MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera A

Argonauti.

Argonauti: si chiamano così gli eroi che presero parte con Giasone alla conquista del Vello d'Oro sulla nave Argo. Era il vello dell'Ariete alato che condusse Frisso da Orcomeno in Beozia fino alla Colchide in fondo al mar Nero, sottraendolo ai crudeli trattamenti della matrigna Ino. Dopo l'arrivo di Friso in Colchide, il vello era stato appeso nel bosco sacro ad Ares, dov'era sorvegliato notte e giorno da un drago che non dormiva mai. Ci sono giunte numerose versioni della spedizione, ma la più nota è quella di Apollonio Rodio. La storia era conosciuta anche da Omero e da Pindaro.
Esone, padre di Giasone, era il legittimo re di Iolco in Tessaglia, ma fu detronizzato dal fratellastro Pelia. Pelia era stato informato che sarebbe morto per mano di un discendente di Eolo che si sarebbe presentato a lui calzando un solo sandalo. Quando Giasone raggiunse l'età adulta, decise di recarsi a Iolco e di far valere i suoi diritti sul trono. Arrivò mentre Pelia stava sacrificando a suo padre Poseidone. Era odiava Pelia; così per mettere alla prova Giasone che si stava recando a Iolco gli apparve sotto forma di una vecchia e gli domandò di aiutarla ad attraversare un tumultuoso torrente che si trovava sul loro cammino. Malgrado l'ansia di raggiungere Iolco per il sacrificio, Giasone obbedì e nel corso d'acqua perse un dei suoi sandali. Dopo che l'ebbe aiutata a raggiungere l'altra riva, la vecchia scomparve ed egli non seppe mai che si trattava di Era.
Arrivato a Iolco si recò sulla piazza del mercato e domandò dove poteva trovare Pleia. Fu riferito al re che un uomo con un piede scalzo voleva vederlo. Pleia si fece immediatamente accompagnare al mercato e capì che l'oracolo si era realizzato. Giasone con grande sincerità gli rivelò il suo nome e il motivo della sua venuta. Per non macchiare i festeggiamenti con il sangue del nipote, Pleia lo invitò nel suo palazzo e gli disse: "Che faresti se un oracolo ti dicesse che secondo il Fato uno dei tuopi concittadini dovrà ucciderti?" "Manderei quel mio concittadino alla ricerca del Vello d'Oro nella Colchide", rispose Giasone, senza sapere che Era gli aveva messo quelle parole sulle labbra. Se Giasone avesse compiuto questa pia spedizione, disse Pleia, egli gli avrebbe volentieri consegnato lo scettro che era ormai divenuto troppo pesante per un uomo della sua veneranda età. Giasone accettò questa condizione e Pelia gli chiese di portargli il Vello d'Oro, credendo l'impresa impossibile e sperando che sarebbe morto nel tentativo di compierla.
Giasone mandò dunque araldi in ogni corte di Grecia, per convocare volontari disposti a salpare con lui per la Colchide. Indusse inoltre Argo a costruirgli una nave a cinquanta remi: la nave fu messa in cantiere a Pegase e si usò legname stagionato del monte Pelio. Atena stessa ornò la prua dell'Argo con una figura di buon auspicio, intagliata in una quercia di Dodona sacra al padre suo Zeus.
Diversi cataloghi ci hanno conservato la lista degli Argonauti. Queste liste differiscono sensibilmente le une dalle altre, e riflettono le epoche diverse della leggenda. Due, soprattutto sono interessanti, quella di Apollonio Rodio e quella di Apollodoro. Il numero degli Argonauti è relativamente stabile: da cinquanta a cinquantacinque. Un certo numero di nomi è comune alle due liste, e rappresenta la base più sicura della leggenda. Sono, oltre a Giasone che comandava la spedizione, Argo, figlio di Frisso (o, secondo altri, d'Arestore), il costruttore della nave e Tifide (figlio d'Agnate), che la pilotava. Poi, veniva il musico Orfeo che aveva l'incarico di dare la cadenza ai rematori e di servire con i suoi canti d'antidoto alle seduzioni delle Sirene. L'equipaggio contava parecchi indovini: Idmone, figlio d'Abante, Anfiarao, Mopso. Poi venivano i due figli di Borea, Zete e Calaide, i due figli di Zeus e di Leda, Castore e Polideuce, e i loro due cugini, i figli di Afareo, Ida e Linceo. L'araldo della spedizione era Etalide, un figlio di Ermes. Tutti questi eroi svolgono una parte attiva nelle avventure dell'Argo.
