MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera S

Semele, Servio Tullio, Sfinge.

SEMELE: figlia di Cadmo, fondatore di Tebe, e di Armonia, amata da Zeus.
La gelosa Era, assumendo le sembianze della nutrice Beroe, indusse Semele a chiedere all'amante divino di esaudire una sua preghiera, invitandolo quindi a comparire davanti a lei in tutto lo splendore della sua divinità. Zeus tentò invano di sottrarsi a tale desiderio; quando infine le si presentò tra lampi e tuoni, Semele cadde incenerita e la casa si incendiò. Ma il bimbo nel suo ventre venne salvato, perché Ermete lo cucì in una coscia di Zeus dove egli potè maturare per altri tre mesi, e a tempo debito venne alla luce Dioniso. Ecco perché Dioniso è detto "nato due volte" o anche "il fanciullo dalla doppia porta". Le sorelle Agave, Ino e Autonoe si rifiutarono di credere che Semele avesse ottenuto i favori di Zeus e di accettare la divinità di Dioniso, e per il loro scetticisno vennero punite.
Più tardi, Dioniso discese al Tartaro passando da Lerna e, donandole del mirto, indusse Persefone a liberare la madre sua Semele. Semele salì con Dioniso nel tempio di Artemide a Trezene; ma per non ingelosire le altre ombre dei morti, Dioniso le cambiò nome e la presentò agli dèi olimpi come Tione.

SERVIO TULLIO: sesto re di Roma. La sua storia è puro mito e ne esistono due versioni. La leggenda etrusca, riportata dall'imperatore Claudio, lo collega a Mastarna. Il mito romano, narrato da Livio e da altri autori, racconta che nella corte del re Tarquinio Prisco viveva una schiava, Ocrisia, che diede alla luce un bambino. Secondo alcuni suo padre era Servio Tullio, principe di Cornicolo, una città conquistata di recente da Tarquinio e dai Romani. Sua madre, ora ridotta in schiavitù, era stata un tempo la sposa del principe. L'altra versione narrava invece che Ocrisia generò il figlio con il dio Vulcano che in forma di fallo uscì dalla terra. Un giorno, mentre l'infante era nella culla, sul suo capo si vide brillare una fiamma. La regina Tanaquilla, moglie di Tarquinio, ordinò che il bimbo non fosse disturbato e, quando si svegliò, la fiamma svanì. La coppia reale, interpretò l'evento come un presagio di gloria, e decise di allevare il bambino con le massime cure. Quando fu adulto, Tarquinio lo diede in sposa alla figlia e lo designò suo successore. Allorché Tarquinio venne assassinato dai figli del suo predecessore Anco Marzio, la regina fece in modo che Servio potesse ottenere il potere con facilità. Più tardi, Servio fece ratificare la sua elevazione al potere attraverso una vera elezione popolare.
Secondo la tradizione romana il regno di Servio fu florido e pacifico. Sconfisse Veii (Veio) e divise i cittadini in classi e centurie basate sulla proprietà; ampliò la città costruendo le celebri mura serviane. Introdusse il culto di Diana e confermò la sua posizione di regnante grazie a un grande consenso popolare. I patrizi comunque non lo amarono. Ma furono, secondo Livio, i figli del suo predecessore Tarquinio Prisco, fatti sposare dallo stesso Servio alle sue figlie, che provocarono la sua rovina e la sua morte. Secondo Livio la prima delle figlie di Servio, Tullia, particolarmente ambiziosa, aveva collaborato all'assassinio della sorella e del primogenito di Tarquinio, Arunte, poi aveva sposato il cognato Lucio Tarquinio che più tardi prese il nome di Superbo. I due insieme assassinarono Servio, che aveva regnato per quarantaquattro anni. Il cadavere di Servio fu gettato nella pubblica via, e Tullia passò con il suo cocchio sul corpo del padre che giaceva, sanguinante, in mezzo alla via alla quale rimase il nome di vicus sceleratus.

SFINGE: mostro femminile con corpo di leone alato e petto e testa di donna, figlia di Echidna e di Tifone (o di Ortro). Fu inviata da Era a Tebe per vendicare il rapimento del fanciullo Crisippo, figlio di Pelope, perpetrato da re Laio. Secondo un'altra versione del mito furono Apollo o Dioniso a inviare la Sfinge, forse per punire i Tebani che avevano trascurato i sacrifici.
La Sfinge, accovacciata su un muro o sul monte Ficio, nei pressi della città, poneva enigmi ai Tebani, e li divorava quando non sapevano rispondere. Molte persone furono divorate e, infine, uno dei figli di Creonte, forse Emone, fu ucciso. Allora Creonte, reggente a Tebe dopo la morte di re Laio, offrì il regno e la mano di Giocasta a chiunque fosse riuscito a risolvere l'enigma della Sfinge e a liberare il paese da quella costante minaccia. L'enigma era questo: "Quale essere, con una sola voce, ha talvolta due gambe, talvolta tre, talvolta quattro, ed è tanto più debole quante più ne ha?" Edipo si presentò e rispose esattamente. "L'uomo", disse, "perché va carponi da bambino, cammina saldo sulle due gambe in gioventù e si appoggia a un bastone quando è vecchio". La Sfinge, per la disperazione, si gettò giù dal monte Ficio sfracellandosi nella vallata sottostante. Al che i Tebani, grati ed esultanti, acclamarono Edipo re ed egli sposò Giocasta, ignaro che fosse sua madre.