MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera C

Cirene, Citissoro, Cizico, Cleobi.

CIRENE: ninfa e vergine cacciatrice figlia di Ipseo, re dei Lapiti, e della ninfa Clidanope.
Cirene disdegnava di filare, di tessere e di dedicarsi a simili compiti domestici e preferiva invece cacciare belve sul monte Pelio per tutto il giorno e metà della notte, con la scusa che gli armenti di suo padre dovevano essere protetti. Apollo la vide un giorno attaccare disarmata un vigoroso leone e, lottando con lui, lo domò. Il dio chiamò re Chirone, il Centauro, perché assistesse alla scena e gli chiese chi fosse la fanciulla e se gli paresse una sposa degna di lui. Chirone rise. Egli sapeva che non soltanto Apollo era a conoscenza del nome della ragazza, ma aveva già deciso di rapirla, forse dopo averla vista pascolare le greggi di Ipseo presso il fiume Peneo, o forse quando le aveva donato con le proprie mani due cani da caccia, come premio per la vittoria in una gara di corsa svoltasi ai giochi funebri in onore di Pelia.
Chirone inoltre profetizzò che Apollo, condotta Cirene oltremare, nel più ricco dei giardini di Zeus, l'avrebbe eletta regina di una grande città.
Apollo infatti condusse Cirene sul suo cocchio d'oro fino al luogo dove sorge oggi la città di Cirene; Afrodite li attendeva per dar loro il benvenuto e subito li condusse nella camera d'un palazzo dorato di Libia. Quella sera Apollo promise a Cirene una lunga vita nel corso della quale avrebbe potuto soddisfare la sua passione per la caccia regnando su una terra fertilissima. Poi la lasciò sulle vicine colline, affidata alle cure di certe Ninfe del mirto, figlie di Ermete; colà essa diede alla luce Aristeo, divinità degli armamenti e degli alberi da frutta; in seguito a una seconda visita di Apollo generò Idmone il veggente. Ma una notte si giacque anche con Ares e gli generò il tracio Diomede, il padrone delle cavalle divoratrici di uomini.
Secondo un'altra versione della sua storia, quando la Libia era terrorizzata da un leone selvaggio, il re Euripilo offrì parte del suo regno a chiunque avesse liberato la terra da quella bestia crudele. Cirene riuscì ad abbattere la belva e fondò una città a cui diede il suo nome.

CITISSORO: figlio di Frisso e di Calciope, figlia di Eete, re della Colchide. Aveva come fratelli e sorelle Argo , Melanione e Frontide. Quando Citissoro e i suoi fratelli erano naufragati mentre navigavano verso la Grecia, poiché volevano far valere i loro diritti al trono di Orcomeno, un tempo occupato dal loro nonno Atamante, Giasone li accolse con molta cordialità sulla nave Argo. Ma Citissoro e i fratelli si trovarono dinanzi a un dilemma allorché Giasone spiegò loro che scopo della sua spedizione era quello di riportare in Grecia l'ombra di Frisso e di ricuperare il vello dell'ariete. Benché devoti alla memoria del padre loro, temevano di offendere il nonno Eete chiedendogli il vello. Tuttavia che altro potevano fare se non allearsi con gli Argonauti che li avevano salvati da morte certa?
Mentre Giasone e i suoi compagni si avvicinavano al palazzo di Eete, si imbatterono in Calciope, che fu sorpresa nel vedere Citissoro e i suoi altri figli già di ritorno e, udita la loro storia, si profuse in rigraziamenti benedicendo Giasone che li aveva salvati.
Citissoro ritornò dal nonno Atamante, per raccogliere la sua eredità. Arrivò presso di lui, ad Alo, in Tessaglia, nel momento in cui Atamante stava per essere giustiziato come offerta espiatoria richiesta dall'oracolo di Zeus Lafistio, per non essere riuscito a sacrificare Frisso. Citissoro lo liberò e lo ristabilì nel suo potere. E ciò valse, a lui stesso e ai suoi discendenti, la collera di Zeus. Ad ogni generazione, il maggiore dei discendenti degli Atamantidi doveva astenersi dal varcare la soglia dell'aula del consiglio, pena la morte.

CIZICO: figlio di Eneo antico alleato di Eracle, e re del popolo dei Dolioni che discendevano da Poseidone.
Quando gli Argonauti si avvicinarono al territorio dei Dolioni, e sbarcarono all'imboccatura di una accidentata penisola chiamata Arto, che è dominata dal monte Dindimo, furono bene accolti da re Cizico che aveva appena sposato Clita, figlia dell'indovino Merope, di Percoto, in Misia, e che cordialmente li invitò a partecipare al banchetto nuziale. Mentre la veglia era ancora in corso, gli uomini di guardia all'Argo furono attaccati con pietre e clave da certi Giganti a sei braccia, figli della Terra, venuti dall'interno della penisola; ma li respinsero.
In seguito gli Argonauti partirono vogando tra cordiali addii, diretti verso il Bosforo. All'improvviso il vento di nord-est si abbattè su di loro e ben presto si accorsero di procedere così a fatica che decisero di tornare alla penisola. Ma la nave fu spinta fuori rotta e gli Argonauti, approdando a caso su una spiaggia nell'oscurità profonda, furono assaliti da guerrieri ben armati. Soltando quando li ebbero respinti dopo aspra battaglia, uccidendone alcuni e mettendo gli altri in fuga, Giasone si rese conto che quella era la spiaggia orientale di Arto e che il nobile re Cizico, ilquale aveva scambiato gli Argonauti per pirati, giaceva morto ai suoi piedi. Clita, impazzita a quella triste notizia, si imopiccò; le Ninfe del bosco sacro piansero amaramente la sua morte e le loro lacrime formarono la fontana che ora porta il suo nome. Per tre giorni gli Argonauti celebrarono le esequie di Cizico con giochi funebri. La dea Rea aveva voluto la morte di Cizico per vendicare il leone sacro che lui aveva ucciso sul monte Dindimo.

CLEOBI: (vedi Bitone).