L'Argo fu varata dagli eroi, in mezzo a grande affluenza di popolo, sulla spiaggia di Pagase, ed essi s'imbarcarono, dopo un sacrificio ad Apollo. Il figlio di Pelia, Acasto, all'ultimo momento si unì alla spedizione. Il primo scalo degli Argonauti fu Lemno; Afrodite aveva punito le donne di quest'isola facendole sentire di un olezzo insopportabile tanto che i loro mariti le avevavo abbandonate. Allora queste donne avevano ucciso i loro uomini e tutti gli altri maschi che vivevano sull'isola. La loro regina Ipsipile diede ospitalità a Giasone e Afrodite, su richiesta di Efesto, fece sparire l'odore disgustoso; così molti bambini furono generati in tale occasione dagli Argonauti.
Dopo una sosta a Samotracia, attraversarono nottetempo l'Ellesponto, quindi raggiunsero il mar di Marmara sani e salvi. Avvicinandosi al territorio dei Dolioni, fecero scalo ad Arctoneso, che un istmo collegava al continente. Il re dei Dolioni, Cizico, diede loro ospitalità, ma alcuni Giganti a sei braccia, figli della Terra, venuti dall'interno della penisola, attaccarono gli uomini di guardia all'Argo mentre l'equipaggio era altrove. Eracle che era di guardia uccise i Giganti e li ammucchiò sulla spiaggia. Quindi Gli Argonauti, istruiti da Cizico sulla rotta da tenere, ripresero il mare, diretti verso il Bosforo. All'improvviso venti impetuosi li ricacciarono indietro; gli Argonauti ormeggiarono la nave e si accamparono a terra, ma durante la notte dovettero respingere un attacco degli abitanti del luogo. Al mattino si accorsero che i loro assalitori erano dei Dolioni e che Cizico si trovava tra i morti. Celebrarono le sue esequie con giochi funebri e sua moglie Clita, disperata, si impiccò. Una tempesta impediva all'Argo di riprendere il mare, e Mopso, che aveva il dono della divinazione, li informò che Cibele, la dea frigia del monte Dindimo, doveva essere placata. Gli Argonauti si recarono presso il suo altare sulla montagna, innalzarono un simulacro alla dea e danzarono, in assetto di guerra, intorno alla sua statua. Una lieve brezza si alzò e gli Argonauti poterono riprendere il mare.
Quando l'Argo stava per giungere in Bitinia, Eracle ruppe il suo remo, così presero terra e furono accolti dagli abitanti del luogo. Mentre Eracle andava in cerca di un albero che potesse fornirgli un nuovo remo, il suo scudiero Ila andò a prendere dell'acqua a una fonte vicina. Le ninfe della fonte, colpite dalla sua bellezza l'avevano indotto a seguirle in una grotta sott'acqua. Polifemo, uno degli Argonauti, udì il grido del ragazzo nell'istante in cui spariva sott'acqua. Si precipitò in suo aiuto, e, per la strada, incontrò Eracle il quale tornava dalla foresta. Entrambi si misero a cercare Ila nei boschi, gridando il suo nome.
