MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera M

Minerva, Minia, Miniadi.

MINERVA: era un'antica divinità romano-italica che prima di essere identificata con la greca Atena ebbe individualità, culto e attributi propri. Il suo nome è italico e appare nella forma arcaica Menerva con la variante etrusca Menrva; la sua etimologia fu variamente discussa, ma si suole riportare alla radice manas (latino mens e memini). L'origine del culto di Minerva è alquanto oscura; esso non appartiene al fondo primitivo della religione romana, e il suo ingresso nel culto ufficiale dei Romani può essere avvenuto quando già era chiusa la serie dei cosiddetti dei indigetes. Alcuni ritengono Minerva introdotta a Roma al tempo dei Tarquini, insieme con altre divinità straniere (dei novensides); secondo Varrone il culto di Minerva sarebbe stato introdotto in Roma dalla Sabina. È certo che il nome della dea mancava nel rituale più antico. I culti più antichi di Minerva si riscontrano presso i Latini di Roma e di Falerii, presso i Sabini di Orvinio e presso gli Etruschi, presso i quali troviamo anche santuari dedicati a Tinia (Giove), Uni (Giunone) e Menrva (Minerva), imitazione della triade greca Zeus-Era-Atena. La scarsità di tracce del culto di Giunone come sposa di Giove, e la limitata importanza del culto pubblico di Minerva, indussero a credere che la triade capitolina, in cui Giunone e Minerva sono associate come dee poliadi a Giove Ottimo Massimo, fosse passata dall'Etruria a Roma. L'assimilazione fra l'Atena greca e la Minerva italica, fatta assai per tempo, contribuì probabilmente all'inserzione di Minerva nella triade degli dèi superi, e all'influsso dei miti greci si dovette l'importanza che Minerva venne assumendo in seguito nel culto e nella letteratura, e la diffusione che ebbe in Italia e nelle province.
A Minerva erano dedicati in Roma parecchi templi e sacrari; anzitutto la cella nel santuario del Capitolium vetus del Quirinale, e quella del tempio eretto sul Campidoglio nel 509 a.C. nel quale era venerata la triade. Nell'età repubblicana essa ebbe altri tre sacrari piuttosto modesri e di data incerta: uno sull'Aventino che fu sede dei poeti e degli attori a partire dal 207 a.C.; un altro ai piedi del monte Celio esistente dalla fine del secolo IV o dalla prima metà del III a.C., dedicato a Minerva Capta, il cui epiteto fa ritenere assai probabile la provenienza della statua oggetto di culto da Falerii conquistata dai Romani nell'anno 241 a.C.; il terzo poco ricordato sull'Esquilino, dedicato a Minerva Medica, il cui epiteto si spiega con la partecipazione della Corporazione dei medici alle feste delle Quinquatrus. Più tardi come Atena Nike Cneo Pompeo onorò Minerva con la fondazione di un tempio de manubiis nella zona dei Saepta. Augusto innalzò un tempio a Minerva Calcidica, il Chalcidicum presso la Curia Giulia. Domiziano gliene consacrò uno nel Campo di Marte, e istituì giochi in onore della dea.
Il culto di Minerva nella religione romana, prima di subire l'influsso di Atena Poliade, ebbe carattere soltanto pacifico e sociale; il campo d'azione di essa era assai limitato, era considerata come inventrice delle arti e dei mestieri, ben lungi dall'essere protettrice di ogni attività dell'ingegno umano. Nel II secolo a.C., come divinità patrona degli artigiani, era da essi celebrata in suo onore una festa il quinto giorno dopo le idi di marzo, detto perciò Quinquatrus, che acquistò maggiore importanza con la durata di cinque giorni in conseguenza dello sviluppo crescente dell'artigianato e delle altre professioni che andavano sotto questo nome. Era anche una festa dei maestri, e gli scolari offrivano loro il Minervale munus. Un altro giorno di festa si aggiunse col nome di Quinquatrus minusculae il 13 giugno, nel quale i tibicines, i flautisti addetti al culto pubblico, celebravano con un banchetto nel tempio di Giove Capitolino la festa della loro associazione, con una mascherata per le vie della città, e con una riunione nel tempio di Minerva sull'Aventino, il cui dies natalis era commemorato il 19 giugno.

MINIA: fondatore di Orcomeno in Beozia, diede il nome ai Mini della Beozia o della Tessaglia, a cui appartenevano gli Argonauti.
Minia passa per essere ora il figlio e ora il nipote di Poseidone. In questo secondo caso suo padre è Crise, a sua volta figlio del dio e di Crisogeneia (o Crisogone). Era un uomo ricchissimo e dalla figlia d'Iperfate, Eurianassa, ebbe un gran numero di figli: Orcomeno, che gli succedette sul trono e morì senza figli, Ciparisso, le tre "Miniadi", Alcatoe (o Alcitoe), Leucippe e Arsippe, che furono fatte impazzire da Dioniso, Elara, madre di Tizio, Aretirea, madre di Flia, ch'ella ebbe da Dioniso, infine Climene, la quale fu moglie di Filaco e nonna di Giasone. Secondo altri, Climene fu moglie di Cefalo, che avrebbe sposato dopo la morte di Procri.

MINIADI: erano le tre figlie del re Minia, che regnava ad Orcomeno. Esse si chiamavano: Leucippe, Arsippe e Alcatoe. Le tre ragazze rifiutarono di partecipare alle feste notturne, benché Dioniso stesso le avesse invitate presentandosi a loro sotto l'aspetto di fanciulla. Durante la festa del dio, mentre trascorrevano serenamente il tempo occupate a filare e ricamare o narrandosi favole, all'improvviso dai loro telai spuntarono grappoli d'uva e dai loro fili viticci; latte e vino si misero a colare dal tetto. La stanza si riempì di fumo e dello scintillio del fuoco, e tutta la casa suonò di baccanali invisibili. Sgomente le fanciulle si nascosero in angoli remoti e Dioniso stesso apparve loro trasformandosi in leone, in toro, in pantera. Spaventate, le Miniadi furono prese da follia mistica e s'impadronirono del piccolo Ippaso, figlio di una di loro, Leucippe, e lo smembrarono e divorarono scambiandolo per un giovane cerbiatto. Poi, incoronandosi di edera, vagarono per le montagne al seguito delle Baccanti finché Ermete non le trasformò in uccelli, benché taluni dicano che Dioniso stesso le trasformò in pipistrelli.
La morte di Ippaso viene commemorata ogni anno a Orcomeno, con una festa detta Agrionie ("provocazione alla furia"): le donne fingono di cercare Dioniso e, dopo aver stabilito che egli si trova in compagnia delle Muse, siedono in cerchio e si pongono indovinelli, finché il sacerdote di Dioniso esce dal tempio con la spada in pugno e uccide la prima che gli capita sottomano.