MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera T

Talia, Talo.

TALIA: 1. Una delle nove Muse, protettrice della commedia, raffigurata come una bella donna con in mano il bastone pastorale (pedum), una maschera comica e una corona d'edera sul capo. Pur rifiutando di legarsi in matrimonio, Apollo la sedusse e la rese madre dei Coribanti, che intrecciavano danze durante la festa del solstizio d'inverno. Zeus affidò ai Coribanti il compito di custodire la culla di Zagreo nella grotta Idea e colà essi gli danzavano attorno.

TALIA: 2. Una delle Cariti (Grazie), è figlia di Zeus e di Eurinome. Le Cariti sono divinità della Bellezza e probabilmente, in origine, forze della vegetazione. Proprio loro diffondono la gioia nella Natura e nel cuore degli uomini, e anche in quello degli dèi. Abitano sull'Olimpo in compagnia delle Muse, con le quali formano talvolta dei cori. Fanno parte del seguito di Apollo, il dio musico. Si rappresentano generalmente come tre sorelle, Eufrosine, Talia e Aglae, tre giovani nude che si tengono per le spalle. Si attribuisce alle Grazie ogni sorta di influenza sui lavori della mente e sulle opere d'arte.

TALIA: 3. Una delle Nereidi, figlia di Nereo e di Doride. Il numero delle Nereidi varia da cinquanta a cento e fra di esse alcune hanno una personalità più accentuata delle loro sorelle. Così Teti, madre di Achille, poi Anfitrite, moglie di Poseidone, Galatea, innamorata del bell'Aci, infine Orizia, generalmente creduta figlia del re d'Atene Eretteo. Le Nereidi vivevano in fondo al mare, nel palazzo del loro padre, sedute su troni d'oro. Erano tutte bellissime e occupavano il tempo a filare, a tessere e a cantare. I poeti le immaginavano anche mentre giocavano con disinvoltura fra le onde, mentre lasciavano galleggiare la loro capigliatura, mentre nuotavano qua e là fra i tritoni e i delfini.

TALO: 1. È il guardiano di Creta. Vigilante infaticabile, era stato scelto da Minosse per questo incarico, oppure da Zeus quando vi lasciò la ninfa Europa. Faceva tre volte al giorno, armato, il giro di Creta. Impediva agli stranieri di penetrarvi, ma anche agli abitanti di uscirne senza il permesso di Minosse. Sembra che, proprio per sfuggirgli, Dedalo dovette scegliere la via dell'aria. Le armi favorite da Talo erano pietre enormi, ch'egli scagliava a grande distanza. Ma gli "immigrati clandestini" dovevano temere altri pericoli da parte di Talo, anche se riuscivano a oltrepassare quel primo sbarramento. Quando li raggiungeva, Talo saltava nel fuoco, portava il suo corpo metallico all'incandescenza e, precipitandosi sui malcapitati, li stringeva e li bruciava.
Talo era invulnerabile in tutto il corpo, fuorché nella parte bassa della gamba, dove si trovava una piccola vena, chiusa da un chiodo di bronzo. Quando giunsero gli Argonauti, Medea blandì il mostro con voce soave e gli promise l'immortalità se beveva una certa pozione; si trattava in verità di un soporifero e mentre il mostro dormiva, Medea estrasse il chiodo di bronzo che turava l'unica vena di Talo. Il divino icore, il liquido che fungeva da sangue, ne uscì e il mostro morì. Altri dicono che Talo, stregato dagli incantesimi di Medea, avanzò barcollando, si ferì il tallone contro una roccia e morì dissanguato. Altri ancora, che Peante, padre di Filottete e uno degli Argonauti, lo uccise scoccandogli una freccia nel tallone.
Si diceva che Talo avesse avuto un figlio, Leuco.

TALO: 2. Figlio della sorella di Dedalo, Policasta o Perdice, fu uno dei suoi apprendisti, e l'aveva già superato in abilità all'età di soli dodici anni. Talo raccolse un giorno l'osso della mascella di un serpente o, come altri dicono, una spina di pesce; e accortosi che se ne poteva servire per tagliare un bastone a metà, ne copiò il modello in ferro e inventò così la sega. Questa e altre utili invenzioni, quali la ruota da vasaio e il compasso per tracciare i cerchi, gli procurarono così vasta fama ad Atene che Dedalo, il quale rivendicava il merito di aver inventato la sega, ne divenne geloso. Si fece dunque accompagnare da Talo sul tetto di un tempio di Atena sull'Acropoli e, fingendo di indicargli qualcosa che si muoveva a grande distanza, lo spinse giù dal cornicione. L'invidia non sarebbe tuttavia bastata a indurlo a quel gesto: ma egli sospettava Talo di avere rapporti incestuosi con sua madre Policasta. Dedalo si precipitò poi ai piedi dell'Acropoli e chiuse il corpo di Talo in una sacca, proponendosi di seppellirlo in un luogo deserto. Interrogato dai passanti, rispondeva di aver raccolto un serpente morto, come la legge prescriveva, il che non era del tutto falso, poiché Talo era un Eretteide; ma ben presto apparvero macchie di sangue sulla sacca e il delitto fu scoperto. L'areopaco condannò Dedalo all'esilio per omicidio; secondo un'altra versione, invece, egli fuggì prima che avesse luogo il processo.
L'anima di Talo volò via sotto forma di pernice, mentre il suo corpo fu sepolto là dove era caduto. Policasta s'impiccò quando ebbe notizia della morte del figlio e gli Ateniesi eressero un santuario in suo onore presso l'Acropoli.