MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera M

Macride, Maia, Mani, Manto.

MACRIDE: figlia d'Aristeo e di Autonoe, allevò con altre ninfe sul monte Nisa, in Elicona, il piccolo Dioniso che era stato loro affidato da Ermete. Esse lo celarono in una grotta e lo nutrirono di miele. Quando Era riconobbe in lui il figlio di Zeus, benché fosse molto effeminato per via dell'educazione ricevuta, lo fece impazzire. Dioniso andò vagando per il mondo e si rifugiò nell'isola di Corcira (Corfù), che si chiamava allora Drepane, e qui visse nella Grotta di Macride, dove più tardi Giasone e Medea celebrarono le loro nozze con un sontuoso banchetto e stesero il Vello d'Oro sul loro talamo.
Medea, dietro preghiera di Dioniso, fece ringiovanìre la ninfa Macride e le sue sorelle quando le incontrò a Drepane o Corcira; Zeus, in segno di gratitudine, pose poi la loro immagine tra le stelle, come costellazione delle Iadi.

MAIA: 1. Nella mitologia greca era una ninfa, considerata come figlia di Atlante e di Pleione o Sterope, la maggiore e la più bella delle Pleiadi. Maia era anche ninfa dei boschi perché viveva sul monte Cillene in Arcadia. Amata da Zeus in una caverna solitaria del monte diede alla luce Ermete, la cui crescita era tanto rapida che il primo giorno di vita riuscì a rubare ad Apollo gli armenti. Maia fu stranamente immune dalla gelosia di Era e sul monte Cillene fu anche nutrice di un figlio di Zeus e di Callisto, di nome Arcade. Essa rapresenta con le altre Pleiadi il principio vivificante del cielo, simbolo del periodo delle piogge che fanno germogliare dalla terra i semi. Nel culto Maia è talvolta associata a Ermete.

MAIA: 2. Anche Roma e gli Italici avevano una loro antica divinità Maia, omonima, ma ben diversa dalla greca madre di Ermete, o Maiesta, la divina compagna di Vulcano. Il nome di Maia è connesso con magnus e con il nome del mese di maggio, maius. A lei, come dea e personificazione del risveglio della natura a primavera, era dedicato il primo giorno di maggio, e il flamine Vulcanale (sacerdote di Vulcano) alle calende di maggio sacrificava una scrofa pregna, simbolo del favore che si attendeva dalla dea perché il calore del sole diffondendosi sulla terra desse sviluppo tanto alla vita vegetale quanto alla vita animale.
Sotto l'influenza della Grecia le due dee omonime, la greca e la romano-italica, furono identificate, e questa identificazione contribuì alla diffusione del culto della Maia italica, e portò anche all'assimilazione di Ermete con Mercurio, sotto l'influsso del culto di Ermete e di Mercurio praticato nella Campania. La più antica testimonianza del culto comune di Maia e Mercurio si ha nel calendario anziate precesareo: il 15 maggio si sacrificava Mercurio Maiae nel sacrario di Mercurio presso il Circo Massimo.

MANI: numi romani per gli spiriti dei morti, solitamente chiamati di manes. In tempi più tardi la parola manes fu usata anche nel senso topografico di "inferi" e a volte anche per nominarne gli dèi, Ade (Plutone) e Persefone (Proserpina). Secondo i Romani i mani degli antenati (di parentes) uscivano dalle tombe per alcuni giorni ogni febbraio (parentalia, "il giorno di tutte le anime", feralia, "il giorno delle offerte") e dovevano essere propiziati con sacrifici.

MANTO: figlia dell'indovino Tiresia e dotata anch'essa della facoltà di predire il futuro. Quando Tebe fu distrutta, Manto venne inviata a Delfi e consacrata ad Apollo; per ordine del Nume si recò poi a Colofone in Asia Minore dove fondò la città di Claro, e sposatasi col cretese Racio, generò Mopso (che certi mitografi sostengono essere figlio d'Apollo), il quale ereditò dalla madre il dono della preveggenza. A Colofone, Manto entrò in competizione con l'altro grande indovino del suo tempo, Calcante. Mopso vinse facilmente e Calcante morì di crepacuore. A Claro, Manto, non riuscendo a consolarsi della distruzione della patria, si sciolse in pianto e le sue lacrime formarono una sorgente che aveva il dono di rendere profeta chi vi beveva.
Secondo Virgilio (Eneide, X, 198), unitasi al dio Tiberino, diede alla luce Ocno, fondatore di Mantova, dove la profetessa era venerata come eroina eponima. Secondo un'altra versione del mito, Manto, sacerdotessa di Apollo, a Tebe sarebbe stata presa prigioniera dagli Epigoni durante il saccheggio della città e, sedotta da Alcmeone, ne avrebbe avuti un figlio, Anfiloco il Giovane, e una figlia, Tisifone, affidata al re di Corinto, Creonte.