MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera B

Borea, Boreadi, Branco, Briareo.

BOREA: figlio di Astreo e di Eos, e fratello di Zefiro e di Noto.
Borea amava Orizia, figlia di Eretteo re di Atene, e più volte aveva chiesto la sua mano, ma Eretteo l'aveva tenuto a bada con vane promesse. Un giorno, mentre la giovane danzava sui prati nei pressi del fiume Ilisso, il dio l'avvolse in una nuvola e se la portò via su un picco roccioso presso il fiume Ergine, dove le usò violenza.
Altri dicono che Orizia reggeva un cesto di primizie durante l'annuale processione delle Tesmoforie, che si svolge lungo le pendici dell'Acropoli, su su fino al tempio di Atena Poliade, allorché Borea l'avvolse nelle sue fulve ali e se la portò via, senza essere visto dalla folla raccolta lì attorno.
La condusse nella città di Ciconi in Tracia dove Orizia divenne sua moglie e gli generò due gemelli, Calaide e Zete (vedi Boreadi), e anche due figlie, Chione che generò Eumolpo a Poseidone, e Cleopatra, che sposò re Fineo, vittima delle Arpie.
Borea ha il corpo che termina in serpente in luogo di piedi, e abita sul monte Emo in una grotta dai sette meandri, dove Ares tiene le stalle dei suoi cavalli; ma ha anche una dimora presso il fiume Strimone.
Un giorno, assunto l'aspetto di uno stallone dal nero mantello, coprì dodici delle tremila giumente di Erittonio, figlio di Dardano, che solevano pascolare negli acquitrini presso il fiume Scamandro. Nacquero da questa unione dodici puledri che possono cavalcare, senza piegarle, su spighe di grano maturo o sulla cresta delle onde.
Gli Ateniesi considerano Borea loro protettore e avendone ottenuto l'aiuto per distruggere la flotta del re Serse, gli hanno eretto un bellissimo tempio sulle rive dell'Ilisso.

BOREADI: i due figli gemelli, Calaide e Zete, di Borea e di Orizia, figlia d'Oretteo re di Atene. I due giovani erano alati: secondo alcuni, le ali erano attaccate ai talloni, secondo altri uscivano dai fianchi, come negli uccelli. Calaide era "colui che soffia dolcemente", e Zete "colui che soffia forte".
Parteciparono alla spedizione degli Argonauti, e svolsero una funzione importante quando la nave Argo approdò a Salmidesso nella Tracia orientale, dove regnava il veggente Fineo, figlio di Agenore. Qui Giasone chiese a Fineo come avrebbe potuto impossessarsi del Vello d'Oro, e il re rispose: "Prima liberami dalle Arpie!". Questi demoni alati, infatti, lo tormentavano in tutte le maniere, sottraendogli il cibo o sporcandolo man mano ch'egli tentava di mangiare. Calaide e Zete, dunque, si levarono con la spada in mano e inseguirono le Arpie nell'aria facendole fuggire lontano, al di là del mare. Alcuni dicono che essi raggiunsero le Arpie alle isole Strofadi, ma risparmiarono le loro vite quando Iride, messaggera di Era, intervenne e promise che le Arpie sarebbero ritornate alla loro caverna del Ditte in Creta e mai più avrebbero molestato Fineo.
Un'altra variante della leggenda vuole che quando gli Argonauti passarono dalla corte di Fineo, i Boreadi punirono Fineo, il quale aveva ucciso i figli avuti dalla loro sorella Cleopatra. Anche sulla loro morte le tradiizioni sono discordi: secondo alcuni, non poterono affrontare le Arpie, e morirono sulla via del ritorno; ma per lo più si racconta che parteciparono a tutta la spedizione degli Argonauti, e si trovarono presenti ai giochi funebri dati in onore di Pelia. Qui ottennero il premio nella corsa. Ma, ben presto, furono uccisi da Eracle, che non perdonava loro d'aver consigliato agli Argonauti di abbandonarlo in Misia, allorché si era attardato nella ricerca d'Ila. Mentre tornavano dai funerali di Pelia, l'eroe li scoprì, nell'isola di Teno, e li uccise. Innalzò loro due stele che vibravano ogni volta che il Vento del nord soffiava sull'isola.

BRANCO: figlio di Smicro, eroe originario di Delfi che si era stabilito a Mileto.
Prima della sua nascita, la madre aveva creduto di vedere il sole scendere nella propria bocca, passarle attraverso tutto il corpo e uscirle dal ventre. Gli indovini interpretarono la visione come un presagio favorevole. Il figlio ch'ella mise al mondo fu chiamato Branco, cioè "bronchio", perché proprio attraverso i bronchi sua madre aveva sentito il sole scendere in lei. Il ragazzo era bellissimo e un giorno, mentre pascolava le mandrie sulla montagna, fu amato da Apollo, che gli concesse il dono della profezia. Fondò un tempio e un oracolo del dio a Didimo, a sud di Mileto. Questo oracolo era considerato quasi l'equivalente di quello di Delfi. Vi prestavano servizio religioso i Branchidi, o discendenti di Branco.

BRIAREO: uno dei Titani, figlio di Gèa (la terra) e di Urano (il cielo). Talvolta è detto figlio di Poseidone. Aveva cento braccia tutte armate e dalle bocche delle sue cinquanta teste vomitava fiamme e fumo.
Briareo, con i fratelli Gige e Cotto, partecipò alla lotta contro i Titani come alleato degli Olimpici. Una volta che questi ultimi vinsero e i Titani furono rinchiusi nel Tartaro, Briareo e i suoi due fratelli furono incaricati di sorvegliare i Titani nella loro prigione sotterranea.
Quando Era, Poseidone, Apollo e tutti gli altri olimpi, a eccezione di Estia, si ribellarono contro Zeus e lo legarono al letto con corde di cuoio, annodate cento volte, cosicché non si potesse più muovere, la nereide Teti, prevedendo una guerra civile sull'Olimpo, andò a chiamare il centimane Briareo che rapidamente sciolse tutti i nodi, servendosi di tutte le sue mani, e liberò il suo padrone. Poiché la congiura contro di lui era stata organizzata da Era, Zeus appese la dea al cielo fissandole due bracciali d'oro ai polsi, e le legò un'incudine a ogni caviglia. Briareo fu ricompensato da Zeus con la mano di Cimopole; gli fu anche richiesto di fare da arbitro in una contesa per il possesso di Corinto: attribuì a Elio Corinto e a Poseidone il resto della città.
Omero nell'Iliade lo chiama anche Egeone.