All'alba si levò un vento favorevole, e poiché non si vedeva l'ombra di Eracle e di Polifemo, Giasone diede l'ordine di riprendere il mare. L'Argo raggiunse l'isola di Bebrico, dove regnava l'arrogante re Amico, un figlio di Poseidone, che sfidava tutti gli stranieri al pugilato e li uccideva. Amico andò incontro agli Argonauti e negò loro cibo e acqua se non si fossero misurati con lui. Polideuce, abilissimo nella lotta, subito si fece avanti e infilò i guanti di corregge che Amico gli offriva. Dopo una prolungata serie di assalti, Amico agguantò il pugno sinistro di Polideuce e lo tenne fermo mentre vibrava il destro, ma Polideuce si scostò bruscamente, evitò il colpo e rispose con un destro all'orecchio, seguito da un montante così potente che fracassò la tempia di Amico e lo uccise all'istante. I Bebrici alla vista del loro re ucciso, diedero di piglio alle armi, ma gli esultanti compagni di Polideuce li respinsero con facilità e saccheggiarono il palazzo reale.
Gli Argonauti ripresero il mare il giorno seguente e approdarono a Salmidesso nella Tracia orientale, dove regnava Fineo, figlio di Agenore. Egli era stato accecato da Zeus perché profetizzava il futuro con troppa esattezza, e inoltre un paio di Arpie non gli davano requie: queste odiose creature alate svolazzando rubavano il cibo dalla tavola insozzando quello che rimaneva coi loro escrementi. Il re ospitò gli Argonauti, li informò sul futuro del loro viaggio, quindi li pregò di aiutarlo, sapendo che due di loro, gli alati cognati Calaide e Zete, sarebbero riusciti a cacciare le Arpie. Fu dunque preparato un banchetto e, quando le Arpie arrivarono, Calaide e Zete le misero in fuga inseguendole fino in Acarnia; là Iride, messaggera di Era, intervenne e promise che le Arpie sarebbero ritornate alla loro caverna del Ditte in Creta e mai più avrebbero molestato Fineo. Fineo spiegò a Giasone come navigare sul Bosforo, e gli predisse esattamente quali venti, quale ospitalità e quale sorte l'avrebbero atteso lungo la rotta per la Colchide.
Fineo aveva messo in guardia gli Argonauti anche contro il pericolo delle Rocce Simplegadi (cioè "le Rocce che si urtano") che avvolte dalla nebbia marina insidiavano le navi dirette al Bosforo. Secondo il consiglio di Fineo, Eufemo liberò una colomba perché volasse dinanzi all'Argo. Non appena le rocce ebbero mozzato le penne della coda dell'uccello, per poi separarsi di nuovo, gli Argonauti si inoltrarono nello stretto passaggio vogando a tutta forza, aiutati da Atena e dal suono incoraggiante della lira di Orfeo, e persero soltanto l'ornamento di poppa. Benché la forza della corrente ostacolasse la navigazione, gli Argonauti premettero sui remi ed entrarono sul Mar Nero sani e salvi. Da quel giorno, secondo una profezia, le due rocce rimasero ferme ai due lati dello stretto.
Costeggiando la sponda meridionale, giunsero all'isoletta di Tinia, dove fecero un sacrificio ad Apollo. Di lì fecero vela per la città di Mariandine, dove furono cordialmente accolti da re Lico. Questi aveva già avuto notizia della morte del suo rivale, re Amico, e in segno di gratitudine offrì agli Argonauti il proprio figlio Dascilo perché li guidasse nel loro viaggio lungo la costa. Il giorno seguente, quando già erano sul punto di imbarcarsi, il veggente Idmone fu attaccato e ucciso da un cinghiale inferocito (come aveva lui stesso predetto). Poi anche Tifide si ammalò e morì. Lo sostituì al timone Anceo, e Dascilo, figlio di Lico, entrò a far parte dell'equipaggio.
