MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera P

Pico, Pigmalione, Pilade, Piramo.

PICO: antico dio italico, fondatore di Laurentum. Era venerato specialmente in Umbria e nel Piceno. Marito di Pomona o della Ninfa Canente, sarebbe stato mutato in picchio verde dalla maga Circe, sdegnata per aver Picco respinto le sue profferte amorose.
Secondo un'altra versione del mito, Pico era un dio rurale e passava per essere stato padre di Fauno e nonno del re Latino. Gli si attribuiva talvolta come padre Sterce o Stercolo, il cui nome evoca quello del "letamaio". Possedeva la virtù di mutare forma e preferiva quella dell'uccello sacro a Marte, il picchio. Possedeva doni profetici e li usava per dare oracoli all'altare di Marte, seduto su una colonna lignea. Un giorno Numa Pompilio tese una trappola a Pico e Fauno, mescolando del vino alla loro acqua. Completamente ubriachi si lasciarono facilmente catturare; cambiarono sembianze per confonderlo ma alla fine accondiscesero a spiegargli come fare per far scendere Giove dal cielo. Pico guidò i Piceni verso nuove terre; forse aiutò la lupa a nutrire Romolo e Remo.

PIGMALIONE: 1. Re di Tiro, figlio di Muttone (o Mutto) e fratello d'Elissa (Didone). Quando Muttone morì, trasmise il regno ai figli, e il popolo riconobbe come re Pigmalione, benché fosse soltanto un bambino. Elissa sposò il proprio zio Sicarba (o Sicheo), ricchissimo sacerdote d'Eracle, ma Pigmalione lo fece assassinare per impadronirsi delle sue ricchezze. Non vi riuscì, poiché la sorella, inorridita dal suo delitto, decise di fuggire. Di nascosto, caricò i tesori di Sicarba su navi, e fuggì in Africa, accompagnata da nobili di Tiro scontenti. Nel viaggio, per ingannare la cupidigia del fratello, Elissa fece ostentatamente gettare in mare sacchi in realtà pieni di sabbia, ma ch'ella diceva pieni d'oro, e dei quali faceva offerta all'anima del marito. Si dice che Pigmalione fosse avvelenato e strangolato da Astarbe sua moglie.

PIGMALIONE: 2. Mitico scultore, re di Cipro. Per dedicarsi solamente all'arte, aveva fatto voto di vivere celibe. Afrodite, sdegnata di tale risoluzione, volle vendicarsi. L'artista aveva fatto una statua d'avorio rappresentante Afrodite e la pose nel suo letto, implorandone la pietà. La dea, intenerita dalle preghiere dello sventurato, tramutò la statua in donna vivente, e Pigmalione la chiamò Galatea per il colore latteo della sua pelle. La sposò e ne ebbe una figlia, chiamata Pafo, la quale unita ad Apollo generò Cinira.

PILADE: figlio di Strofio re della Focide, e d'Anassibia, sorella di Agamennone. Era cugino e inseparabile amico di Oreste.
Oreste venne portato dalla sorella Elettra alla corte di Strofio perché fosse in salvo dalle mire dell'usurpatore Egisto e fu allevato insieme a Pilade che era di poco più giovane di lui, e la loro amicizia divenne proverbiale. Pilade aiutò Oreste a uccidere la madre Clitemnestra e fu bandito da Strofio per la parte che aveva avuto in quell'omicidio. Dopo avere aiutato Oreste, a vendicarsi dell'assassinio del padre Agamennone, uccidendo Egisto e Clitemnestra, coll'amico Oreste si recò in Tauride a rapire il simulacro di Artemide. Quando i due amici giunsero in Tauride vennero catturati e preparati, come tutti gli stranieri, per essere sacrificati ad Artemide. Portati davanti a Toante, re del paese, essi furono condotti davanti a Ifigenia, la sacerdotessa della dea. Ifigenia li fece slegare e, scoprendo che i due stranieri arrivavano da Argo, ben presto li riconobbe. Oreste le fece allora sapere perché era venuto in Tauride, e le comunicò l'ordine di Apollo. Ifigenia convinse il re Toante che i due stranieri, colpevoli di matricidio, non potevano essere sacrificati alla dea prima di venire purificati nell'acqua del mare. Toante si lasciò convincere, e Ifigenia si recò sulla riva con Oreste, Pilade e la statua di Artemide. Allontanate le guardie scite, col pretesto di mantenere segreti i riti della purificazione, navigarono verso la Grecia. Approdarono poi nel porto di Braurone in Attica, dove Ifigenia depositò la statua.
Al ritorno Pilade sposò Elettra che gli diede due figli, Medone e Strofio secondo.

PIRAMO: Piramo e Tisbe erano una coppia di amanti assira, poco nota agli scrittori antichi, ma divenuta celebre per la narrazione che ne fa Ovidio nelle Metamorfosi (libro IV).
Contrariati dai parenti che erano avversi al loro matrimonio, i due giovani, che erano vicini di casa, riuscirono a parlarsi attraverso le fenditure di un muro e combinarono di incontrarsi vicino a una fonte presso la quale sorgeva un gelso. Tisbe, giunta per prima, spaventata dalla vista di una leonessa, fuggì lasciando cadere un velo che fu lacerato ed insanguinato dalla fiera. Quando Piramo arrivò, vedendo quel velo insanguinato, fu indotto a credere che Tisbe fosse stata sbranata e disperato si trafisse col pugnale. Poco dopo la fanciulla ritornò nel luogo fissato per l'incontro e, constatato la tragedia, non ebbe la forza di sopravvivere all'amato e preso il pugnale si tolse la vita sul corpo di lui. Da quel momento, in segno di lutto, i frutti del gelso, fino ad allora bianchi, quando maturano si colorano di scuro.
I genitori posero le loro ceneri in un'unica urna. Due fiumi della Cilicia presero i nomi da Piramo e Tisbe.