MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera R

Rea Silvia, Recarano, Remo, Reo.

REA SILVIA: nella tradizione leggendaria è fatta madre di Romolo e Remo. Nella versione rappresentata da Nevio e da Ennio, porta anche il nome di Ilia, cioè donna troiana. Questa versione credeva madre di Romolo una figlia di Enea, ed è da considerarsi una eleborazione adulatoria fatta per collegare con Troia le origini di Roma. Ma intorno alla madre di Romolo si svilupparono diverse versioni leggendarie.
La leggenda che riuscì a prevalere riferisce che Silvia, figlia di Numitore, re di Alba Longa, fu costretta dal fratello del re, Amulio, usurpatore del trono, a farsi vestale; così egli avrebbe potuto godersi la sovranità usurpata venendo a estinguersi la famiglia del fratello. Marte la sorprese mentre dormiva in un boschetto sulle rive del Tevere e la rese madre. Amulio la chiuse in carcere, e, avvenuto il parto dei gemelli Romolo e Remo, la fece uccidere. Secondo altri sarebbe morta in prigione, gettata nel Tevere e raccolta dal dio del fiume o dal dio dell'Aniene. Un'altra variante della leggenda riferiva che a Rea Silvia sarebbe stata lasciata la vita per intercessione della figlia di Amulio, chiamata Anto, ma sempre chiusa in carcere, da cui sarebbe stata liberata dai propri figli dopo l'uccisione di Amulio.
Sembra probabile che Rea Silvia fosse una divinità che fu venerata presso il Lago Albano, la cui voce si sentiva nelle selve. Suoi ministri erano i Silvi trasformati poi nei re di Alba Longa.

RECARANO: chiamato anche Carano o Garano, è un gigantesco mandriano alleato di Eracle.
Recarano, mentre attraversava il territorio della futura Roma con una mandria di buoi, il brigante Caco, uno schiavo del re Evandro, gli rubò due dei più bei tori della mandria e quattro manzi, che trascinò poi nella sua grotta. Recarano, disperando di trovare i buoi, abbandonò le ricerche, ma Evandro che conosceva bene la natura ladresca del suo schiavo, lo obbligò a restituire gli animali rubati. Recarano, contento, ringraziò il re Evandro e innalzò ai piedi dell'Aventino un altare a Zeus, cui sacrificò uno dei tori ricuperati: sarebbe l'Ara Maxima, generalmente attribuita a Eracle.

REMO: figlio di Marte e di Rea Silvia, e fratello gemello di Romolo.
A causa del rapimento attuato dallo zio Amulio, re di Alba Longa, Remo fu portato da Numitore, fratello di Amulio, con l'accusa di aver rubato gli armenti. Numitore, ammirato del nobile aspetto del giovane, lo rimandò. Faustolo saputo del caso di Remo rivelò ai due fratelli la loro origine: essi, corsi coi loro seguaci ad Alba e ucciso Amulio, ristabilirono Numitore sul trono. Quando Romolo e Remo più tardi decisero di fondare una città, i due fratelli non riuscirono a mettersi d'accordo su chi dei due dovesse governarla e decisero di consultare il volere degli dèi osservando, secondo il rito sacro, il volo degli uccelli, per stabilire chi dei due dovesse considerarsi fondatore e dovesse dare il nome alla città. Remo salì sull'Aventino e vide sei avvoltoi mentre Romolo, dal Palatino, ne contò dodici. Il muricciolo provvisorio che delimitava la nuova città era costruito e Remo, geloso del fratello, lo saltò d'un balzo. Romolo, in un impeto d'ira, lo uccise. Se non lui fu Celere a colpirlo con la spada. Romolo, pur rendendosi conto dell'insulto del fratello, non potè non pentirsi del suo gesto e lo pianse a lungo. Secondo un'altra versione della morte di Remo questi fu ucciso durante uno scontro tra i seguaci dei due fratelli poiché entrambi sostenevano d'aver visto il numero più alto di uccelli sul colle.
Remo ebbe scarso svuluppo nella leggenda; di lui si ha ricordo solo in due nomi locali, la Remuria sull'Aventino, dove Remo avrebbe preso gli auspici, e l'agro Remurino. La leggenda dei gemelli Romolo e Remo deve risalire in Roma alla fine del IV secoilo a. C., ma in essa la figura di Remo ebbe scarso rilievo e modesta elaborazione. Raccontava che i pastori dei dintorni, notando le nobili qualità dei due fratelli, prestavano loro spontanea obbedienza: Fabii si chiamavano i seguaci di Remo, Quintilii quelli di Romolo. La leggenda di Remo finisce con la sua morte senz'altro sviluppo.

REO: figlia di Stafilo e Crisotemi, e sorella di Emitea.
Lirco, figlio di Foroneo, di ritorno dall'oracolo di Dodona, fece scalo a Bibasto presso il re Stafilo. Qui, durante il banchetto di ospitalità, si ubriacò e, di notte, il re Stafilo gli mise accanto una delle figlie, Emitea, ma Reo litigò con la sorella perché anch'essa voleva passare la notte con l'ospite. Alla fine vinse Emitea. Più tardi, Reo fu amata da Apollo e ne rimase incinta. Stafilo, pensando che il responsabile dell'avventura non fosse un dio, ma un semplice mortale, chiuse la figlia in una cassa che abbandonò in mare. Spinta dalle correnti, la cassa approdò sulle spiagge dell'Eubea, dove Reo diede alla luce un bimbo che chiamò Anio in ricordo delle pene sofferte per lui; e Apollo in seguito lo elesse suo sacerdote a Delo. Altri dicono che la cassa in cui era rinchiusa Reo approdò direttamente a Delo. Reo sposò in seguito un mortale, chiamato Zarego, figlio di Caristo. Da lui ebbe cinque (altri dicono due) figli.