MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera M

Moire, Molionidi.

MOIRE: dee del Destino, dalla genitura molto controversa. Infatti, Igino ed Esiodo le dicono figlie della Notte, ne fissano il numero a tre (numero sacro), e ne danno anche i nomi: Cloto, la "filatrice" del filo della vita che si avvolge intorno alla conocchia; Lachesi, la "fissatrice", che dà a ciascuno quello che gli spetta in sorte; Atropo, l' "irremovibile", l'inevitabile fatalità della morte nel momento stabilito. Ma un'altra tradizione mitica molto antica, per riportarle al mondo divino di Zeus e inserirle nel quadro dell'Olimpo, le considera come figlie di Zeus e di Temi. La teogonia orfica le dice figlie di Urano e di Gea.
Le Moire non ebbero mai un'esatta limitazione: ora appaiono sottoposte a Zeus, ora sono una forza incontrollabile, tenebrosa, che sovrasta tutti gli dèi, non eccettuato Zeus. Zeus che pesa sulla bilancia le vite degli uomini e informa le Moire delle sue decisioni, può, si dice, cambiar parere e intervenire in favore di chi vuole, anche se il filo della vita di costui, filato dal fuso di Cloto e misurato da Lachesi, sta per essere reciso dalle forbici di Atropo. Anzi, gli uomini sostengono addirittura di poter salvarsi, entro certi limiti, modificando il proprio destino grazie alla prudenza nell'evitare inutili rischi. Gli dèi più giovani dunque si ridono delle Moire e alcuni dicono che Apollo un giorno riuscì ad ubriacarle con un raggiro per salvare la vita del suo amico Admeto. Altri ritengono invece che Zeus stesso debba sottostare alle Moire, come la sacerdotessa pitica affermò una volta in un oracolo; le Moire infatti non sono figlie di Zeus, ma nacquero per partenogenesi dalla Grande Dea Necessità, con la quale gli dèi non osano contendere, e che è chiamata "La Possente Moira".
Generalmente si ritiene che le Moire non fossero in grado di determinare il destino, eppure nel mito di Meleagro giocano un ruolo decisivo. Infatti, allorché il ragazzo compì sette anni, Le Moire apparvero nella stanza di Altea e le annunciarono che il figlio avrebbe potuto vivere soltanto finché un certo tizzone del focolare non si fosse consumato. Altea tolse subito quel tizzone dal fuoco, lo spense in un secchio d'acqua e lo nascose in un cofano. Ma il giorno in cui Meleagro uccise i suoi zii, fratelli della madre Altea, questa, addolorata, lanciò una maledizione contro Meleagro. Le Moire le consigliarono di prendere dal cofano il tizzone spento e di gettarlo sul fuoco, e Meleagro spirò.
Nella mitologia le Moire non compaiono che raramente. Combatterono al fianco di Zeus nella battaglia contro i Giganti e con proiettili infuocati bruciarono le teste di Agrio e Toante, e poi alla battaglia contro Tifone, sempre per aiutare Zeus, offrirono al mostro frutti effimeri facendogli credere che gli avrebbero ridonato forza, mentre invece lo predestinavano a sicura morte. Le Moire assegnarono ad Afrodite un solo compito divino, quello di fare all'amore; ma un giorno Atena la sorprese mentre segretamente tesseva a un telaio, e si lagnò che tentasse di usurpare le sue prerogative; Afrodite le fece le sue scuse e da allora non alzò più nemmeno un dito per lavorare.
I poeti le rappresentano normalmente come donne vecchie e deformi; l'arte figurativa come giovani severe, caratterizzate Cloto col fuso, Lachesi con un globo su cui indica i destini, Atropo con una bilancia e con le forbici con cui troncare lo stame della vita.
A Delfi si onorano soltanto due Moire, quelle della Nascita e della Morte; e ad Atene, Afrodite Urania è detta essere la maggiore delle tre. I Romani identificarono le Moire con le Parche.

MOLIONIDI: erano figli di Attore e di Molione, figlia di Molo, oppure, secondo Omero, di Poseidone e Molione. Erano gemelli, nati da un uovo d'argento, e fin dalla nascita erano uniti l'uno all'altro all'altezza della cintura. I loro nomi erano Eurito e Cteato e sposarono le figie gemelle del centauro Dessameno, Teronice e Terefone, dalle quali ebbero due figli, Anfimaco e Talpio, che capeggiarono, davanti a Troia, il contingente degli Epei.
Celebri per la loro forza, i Molionidi dimostrarono tutto il loro valore combattendo per lo zio, il re Augia, contro Eracle il quale lo voleva punire perché si era rifiutato di pagargli una mercede. Augia, prevedendo l'attacco di Eracle, si era preparato a sostenerlo nominando suoi generali Eurito e Cteato, e chiamando al suo fianco per governare sull'Elide il valoroso Amarinceo, che di solito viene descritto come figlio dell'immigrato tessalo Pizio. Eracle non si coprì di gloria in questa guerra dell'Elide. Egli cadde ammalato e quando i Molioni misero in rotta il suo esercito che si era accampato nel cuore dell'Elide, i Corinzi intervennero proclamando re l'istmico Truce. Tra i feriti vi fu Ificle, il fratello gemello di Eracle. I gemelli presero poi parte all'assedio di Pilo. Gli Elei, guidati da Amarinceo avanzarono su Pilo in pieno assetto di guerra, e attraversarono la pianura a Triessa. Ma Atena mise in allarme la gente di Pilo, e quando i due eserciti vennero a battaglia, Nestore abbattè con un colpo di lancia Amarinceo, e anche i Molioni sarebbero caduti sotto i colpi della sua infaticabile lancia se Poseidone non li avesse avvolti in una nebbia impenetrabile soffiandoli via lontano.
Più tardi, saputo che gli Elei avrebbero organizzato una processione in onore di Poseidone per la Terza Festa istmica, e che i Molionidi intendevano assistere ai giochi e prendere parte ai sacrifici, Eracle tese loro una imboscata in una macchia che sorgeva lungo la strada nei pressi di Cleonea e scoccò una freccia trafiggendo a morte i due gemelli; uccise pure un loro cugino, chiamato anch'egli Eurito, figlio di re Augia.
Molione seppe ben presto chi aveva assassinato i suoi figli e indusse gli Elei a chiedere soddisfazione a Euristeo che declinò ogni responsabilità per i misfatti di Eracle che egli aveva bandito dal paese. Molione pregò allora gli Argivi di escludere tutti gli Elei dai Giochi Istmici, finché il delitto di Eracle non fosse stato espiato. I Corinzi si rifiutarono di obbedirle e Molione lanciò una maledizione su ogni Eleo che osasse prendere parte alla festa.