MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera N

Nereidi, Nereo, Nesso.

NEREIDI: le antiche tradizioni elleniche davano l'impero dell'Oceano a Nereo e a Doride, e la inesauribile fecondità del mare era simboleggiata da una ricca famiglia di ninfe marine, le Nereidi o Doridi; Esiodo ne nomina 50, Omero soltanto 34; altri mitografi tardivi parlano anche di 100 ninfe marine, la prima delle quali era Anfitrite, diretta emanazione di Doride. Esse personificavano i movimenti della onde, il loro colore, i vari aspetti della vita del mare; così quella azzurra, Glauco; la verdeggiante, Talia; l'ondeggiante, Cimodoce; la incalzante, Dinamene. Soltanto alcune di esse ebbero una leggenda particolare, come Anfitrite, sposa di Poseidone, Teti madre di Achille, Orizia rapita da Borea, Galatea amata dal ciclope Polifemo. Abitavano in fondo al mare, nel palazzo del padre Nereo, sedute su troni d'oro. Occupavano il tempo a filare, a tessere e a cantare, ma talvolta apparivano alla superficie delle onde, cavalcando tritoni o altri mostri marini; erano divinità benefiche alle quali i marinai offrivano sacrifici.
Il più delle volte, intervengono nelle leggende come spettatrici, raramente come attrici. Offese da Cassiopea che si era un giorno vantata dicendo che la bellezza di sua figlia Andromeda superava quella delle Nereidi, si lagnarono di quell'insulto invocando l'aiuto del loro protettore Poseidone che pretese il sacrificio di Andromeda. Ma poi le Nereidi furono presenti alla liberazione di Andromeda da parte di Perseo. Teti con le Nereidi guidò gli Argonauti oltre le infuocate Simplegadi o Rocce Vaganti, che sono fermamente ancorate al fondo marino. Alle nozze di Peleo e Teti, celebrate dinanzi alla grotta di Chirone sul monte Pelio, le cinquanta Nereidi intrecciarono una danza a spirale sulla bianca sabbia. Indicarono a Eracle come ottenere da Nereo le informazioni necessarie sulla via del paese delle Esperidi. Un gruppo di Nereidi giunse a Troia per piangere con Teti: si disposero in cerchio attorno al cadavere di Achille, mentre le nove Muse intonavano il lamento che durò diciassette giorni e diciassette notti. Al diciottesino giorno il corpo di Achille fu bruciato sul rogo e le sue ceneri, mescolate a quelle di Patroclo, vennero riposte in un'urna d'oro fabbricata da Efesto, dono di nozze di Dioniso a Teti.
Il culto delle Nereidi fu un tempo diffusissimo lungo le coste del Mediterraneo, in Tessaglia, in Beozia, a Corinto, a Delo, a Lesbo, a Corcira; ma perdette parte della sua importanza col prevalere di quello di Poseidone. I nomi di molte Nereidi ci sono conservati dai poeti e dalle iscrizioni vascolari. Gli artisti le rappresentarono spesso sotto le parvenze di vaghe giovinette dalla chioma adorna di perle, sopra delfini o ippocampi, talvolta come esseri fantastici, metà donna e metà pesce.

NEREO: nella Teogonia di Esiodo è detto figlio di Ponto e di Gea, e fratello di Forcio, Taumante, Euribea e Ceto. Era la più gradita e la più celebrata fra le divinità marine; personificava il mare nei suoi migliori aspetti, più lieti, più pittoreschi e più utili agli uomini. Omero, pur non nominandolo mai chiaramente, lo ricorda qualche vlta come nume di avanzata vecchiezza e padre delle ninfe del mare che dal suo nome si chiamavano Nereidi. Il suo culto era localizzato spesso nelle isole o sulle coste o in prossimità delle foci dei fiumi. I Greci immaginavano che Nereo abitasse, insieme con la sposa Doride e con le figlie in fondo al mare Egeo, e lo ricordavano per il suo spirito profetico e per la sua capacità di tramutarsi in molte forme diverse. A causa di queste sue virtù lo troviamo introdotto in particolare nelle leggende di Eracle e di Paride. Si raccontava che, quando Eracle si recò da lui per chiedergli in qual modo avrebbe potuto impadronirsi dei pomi d'oro delle Esperidi, Nereo avesse cercato di evitare di rispondergli assumendo l'aspetto di vari animali. Quando però l'eroe agguantò il canuto dio del mare e senza lasciarselo sfuggire di mano nonostante le sue continue proteiche metamorfosi, lo costrinse a rivelargli il modo di impossessarsi delle mele d'oro, Nereo acconsentì a dargli risposta e gli consigliò di non cogliere le mele con le proprie mani, ma di servirsi di Atlante, alleggerendolo nel frattempo dell'enorne peso che gravava sulle sue spalle. Invce a Paride, stando a una tradizione conservataci da Orazio, avrebbe spontaneamente predetta la triste sorte che lo attendeva.
Nelle pitture vascolari è spesso rappresentato come un gran vecchio coperto di alghe e di giunchi marini.

NESSO: mitico centauro, figlio di Issione e di Nefele. Traghettava i viaggiatori oltre il fiume Eveno. Un giorno Eracle raggiunse con Deianira il fiume Eveno, allora in piena, dove il centauro Nesso si offrì, dietro modesto compenso, di caricarsi Deianira in groppa mentre Eracle avrebbe nuotato. Eracle pagò il compenso richiesto, gettò la clava e l'arco al di là del fiume e si tuffò nella corrente. Nesso galoppò nella direzione opposta con Deianira tra le braccia; poi la gettò a terra e cercò di farle violenza. Deianira gridò invocando aiuto ed Eracle, ricuperato l'arco, prese accuratamente la mira e trapassò il petto di Nesso con una freccia avvelenata. Estratta la freccia, Nesso disse a Deianira: "Se tu mescolarai il seme che ho sparso al suolo con il sangue sgorgato dalla mia ferita e vi aggiungerai olio d'oliva, ungendo in segreto con questa mistura la camicia di Eracle, non avrai più da lagnarti per la sua infedeltà". Deianira in fretta raccolse gli ingredienti in un vaso, che suggellò e nascose tra le piaghe della veste senza dir parola a Eracle. Nesso fuggì presso una vicina tribù di Locresi, dove morì per la ferita ricevuta; ma il suo corpo imputridì senza sepoltura ai piedi del monte Tafiasso, appestando l'intera zona con il suo fetore.
Tempo dopo accadde che Eracle fece prigioniera Iole, in Ecalia; Deianira, gelosa, pensò che il marito preferisse la schiava a lei e decise di servirsi del supposto talismano d'amore datole da Nesso per assicurarsi l'affetto del marito. Dissuggellò in segreto il vaso, bagnò un panno di lana nel miscuglio che conteneva e lo strofinò sulla camicia che poi inviò ad Eracle. L'eroe, indossata la camicia, si lasciò sfuggire un grido: il calore aveva fatto sciogliere il veleno contenuto nel sangue di Nesso, che si diffuse sulle membra di Eracle corrodendogli la carne. Il dolore divenne così lancinante e insopportabile da spingerlo a darsi la morte sul rogo del monte Eta.