Da Mariandine gli Argonauti proseguirono verso oriente, finché raggiunsero Sinope in Paflagonia. A Sinope, Giasone reclutò tre uomini per occupare i posti vacanti sulle panche dei vogatori, e cioè i fratelli Deileone, Autolico e Flogio, di Tracia. L'Argo oltrepassò veleggiando il paese delle Amazzoni. Poi doppiò la mitica isoletta di Ares, dove stormi di uccelli volarono sulla nave lasciando cadere piume di bronzo, e una di queste piume ferì Oileo alla spalla. Gli Argonauti si protessero il capo con gli scudi e battendoli con le spade sollevarono un terribile frastuono che mise in fuga gli uccelli. Fineo li aveva inoltre consigliati di approdare all'isola. Quella sera stessa si levò una violenta tempesta e quattro Eoli, aggrappati a un relitto, furono gettati a riva, nei pressi del campo; costoro erano Citisoro, Argeo, Frontide e Melanione, figli di Frisso e di Calciope, che era a sua volta figlia di re Eete della Colchide. Giasone li accolse a bordo con molta cordialità.
Gli Argonauti risalirono il fiume Fasi e gettarono l'ancora davanti alla capitale della regione, la città di Ea. Giasone sbarcò e si recò nel palazzo di Eete, accompagnato da Telamone e da Augia. Era li nascose in una nuvola e Medea, seconda figlia di Eete e dotata di magici poteri, fu la prima a vederli. Afrodite, che si era impegnata ad aiutare Era a realizzare il suo disegno di vendetta, fece nascere in Medea una travolgente passione per Giasone. Giasone espose al re Eete la missione affidatagli da Pelia. Il re non rifiutò di dargli il Vello d'Oro, ma pose come condizione che egli avrebbe aggiogato a un aratro, senza essere aiutato, due tori dagli zoccoli di bronzo che soffiavano fuoco dalle narici. Questi tori mostruosi, doni di Efesto a Eete, non avevano mai conosciuto il giogo. Una volta superata questa prima prova, Giasone avrebbe dovuto ancora arare un campo e seminare i denti di un drago (era il resto dei denti del drago di Ares, a Tebe, che Atena aveva dato a Eete).
Giasone si chiedeva come avrebbe potuto imporre il giogo a quei mostri, quando Medea venne in suo aiuto. Cominciò a fargli promettere di prenderla come moglie se ella gli avesse permesso di superare le prove imposte dal padre, e di portarla in Grecia. Giasone promise e Medea gli dette allora un balsamo magico (poiché ella era esperta in tutte le arti occulte), col quale egli avrebbe dovuto spalmare lo scudo e il corpo prima di lottare con i tori d'Efesto. Inoltre, ella gli rivelò che i denti del drago avrebbero fatto nascere una messe di uomini armati i quali avrebbero tentato di uccidere l'eroe. Egli avrebbe dovuto lanciare da lontano una pietra in mezzo a loro, ed essi si sarebbero scagliati l'uno contro l'altro accusandosi reciprocamente dì aver lanciato questa pietra, e sarebbero morti sotto i propri colpi. Allo spuntar del giorno, Giasone si spalmò sul corpo il balsamo di Medea e quindi, reso forte delle sue formule magiche, riuscì a superare le tre prove imposte da Eete. Protetto dal balsamo che lo difendeva dalle fiamme uscenti dalle narici dei tori, riuscì ad aggiogarli; poi arò il campo e seminò i denti lanciandoli dietro alle spalle. Immediatamente dai solchi nacquero degli uomini armati. Quando gli si fecero incontro, Giasone lanciò una pietra tra loro. Subito gli uomini cominciarono a combattere distruggendosi uno con l'altro. Restò solo da eliminare i pochi sopravvissuti e al crepuscolo la battaglia era finita.
Re Eete rinnegò il patto concluso e minacciò di dar fuoco all'Argo e di uccidere l'equipaggio; ma Medea guidò Giasone e alcuni suoi compagni al sacro recinto di Ares, dove stava appeso il vello, custodito da un orrendo e immortale drago dalle mille spire. Placò il drago con misteriosi incantesimi e gli spruzzò negli occhi gocce soporifiche. Subito Giasone staccò il vello dai rami di quercia e accompagnato da Medea si affrettò verso la baia dove si trovava l'Argo. La nave ripartì in gran fretta, inseguita dalle galere di Eete.
