MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera E

Evadne, Evandro, Eveno.

EVADNE: 1. Figlia di Ifi e moglie di Capaneo. Capaneo era uno dei principi argivi che parteciparono alla spedizione dei Sette contro Tebe. Uomo violento e di statura gigantesca, non aveva alcun timore degli dèi e, durante il primo assalto contro la città, si slanciò deciso a bruciarla. Ma il fulmine di Giove lo fermò e lo uccise nel momento in cui stava per dare la scalata alle mura di Tebe. Evadne, sapendo che suo marito era stato eroicizzato dal fulmine di Zeus, non volle essere separata da lui; poiché l'usanza imponeva che un uomo colpito dal fulmine fosse sepolto in disparte, e la sua tomba cintata, Evadne si gettò sul rogo comune e ivi arse viva.

EVADNE: 2. Figlia di Poseidone e della ninfa laconia Pitane, figlia del dio-fiume Eurota.
Quand'era gravida, Epito suo padre "mortale" si recò a consultare l'oracolo di Delfi e scoprì che Apollo era il responsabile della situazione. Tornato da Delfi, scoprì che Evadne aveva già partorito e abbandonato il figlio in un boschetto. Apollo mandò due serpenti perché lo nutrissero con il miele. Evadne un giorno lo ritrovò miracolosamente sano e salvo, coricato fra viole in fiore, e per questo gli diede il nome di Iamo ("il Fanciullo dalle Viole"). Epito interrogò l'oracolo di Delfi e il dio gli rispose che il piccolo Iamo sarebbe stato celebre indovino e padre di una lunga schiatta di sacerdoti e d'indovini.
Divenuto adulto, Iamo andò una notte sulle rive dell'Alfeo e invocò il padre Apollo e il nonno Poseidone. Apollo gli rispose di seguire la sua voce e di stabilirsi ad Olimpia; gli insegnò anche a comprendere il linguaggio degli uccelli e a interpretare i presagi forniti dalle vittime. Iamo divenne il capostipite di una stirpe di sacerdoti e di veggenti, gli Iamidi d'Olimpia, famosi in tutta la Grecia.

EVANDRO: eroe greco, figlio di Ermete e di una ninfa arcadica, la fatidica Nicostrata, sostituita poi nella leggenda dalla vaticinatrice Carmenta.
Alcuni decenni prima della fine di Troia, Nicostrata indusse Evandro ad assassinare il suo presunto padre, e, quando gli Arcadi li bandirono entrambi, venne con lui in Italia con un gruppo di Pelasgi. Evandro si stabilì nel Lazio, ove regnava Fauno, e fondò sul colle Palatino, dove più tardi sorse Roma, una città detta dal nome dell'avo suo Pallanteo, Pallantium o Palatium. Quel luogo era stato scelto da Nicostrata, ora chiamata Carmenta, che adattò l'alfabeto pelasgico di tredici consonanti all'alfabeto latino di quindici consonanti.
Evandro governava più per i suoi meriti personali che per la sua potenza: era particolarmente stimata la sua conoscenza delle lettere che gli era stata infusa dalla madre profetessa. A Evandro si attribuiva il merito di aver reso civile il Lazio e si riportava l'istituzione del culto di divinità ctonie, di Nettuno (Poseidone), di Cerere (Demetra), e soprattutto quello di Pan Licio, in onore del quale istituì le feste dei Lupercali che si celebravano sul Palatino nel mese di febbraio. A lui si doveva la promulgazione di savie leggi, e di aver fatto conoscere ai rozzi aborigeni l'uso dell'alfabeto, della scrittura e della musica.
Si narrava che Evandro avesse accolto Eracle che ritornava dall'Occidente e l'avesse purificato dall'assassinio di Caco, figlio di Efesto e di Medusa, che era il terrore della foresta dell'Aventino e sputava fiamme da ciascuna delle sue tre bocche. Evandro riconobbe l'origine divina dell'eroe e fondò in suo onore il culto del Grande Altare (l'Ara Maxima), fra il Palatino e l'Aventino. Ricevette ospitalmente Enea, ricordandosi d'essere stato, un tempo, ospite d'Anchise. Con Enea strinse una lega contro i Latini e gli accordò aiuti contro i Rutuli, che affidò al comando del figlio Pallante, adducendo a scusa la tarda età per non poter combattere personalmente. Pallante, purtroppo, morì in battaglia, ucciso da Turno. Un'altra versione riferiva che non Evandro, bensì Latino, re degli aborigeni, che aveva la sua sede a Laurento, avrebbe accolto l'eroe troiano.
Evandro ebbe in Roma onori divini ed un altare presso la Porta Trigemina sull'Aventino. Quest'altare era corrispondente a quello della madre Carmenta, situato ai piedi del Campidoglio, vicino alla Porta Carmentalis, dall'altro lato del Forum Boarium.

EVENO: Figlio di Ares e di Demodice. Eveno aveva sposato Alcippe che gli diede una figlia, Marpessa (amata da Apollo).
Poiché Eveno desiderava che Marpessa rimanesse vergine, invitava tutti i suoi pretendenti a misurarsi con lui in una corsa di cocchi. Il vincitore avrebbe ottenuto la mano della fanciulla, mentre il vinto ci avrebbe rimesso la testa. Ben presto tante teste furono inchiodate alle pareti della casa di Eveno. Apollo, innamoratosi di Marpessa, espresse il suo profondo disgusto per una così barbara usanza, e disse che vi avrebbe posto fine sfidando Eveno alla corsa. Ma anche Ida, figlio di Afareo, aveva riposto le sue speranze in Marpessa e chiese in prestito un cocchio alato al dio Poseidone.
Prima che Apollo potesse intervenire, Ida si recò dunque in Etolia e si portò via Marpessa strappandola a un gruppo di danzatrici. Eveno si lanciò all'inseguimento, ma non potè raggiungere Ida e si sentì così umiliato che, dopo aver ucciso i propri cavalli, si annegò nel fiume Licorma, che da quel giorno fu chiamato Eveno.
Quando Ida giunse a Messene, Apollo cercò di portargli via Marpessa. Combatterono in duello, ma Zeus li divise e ordinò che Marpessa scegliesse chi dei due preferiva. E poiché temeva che Apollo la abbandonasse non appena avesse cominciato a invecchiare, come già aveva fatto con parecchie amanti, Marpessa scelse Ida come marito.