Mitologia classica: greca e romana
Mitologia greca e latina : lettere P e Q

Priamo, Priapo.

Priamo PRIAMO: celebre re di Troia, era figlio di Laomedonte e, secondo diverse tradizioni tutte posteriori a Omero, di Strimo o Placia o Leucippe.
Dopo la prima distruzione di Troia per opera di Eracle, egli sopravvisse alla strage del padre e dei fratelli per merito della sorella Esione che lo riscattò. Il nome originario di Podarce gli fu allora tramutato in Priamo, che significa "riscattato". Segnalatosi in una spedizione dei Frigi contro le Amazzoni, Priamo ricostruì Troia e ne divenne il re potente e temuto: aveva esteso il suo potere a tutta la regione e alle isole della costa asiatica. Egli sposò dapprima Arisbe, la figlia di Merope, la quale gli diede un figlio, chiamato Esaco. Ma Priamo l'abbandonò, lasciandola a Irteo, per sposare in seconde nozze Ecuba. Da lei ebbe la maggioranza dei suoi figli e i più celebri. Il primogenito fu Ettore, il secondo Paride. Poi vennero figlie: Creusa, Laodice, Polissena e Cassandra. Infine, nacquero ancora vari figli: Deifobo, Eleno, Pammone, Polite, Antifo, Ipponoo, Polidoro e Troilo, che passava anche per essere figlio di Apollo. Da concubine, Priamo ebbe ancora altri figli. La tradizione attribuisce a Priamo cinquanta figli e cinquanta figlie.
I miti più importanti che riguardano la vita di Priamo narrano dell'abbandono dell'infante Paride. Poco prima della sua nascita la madre Ecuba sognò di partorire un tizzone ardente il quale avrebbe bruciato e distrutto la città. Esaco, altro figlio di Priamo, che aveva la facoltà di interpretare i sogni rivelò che il bimbo che stava per nascere avrebbe causato la distruzione di Troia e perciò bisognava ucciderlo. Priamo affidò a uno dei suoi pastori, un certo Agelao, il triste compito di uccidere il bambino, ma il pastore troppo tenero per usare la corda o la spada, abbandonò il bimbo sul monte Ida, dove fu allattato da un'orsa. Anni dopo, Paride venne riconosciuto dalla sorella Cassandra e Priamo festeggiò il suo ritorno con un sontuoso banchetto e sacrifici agli dei. Quando Paride rapì Elena, Agamennone inviò a Troia dei messaggeri per chiedere la sua restituzione, ma Priamo rispose che non sapeva nulla di quella faccenda (Paride infatti stava ancora navigando nel sud) e chiese quale soddisfazione era stata data ai suoi araldi per il ratto della sorella Esione da parte di Telamone.
Durante la guerra e l'assedio di Troia vide perire i figli ad uno ad uno, ed Ettore, il suo figlio prediletto e il più valoroso difensore del suo regno, fu uno degli ultimi. Così quando Ettore fu ucciso e portato da Achille nel campo greco, Priamo, tutto solo, si recò alla tenda di Achille per implorare la restituzione delle spoglie del figlio. Sui due uomini, lontani ormai dal saccheggio e dalla rissa, aleggiò, insieme con il ricordo dei trapassati, un uguale presagio di morte. Quando Troia cadde, Ecuba si rifugiò con le figlie presso l'altare di Zeus nel cortile del palazzo, e colà trattenne il vecchio Priamo e lo indusse a non gettarsi nel folto della mischia. Priamo le obbedì sia pure a malincuore, ma quando vide il figliol suo Polite accorrere inseguito dai Greci e cadere trafitto ai suoi piedi, scagliò la lancia contro Neottolemo, l'uccisore. In questa estrema riaffermazione del suo amore paterno e della sua dignità regale, fu strappato dai gradini dell'altare e ucciso sulla soglia del suo stesso palazzo. Poi Neottolemo ne trascinò il corpo sulla tomba di Achille presso il promontorio Sigeo, dove imputridì, decapitato e insepolto.
Secondo quello che ci narra Omero nell'Iliade, Priamo fu re giusto e mite (fino a parer debole e inetto), in contrasto con la ferocia degli uomini e degli eventi; padre tenero e affettuoso, fu benevolo anche nei confronti di Elena, comprensivo e addirittura solidale, nella sua illuminata saggezza, con la pena di Achille, che pianse la perdita di Patroclo.

Priapo PRIAPO: figlio di Afrodite e di Dioniso, dio dei giardini giunto tardi nel mondo greco, probabilmente di provenienza frigia.
Nato deforme con corpo piccolo, pancia enorme e membro mostruosamente smisurato. Nascendo così brutto Afrodite lo rinnegò e lo abbandonò. Lo allevarono dei pastori che dalla sua mostruosità fallica ne avevano tratto dei buoni auspici per la fertilità dei campi e delle greggi. Così Priapo divenne il dio dell'istinto sessuale e della forza generativa maschile e della fertilità delle campagne.
S'innamorò della ninfa Lotide che rifiutava ostinatamente l'amore del dio; più di una volta egli era stato sul punto di raggiungerla, ma lei era sempre riuscita a scappare. Una notte in cui ella dormiva fra le Menadi, compagne di Dioniso, Priapo, che era dello stesso gruppo, cercò di avvicinarsi a lei e di prenderla di sorpresa. Stava per raggiungere il suo scopo allorché l'asino di Sileno si mise a ragliare così forte che tutti si svegliarono; Lotide fuggì, lasciando Priapo molto confuso, mentre le Baccanti presenti ridevano della sua disavventura. Più tardi Lotide chiese di essere trasformata in una pianta, e diventò un arbusto dai fiori rossi, chiamato loto.
Come nume della generazione, Priapo trovò fedeli presso gli iniziati ai misteri e i contadini. I primi lo consideravano non solo dio della nascita, ma anche della morte, cioè di tutta la vita e di tutta la natura. Più semplice e ingenuo era il culto che gli rendevano i contadini: per essi Priapo era venerato come protettore degli armenti, della pesca, delle api, delle vigne e dei giardini. Gli si offrivano le primizie e gli si sacrificava un asino. Gli si innalzavano nei campi degli spaventapasseri in posizioni oscene e grottesche. La roncola nel pugno e il fascio di canne mosse dal vento sul capo, giovavano a incutere terrore ai ladri e agli uccelli. Talvolta era invece rappresentato sotto l'aspetto di Satiro con il berretto frigio e carico di frutta.
Gli era sacro l'asino ed era figurato come vecchio barbuto seminudo munito di falce e con un enorme membro eretto. In Italia si identificò con il dio Mutinus Tutinus, antica e oscura divinità romana a carattere fallico.