MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera M

Melicerte, Memnone, Menadi.

MELICERTE: figlio di Atamante e di Ino. Atamante era urtato per il disprezzo che Nefele gli dimostrava e, innamoratosi di Ino, figlia di Cadmo, la condusse segretamente nel suo palazzo ai piedi del monte Lafistio, dove essa gli generò Learco e Melicerte. Era odiava Atamante non soltanto per ciò che aveva fatto a Nefele, ma anche perché, d'accordo con Ino, aveva accolto il piccolo Dioniso, bastardo di Zeus e della sorella di Ino, Semele, e lo teneva nascosto nel palazzo travestito da fanciulla. La dea si vendicò facendo impazzire Atamante il quale, afferrato l'arco, colpì Learco e ne fece a pezzi il corpo ancora palpitante. Ino afferrò allora Melicerte, il suo figliolo più giovane e fuggì; ma non sarebbe scampata alle frecce di Atamante se il giovane Dioniso non avesse temporaneamente accecato Atamante, cosicché egli uccise una capra invece di Ino. Ino salì poi sulla roccia Moluride, si gettò in mare e annegò. Ma Zeus, memore delle cortesie usate da Ino a Dioniso, non volle che la sua ombra scendesse agl'Inferi e la divinizzò come dea Leucotea. Egli divinizzò anche Melicerte come dio Palemone e lo mandò nell'istmo di Corinto a cavallo di un delfino.
Si racconta che Sisifo, il fratello di Atamante, che regnava allora su Corinto trovò il cadavere di Melicerte e lo fece seppellire. Per ordine di una Nereide, gli fece tributare un culto sotto il nome di Palemone, e fondò i Giochi Istmici come giochi funebri in suo onore.

MEMNONE: mitico figlio di Titono e di Eos (l'Aurora), re degli Etiopi.
Quando Titono emigrò in Assiria e fondò Susa, Memnone ancora fanciullo lo seguì. Susa è ora comunemente nota come città di Memnone. Titono governava la provincia persiana in nome del re assiro Teutamo, alleato di Priamo, che mise Memnone alla testa di mille Etiopi e di mille Susiani, con duecento carri da guerra. Egli era nero come l'ebano, ma il più bell'uomo tra i viventi e, a somiglianza di Achille, indossava un'armatura forgiata da Efesto. Alcuni dicono che egli raggiunse Troia attraversando l'Armenia, alla testa di un potente esercito di Etiopi e di Indiani. A Troia Memnone uccise alcuni illustri guerrieri greci tra i quali Antiloco, figlio di Nestore, che era accorso in aiuto del padre suo. Quel giorno, con l'aiuto degli Etiopi e di Memnone, i Troiani per poco non riuscivano a incendiare le navi greche, ma al calar della notte si ritirarono. Dopo aver sepolto i loro morti , i Greci elessero il Grande Aiace perché sfidasse Memnone; il mattino seguente il duello era già iniziato allorché Teti andò in cerca di Achille che non si trovava nell'accampamento, e gli annunciò la morte di Antiloco. Achille tornò rapidamente indietro, assetato di vendetta, e mentre Zeus con una bilancia in mano pesava il destino del greco e quello di Memnone, l'eroe scostò bruscamente il Grande Aiace per combattere in vece sua. Il piatto che conteneva il fato di Memnone si abbassò: Achille infatti vibrò un colpo mortale e poco dopo la nera testa dell'Etiope e la sua lucente armatura caddero al suolo.
Altri tuttavia dicono che Memnone perì in un'imboscata tesagli dai Tessali e che gli Etiopi, bruciato il corpo del loro capo, ne portarono le ceneri a Titono. Tali ceneri sono ora sepolte su una collina sovrastante la foce del fiume Esepo, dove un villaggio prese il nome dell'eroe. Eos supplicò Zeus di concedergli immortalità e onori. Uno stormo di uccelli, chiamati Memnonidi, nacque allora dai tizzoni del rogo funebre e, alzatisi in volo, gli uccelli girarono tre volte intorno. Al quarto giro si divisero in due stormi, combatterono tra loro con becchi e artigli e infine ricaddero sulle ceneri di Memnone come offerte funebri. I Memnonidi ogni anno si raccolgono sulla tomba dell'eroe a dolersi per il loro signore, finché, in due schiere, combattono fra di loro, fino a quanto una metà perisce.
Secondo un'altra versione, codesti Memnonidi erano i compagni di Memnone; essi lo piansero con tanto strazio che gli dèi, impietositi, li trasformarono in uccelli. Ogni anno ritornano sulla tomba di Memnone e gemono e si lacerano il petto, e alcuni di loro cadono al suolo esanimi. Gli abitanti dell'Ellesponto dicono che i Memnonidi, quando si recano alla tomba di Memnone presso l'Ellesponto, si servono delle loro ali per spruzzare sul tumulo l'acqua del fiume Esepo, e che Eos ancor oggi piange il figlio ogni mattina con lacrime di rugiada. Altri ancora credono che le ossa di Memnone siano state trasportate a Pafo, nell'isola di Cipro, e di lì a Rodi, dove sua sorella Imera o Emera venne a riprenderle e portò l'urna in Fenicia e la seppellì a Palliochide; poi nessuno seppe più nulla di lei. Altri infine dicono che la tomba di Memnone si trova presso Palto, in Siria, sulle rive del fiume Badas. La sua spada di bronzo è appesa nel tempio di Asclepio a Nicomedia, e Tebe in Egitto è famosa per una colossale statua nera (una figura seduta in trono) che ogni mattina all'alba emette un suono simile a quello di una corda di lira. Tutte le genti di lingua greca la chiamano "colosso di Memnone", ma gli Egiziani no.
La vicenda di Memnone, che è narrata nei poemi ciclici Piccola Iliade ed Etiopide, fu ripresa da Eschilo in due tragedie (Memnone e Pesatura delle vite) e da Sofocle in una (Memnone o gli Etiopi), tutte andate perdute.

MENADI: erano nell'antichità le donne dedite al culto orgiastico di Dioniso. Durante le feste bacchiche le Menadi, vestite di una pelle di cerbiatto o di volpe o di pantera, impugnando un bastone adorno d'edera, il tirso, inghirlandate esse stesse d'edera, al lume di fiaccole e traendo con sé un cerbiatto, correvano freneticamente per le balze dei monti, al suono di cembali, crotali e timpani; il rito orgiastico toccava l'acme quando, giunte le Menadi al colmo dell'eccitazione e del parossismo, mordevano e sbranavano il cerbiatto, simbolo del dio, ripetendo sostanzialmente l'antichissimo rito totemico. Il culto orgiastico di Dioniso fu importato fra i Greci dalla Tracia. Per il suo carattere sfrenato e scomposto non fu accolto dall'equilibrato spirito greco senza resistenza. Ne fanno fede vari miti, come, ad esempio, quello di Penteo, che narrano l'opposizione di leggendari reggitori e le ire del dio offeso. Le Menadi, contrassegnate dal tirso e dalla pardalide (la pelle di pantera), sono tema frequente nell'arte greca, specie funeraria, per la connessione del culto misterico di Dioniso con le credenze ultraterrene.
Le Menadi venivano chiamate anche Tiadi ("possedute dal dio") e Bacche o Baccanti ("donne di Bacco").