MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera I

Io, Iobate.

IO: figlia di Inaco, primo re di Argo e dio-fiume, e di Melia; sorella di Foroneo, di Egialeo e di Fegeo. Le tradizioni differiscono sulla persona del padre: ora indicano come padre Iaso, figlio di Triopa; ora Pirene, figlio di Glauco re di Corinto; ma si accordano tutte nel farne una figlia di Inaco.
La bella Io, principessa di Argo e sacerdotessa di Era Argiva, fu amata da Zeus. Il dio, su cui Iunge, figlia di Pan e di Eco, aveva gettato un incantesimo, si innamorò di Io e, quando Era lo accusò di infedeltà e trasformò Iunge in una statua di pietra o in un uccello per punirla, egli mentì giurando di non aver mai toccato Io. Da questo mito nasce il "Giuramento di Afrodite", secondo il quale gli spergiuri nelle questioni di cuore non hanno valore. La giovane sognò molte volte Zeus che nella notte le sussurrava un invito a seguirlo e a giacere con lui sulle rive del lago di Lerna. Quando Io raccontò a suo padre questi sogni, egli consultò gli oracoli di Delfi e Dodona che, dopo alcune risposte evasive, gli dissero d'allontanare sua figlia per sempre dalla sua terra, se non voleva che la sua gente venisse distrutta dai fulmini di Zeus. Mentre si allontanava dalla casa di Inaco, Zeus s'unì alla giovane, e, ben presto, Era ebbe sentore dell'avventura. Allora, per sottrarre Io alla gelosia della moglie, Zeus trasformò Io in una bella giovenca bianca, ma Era ne reclamò la proprietà e la affidò ad Argo dai cento occhi perché la custodisse. Secondo un'altra versione Era stessa, gelosa della fanciulla, la trasformò in vacca, e Zeus le si accostò in forma di toro: solo allora Era la affidò in custodia ad Argo. Zeus però mosso a pietà diede a Ermete l'incarico di liberare Io dal troppo vigile custode. Ermete addormentò col suono del flauto Argo e lo uccise. Era lo mutò in pavone costellando la coda con gli occhi di Argo. Anche la morte di Argo non rese la tranquillità a Ino perché la dea implacabile fece infuriare la giovenca da un tafano, che tormentandola senza tregua la fece vagare in cerca di liberazione.
Giunse dapprima a Dodoma, dove la quercia profetica la salutò futura sposa di Zeus, e poi al mare che da lei prese il nome di Ionio; di là si spinse a nord fino al monte Emo; oltrepassato il delta del Danubio, girò attorno al Mar Nero, attraversò il Bosforo Cimmerio e, risalito il fiume Ibriste fino alla sorgente, arrivò nel Caucaso dove Prometeo incatenato su una rupe le predisse le vicende che l'attendevano. Ritornò in Europa passando dalla Colchide, la terra dei Calibi e il Bosforo Tracio; sempre galoppando attraversò l'Asia Minore fino a Tarso e a Joppa, poi passò in Media, giunse in Battriana e in India, e tagliando la parte meridionale dell'Arabia, attraverso il Bosforo indiano (lo stretto di Bab-al-Mandab) toccò l'Etiopia. Ridiscese poi dalle sorgenti del Nilo, dove i Pigmei lottano senza posa contro le gru, e trovò infine pace in Egitto dove, nella città di Canopo, Zeus la ritrovò, le ridiede le sue sembianze umane e, toccandola con una mano, procreò suo figlio Epafo ("toccato da Zeus"), che secondo Erodoto era il sacro bue degli egizi, Api. Altri sostengono che Io generò Epafo in una grotta eubea chiamata Boosaule. Era riuscì a rapirlo e lo affidò ai Cureti perché lo nascondessero. Questi lo nascoserto così bene che Io non riuscì a trovarlo. Intervenne allora Zeus che uccise i Cureti, e Io si rimise alla ricerca del figlio. Lo trovò che era allevato dalla moglie del re di Biblo, in Siria, lo riprese e lo ricondusse in Egitto. Divenuto adulto, Epafo regnò sull'Egitto succedendo al padre adottivo Telegono. Fondò una città nel luogo dov'era nato chiamandola con il nome della sua sposa, Menfi, una figlia del Nilo, la quale gli generò Libia e Lisianassa.
Altri narrano una storia completamente diversa. Essi dicono che Inaco, figlio di Giapeto, regnò su Argo e fondò la città di Iopoli (poiché Io è il nome con cui veniva venerata la Luna ad Argo) e chiamò Io la figlia in onore della Luna. Zeus Pico, re dell'Occidente, mandò i suoi servi a rapire Io e abusò di lei. Dopo aver dato alla luce una figlia di Zeus chiamata Libia, Io si rifugiò in Egitto; ma poiché colà regnava Ermete, figlio di Zeus, proseguì la sua fuga fino al monte Silpio in Siria, dove morì di dolore e di vergogna. Inaco mandò in cerca di Io i suoi fratelli, con l'ordine di non tornare senza di lei. Guidati da Trittonio, essi bussarono ad ogni uscio gridando: "Possa lo spirito di Io trovare pace!" finché raggiunsero il monte Silpio, dove l'ombra di una vacca si rivolse a loro dicendo: "Eccomi, sono Io". Pensarono allora che Io fosse sepolta in quel luogo e fondarono una seconda Iopoli, ora chiamata Antiochia. In ricordo di Io, gli Iopolitani bussano ogni anno agli usci dei vicini lanciando l'antico grido dei suoi fratelli, e anche gli Argivi la piangono ogni anno.

