui attribuiti nell'agricoltura. Fu probabilmente dio degli alberi: sull'Esquilino (Oppio) un boschetto di faggi era consacrato da età remota a Juppiter Fagutal, e forse anche sul Celio, sul Viminale e sul Campidoglio. Era il dio che distribuiva liberalmente i beni prodotti dalla terra. Al momento della semina i contadini festeggiavano Juppiter Dapalis offrendogli un pasto; gli corrispondeva nella città Juppiter Epulus a cui si consacrava un pasto solenne. Gli erano dedicate del pari le principali feste della vendemmia e del vino: le feste Vinalia altera o rustica, il 19 agosto, giorno nel quale avvicinandosi la vendemmia il Flamen dialis, pio sacerdote particolare, rivolgeva a Giove supplicazioni e preghiere perché fosse abbondante; le feste Meditrinalia, l'11 ottobre, nel qual giorno si assaggiava il vino nuovo; a primavera dell'anno seguente le Vinalia priora, il 23 aprile, ancora in relazione con operazioni riguardanti il vino. Il dio dell'agricoltura proteggeva anche i confini dei campi, e Juppiter Terminus o Terminalis compare anche sulle monete coniate da Terenzio Varrone reatino e nelle epigrafi. L'altra manifestazione di Giove è quella del fulmine (Juppiter Fulgur, e più tardi Fulgurator e Fulminator). Juppiter Tonans fu introdotto da Augusto che gli dedicò un tempio.
Giove, nume tutelare della città e dell'Impero assicurava l'ordine all'interno e la vittoria all'esterno, le guerre e le vittorie erano regolate dal dio celeste che dava fermezza e costanza nel resistere e conduceva alla vittoria; talvolta il suo culto si accompagnava con quello di Marte e di Quirino. Inoltre era custode del giuramento e della fede, e quindi dell'ospitalità, della santità del matrimonio; nella confarreatio, la forma più solenne del matrimonio, il pontefice e il flamine offrivano a Giove una capra in sacrificio. Un sacrificio familiare gli era offerto quando un figlio entrava nell'età della pubertà. Similmente era protettore dei trattati internazionali (Juppiter Feretrius).
Il centro dello Stato romano e del culto di Giove era il Campidoglio. Qui al tempo dei Tarquini, con concorso degli aruspici, seguendo il rito etrusco fu collocata nel tempio a tre celle la triade capitolina: Giove, Giunone, Minerva. Giove era la divinità più importante, e a lui spettavano l'altare dei sacrifici, il tesoro, gli ex-voto. Il culto di Giove a Roma si mantenne vigoroso nelle forme fissate dal feriale e dall'antico rituale anche nel capitolium vetus del Quirinale, nelle antiche are a lui dedicate e nei nuovi templi eretti in suo onore dalla devozione di magistrati e di imperatori. Nel 295 a.C. il console Quinto Fabio Massimo votò un santuario a Juppiter Victor ("Giove Vittorioso"), in sostituzione forse di sacello più antico, forse eretto sul Palatino. Due templi furono dedicati a Juppiter Stator ("Giove Statore"), l'uno nel 294 a.C. da Attilio Regolo sulle pendici del Palatino presso la porta Mugonia, l'altro da Cecilio Metello Macedonico nel 146 a.C. presso il circo Flaminio. Un'ara a Giove sorgeva anche sul Quirinale; un'altra ara o un sacello si pensò che sorgesse pure sul Campidoglio.
Il culto di Giove si celebrava normalmente su luoghi elevati; sull'arce a Roma si trovava l'auguraculum; un sacerdote speciale era addetto a Giove, il Flamen dialis. Molti templi di Giove furono restaurati da Augusto, il quale credeva di essere stato salvato da morte in grazia di Juppiter Tonans ("Giove Tonante") nella guerra Cantabrica; a lui innalzò un tempio sulle pendici meridionali del Campidoglio (22 a.C.). Domiziano manifestò la sua riconoscenza a Giove per essere stato salvato, sfuggendo ai Vitelliani, nel tempio del Campidoglio; votò un tempio a Juppiter Custos ("Giove Custode") e nell'anno 86 d.C. istituì l'agone Capitolino in onore di Giove.
Fuori di Roma Giove ebbe molta importanza in tutte le città Osche, e così tra i Frentani; e Giove Libero era la maggiore divinità di Capua e forse di Pompei. Presso gli Umbri è testimoniato dalle Tavole Eugubine, dalle quali risulta che nel grande numero delle divinità locali Giove teneva il primo posto. In diverse località ebbe sotto nomi diversi culti che appaiono indipendenti dal culto romano. Così a Preneste era detto Arcanus, Maius a Tuscolo, Praestes a Tivoli, Indiges a Lavinio, Anxurus presso i Volsci. Come custode della confederazione delle città latine era venerato sotto il nome di Juppiter Latiaris ("Giove Laziale") con un tempio sul monte Albano. Le Feriae Latinae che si celebravano in Roma per quattro giorni, erano le più solenni.