Molti e contrastanti sono i racconti sul ritorno dell'Argo in Tessaglia. Secondo la versione riferita dal poeta Pindaro, la più antica, la nave fece rotta verso l'Oceano probabilmente risalendo il Fasi. Poi costeggiando l'Asia e l'Africa entrò nel Mediterraneo attraverso lo stretto di Gibilterra o forse attraverso il mar Rosso. Un'altra versione sostiene che abbiano attraversato l'Europa: la loro nave avrebbe risalito il Don, quindi disceso un altro fiume arrivando così nel mar Baltico, poi bordeggiando la costa ovest dell'Europa sarebbe entrata nel Mediterraneo attraverso lo stretto di Gibilterra. Secondo Ovidio gli Argonauti avrebbero seguito lo stesso percorso che avevano fatto all'andata, dopo aver rapito, prima della partenza, il giovane figlio del re, Apsirto, fratellastro di Medea. Durante la traversata del mar Nero, vedendo che le navi di Eete stavano per raggiungerli, Medea pugnalò suo fratello, lo fece a pezzi e ne lanciò in mare le membra. Così, mentre il padre si fermava a ricomporre il corpo del figlio e a celebrargli i funerali, la nave degli Argonauti poteva prendere il largo e sfuggire alla caccia.
Diversa è la versione di Apollonio: Apsirto, inviato all'inseguimento degli Argonauti dal padre Eete, avrebbe bloccato tutte le uscite del mar Nero, compreso il Bosforo, e il delta dell'Ister (il Danubio), dimenticando però il suo braccio più settentrionale. Gli Argonauti utilizzarono questa via di uscita e risalirono l'Ister per tutta la sua lunghezza; scesero quindi un altro fiume e sboccarono nell'Adriatico, dove però li attendeva Apsirto che li aveva preceduti. Gli Argonauti presero terra su un'isola sacra ad Artemide, dove Giasone si incontrò con Apsirto. Costui accettò di lasciare a Giasone il Vello d'Oro, esigendo in cambio che Medea ritornasse in patria. Quando venne a sapere dell'accordo, Medea si infuriò con Giasone, ma quest'ultimo sostenne che il suo incontro con Apsirto altro non era che uno strataggemma. Medea, disposta a divenire complice dell'assassinio del fratello, adescò Apsirto col pretesto di voler essere salvata da Giasone che l'aveva rapita; Giasone comparve e lo colpì alle spalle. Non appena Medea ritornò a bordo dell'Argo, gli Argonauti assalirono i Colchi rimasti senza capo e fuggirono.
Zeus, irritato dall'uccisione d'Apsirto, inviò una tempesta che allontanò la nave dalla rotta. Attraverso la voce della figura oracolare posta sulla prua della nave, rivelò la sua collera, e aggiunse che Giasone e Medea dovevano essere purificati da Circe, per il delitto compiuto. La nave dovette così risalire il fiume Eridano (il Po), scendere il Rodano e arrivare infine nel mar Tirreno, all'isola Eea, regno di Circe (senza dubbio, la penisola del monte Circeo, a nord di Gaeta, tra il Lazio e la Campania). Circe, alla quale essi si presentarono come supplici, li purificò di malavoglia con il sangue di una giovane scrofa. Il loro delitto le fece talmente orrore che rifiutò di offrire ospitalità a Giasone e si limitò ad avere una lunga conversazione con la nipote. L'Argo riprese allora la corsa errabonda, e, guidata dalla stessa Teti, su ordine di Era, attraversò il mare delle Sirene. Qui, i seducenti canti di quelle donne uccelli furono soffocati dai suoni ancor più seducenti della lira di Orfeo. Il solo Bute si gettò in mare e raggiunse a nuoto la riva, ma Afrodite lo salvò, e guidandolo sul monte Erice, oltre il Lilibeo (oggi Marsala), fece di lui il suo amante.