IOBATE: re di Licia, ha una parte importante nella leggenda di Acrisio e in quella di Bellerofonte.
Preto, cacciato dal regno d'Argo dal fratello gemello Acrisio, si rifugiò alla corte di Iobate e ne sposò la figlia Antea, chiamata anche Stenebea. Poi ritornò in Argolide alla testa di un esercito licio per sostenere il suo diritto alla successione. Ne seguì una sanguinosa battaglia, ma poiché né l'una né l'altra parte riuscì a prevalere, Preto e Acrisio acconsentirono a dividersi il regno: Acrisio regnò ad Argo e Preto a Tirinto. Frattanto, avendo Preto creduto che Bellerofonte avesse voluto sedurgli la moglie, si infiammò d'ira; ma non volle tuttavia attirare su di sé la vendetta delle Moire uccidendo con le proprie mani un supplice, e mandò Bellerofonte dal padre di Antea, Iobate, con una lettera sigillata che diceva di metterlo a morte.
Iobate, parimenti restio a uccidere un ospite, chiese a Bellerofonte di uccidere la Chimera perché essa si dava a scorrerie nel suo territorio. Bellerofonte consultò il veggente Poliido, che gli consigliò di catturare e domare l'alato cavallo Pegaso. L'eroe riuscì così a sopraffare la Chimera piombandole addosso a cavallo di Pegaso, trafiggendola con le frecce e poi conficcandole tra le mascelle un pezzo di piombo che aveva infilato sulla punta della lancia. L'alito infuocato della Chimera fece sciogliere il piombo che le scivolò giù per la gola bruciandole gli organi vitali.
Iobate, tuttavia, lungi dal ricompensare Bellerofonte per la sua audacissima impresa, lo mandò subito a combattere contro i bellicosi Solimi e le loro alleate, le Amazzoni; Bellerofonte li sconfisse tutti; poi, nella pianura licia dove scorre il fiume Xanto, sgominò una banda di pirati guidata da un certo Chimarro. Poiché Iobate non mostrò alcuna gratitudine e anzi appostò le guardie di palazzo in imboscata per sorprenderlo al suo ritorno, Bellerofonte smontò da cavallo e pregò Poseidone affinché, via via che egli avanzava a piedi, inondasse la pianura dello Xanto alle sue spalle. Poseidone ascoltò la supplica e spinse verso la pianura enormi ondate. E poiché nessun uomo potè indurre Bellerofonte a fermarsi, le donne xantie rialzarono le sottane fino alla cintura e in quell'arnese si precipitarono verso di lui, offrendosi al suo piacere se soltanto avesse desistito dall'avanzare. Bellerofonte immediatamente girò sui tacchi e fuggì di corsa; e le onde si ritirarono con lui.
Convinto ormai che Preto si fosse sbagliato circa il tentativo di violenza compiuto contro la virtù di Antea, Iobate mostrò a Bellerofonte la lettera del genero e gli chiese che cosa fosse accaduto. Saputa la verità, implorò il perdono del giovane, gli diede in sposa sua figlia Filonoe e, morendo, gli trasmise il regno di Licia.