Favoriti dal vento e dal bel tempo, gli Argonauti evitarono le isole vaganti e, dopo aver doppiato Cariddi e Scilla, veleggiarono lungo le coste orientali della Sicilia. Quando l'equipaggio arrivò a Corcira (oggi Corfù), l'isola dei Feaci, trovò ad aspettarlo un gruppo di Colchidesi che avevano il compito di ricondurre in patria Medea. I Colchidesi chiesero al re Alcinoo di consegnar loro Medea. Alcinoo, dopo aver consultato la moglie Arete, rispose: " Se Medea è ancora vergine dovrà ritornare in Colchide; se no potrà rimanere con Giasone". Arete fece sapere di nascosto a Medea la decisione di Alcinoo, e Giasone si affrettò a sposare Medea nella grotta di Macride. Il mattino seguente Alcinoo proclamò il suo verdetto; Giasone dal canto suo dichiarò che Medea era sua moglie e i Colchidesi, non osando rientrare in patria, si stabilirono a Corcira.
Gli Argonauti ripresero il mare, ma giunti in prossimità della Grecia una tempesta li trasportò verso le Sirti, sulla costa libica. Qui, un'enorme ondata sollevò l'Argo oltre le insidiose rocce che si sgranavano lungo la costa e poi subito si ritrasse, e la nave rimase all'asciutto a un miglio circa nell'entroterra, nel mezzo del deserto. La triplice dea Libia, avvolta in pelli di capra, apparve in sogno a Giasone e lo confortò. Giasone allora riprese animo e indusse gli Argonauti a portare la nave in spalla fino al lago Tritonio. Tutti sarebbero morti di sete se non avessero trovato la sorgente che Eracle, diretto al giardino delle Esperidi, aveva fatto sorgere dal suolo poco tempo prima. Grazie a Tritone, il dio del lago, trovarono uno sbocco verso il mare e ripresero il viaggio in direzione di Creta. Ma, durante questa vicenda, persero due compagni, Canto e Mopso. Canto fu ucciso da Cafauro, un pastore garamanzio cui egli cercò di rubare delle pecore; Mopso posò il piede su un serpente libico che lo morsicò al tallone e lo fece morire tra spasimi atroci.
A Creta, non riuscirono a sbarcare per colpa di Talo, la sentinella di bronzo, opera di Efesto, che bersagliò la nave con delle pietre, com'era sua abitudine. Medea blandì il mostro con voce soave e gli promise l'immortalità se beveva una certa pozione; si trattava in verità di un soporifero e mentre il mostro dormiva, Medea estrasse il chiodo di bronzo che turava l'unica vena di Talo: una vena che gli correva dalla nuca alle caviglie. Il sangue ne uscì gorgogliando e il mostro morì. Altri dicono che Talo, stregato dagli occhi di Medea, avanzò barcollando, si ferì il tallone contro una roccia e morì dissanguato. Gli Argonauti approdarono, e passarono la notte sulla riva. L'indomani innalzarono un santuario ad Atena Minoica e ripartirono.
Sul mare di Creta, furono d'un tratto sorpresi da una notte opaca, misteriosa, che fece correre loro i più gravi pericoli. Giasone implorò Apollo, chiedendogli di mostrar loro la rotta in mezzo a quella oscurità. Allora, Apollo illuminò il cielo con un lampo ed ecco apparire a tribordo un'isoletta delle Sporadi, dove poterono gettare l'ancora.
Dettero a quell'isola il nome d'Anafe, e, in segno di gratitudine, Giasone innalzò un altare ad Apollo. Le dodici ancelle feacie di Medea, a lei donate dalla regina Areta come regalo di nozze, risero gaiamente quando, non avendo vittime sottomano, Giasone e i suoi compagni versarono libagioni d'acqua sui tizzoni ardenti dell'altare sacrificale. Gli Argonauti le rimproverarono scherzosamente e poi iniziarono con loro una battaglia amorosa: questa usanza è ancor viva oggi, e si ripete durante la festa di autunno ad Anafe.
Il giorno seguente, gli Argonauti fecero scalo a Egina, e, costeggiando l'Eubea, giunsero a Iolco, avendo compiuto il loro periplo in quattro nesi. Giasone consegnò a Pleia il Vello d'Oro e condusse poi la nave Argo a Corinto, dove la consacrò a Poseidone, come ex-voto.