MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera S

Scilla, Scirone, Selene.

SCILLA: 1. Figlia di Trieno e Crateide (oppure di Forcide e Crateide, o di Forbante e d'Ecate, o di Forcide e d'Ecate). Come la maggior parte dei mostri mitologici, la si è considerata anche figlia di Tifone e d'Echidna, oppure quella di Lamia.
La leggenda narra che Scilla era una splendida ninfa. Trascorreva i suoi giorni nel mare, giocando con le altre ninfe e rifiutava tutti i pretendenti. Fu trasformata in un mostro di forma canina con sei orrende teste e dodici zampe. Secondo alcuni, nella parte inferiore del corpo era circondata da sei cani feroci che divoravano tutto ciò che passava alla loro portata. Quando Odisseo, per sfuggire a Cariddi si avvicinò troppo a Scilla, i cani agguantarono e divorarono sei dei più abili marinai dell'eroe: Stesio, Ormenio, Anchimo, Ornito, Sinopo e Anfinomo.
Questa trasformazione di Scilla in mostro orrendo avvenne o per volontà di Circe, gelosa dell'amore che Glauco, dio del mare, nutriva per Scilla, o per volontà di Anfitrite che, egualmente gelosa dell'amore di Poseidone, gettando erbe magiche nella fontana dove Scilla si bagnava, la trasformò in un latrante mostro dalle sei teste e dodici zampe. Scilla abitava sulla costa italica, nascosta in una spelonga dello stretto di Messina, dal lato opposto a quello di Cariddi. Venne infine trasformata in roccia e in questa forma la trovò Enea passando dallo stretto.
Varia era l'iconografia di Scilla: per lo più era figurata col corpo pisciforme, testa umana e due cani che le uscivano dalle spalle. Talora era del tutto umana, ma a cavallo di un ippocampo, o alata.

SCILLA: 2. Figlia di Niso, re di Megara. Minosse, per vendicare l'uccisione di suo figlio Androgeo, riunì una flotta e partì all'attacco di Atene. Strada facendo, assediò la città di Megara, e qui Scilla s'innamorò perversamente di lui. Taluni dicono per volere di Afrodite, altri di Era. Una notte Scilla si introdusse nella camera del padre e gli recise la ciocca dorata da cui dipendevano la sua vita e il suo regno; poi raggiunse la tenda di Minosse, e gli offrì la ciocca di capelli in cambio del suo amore. Minosse subito accettò, e quella sera stessa, conquistata e saccheggiata la città, si giacque con Scilla; ma, inorridito dal parricidio di Scilla, non volle portarla con sé a Creta, la legò alla prua della nave ed ella annegò. Gli dèi, impietositi, la trasformarono in un uccello marino ciris (airone), ma taluni dicono che la sua anima prese la forma del pesce ciris e non dell'uccello di tale nome.

SCIRONE: eroe della mitologia greca. Stava su uno scoglio chiamato Scironico, sul confine fra la Megaride e l'Attica, ed era considerato dai Megaresi come un benefattore, protettore del loro territorio e della strada più breve che conduceva al Peloponneso. Aveva sposato Cariclo, figlia di Cicreo, che gli generò una figlia, Endeide, la quale fu moglie di Eaco e madre di Telamone e di Peleo. I Megaresi sostengono che Teseo uccise Scirone durante la spedizione per la conquista di Eleusi e, per espiare il delitto, celebrò in suo onore i Giochi Istmici sotto il patronato di Poseidone.
Secondo la tradizione ellenica, invece, Scirone era un corinzio, figlio di Pelope o di Poseidone, il quale soleva sedersi su una roccia e costringeva i passanti a lavargli i piedi; e, quando essi avevano finito di lavarglieli, con un calcio li scaraventava in mare o in un precipizio, in fondo al quale questi divenivano pasto di una gigantesca testuggine. Teseo si rifiutò di lavare i piedi di Scirone e lo sottopose, con altri quattro facinorosi, ai medesimi tormenti cui esso sottoponeva i passanti, e lo buttò in mare. La tradizione ateniese distingueva da questo brigante altri due omonimi: uno indovino passato da Dodona a Eleusi, l'altro eponimo dell'isola di Salamina e del suo promontorio Skiradeion.
Da ultimo, Scirone era anche presentato come figlio di Pila re di Megara, che aveva sposato una delle figlie del re di Atene, Pandione. Egli entrò in conflitto con Niso per la sovranità di Megara, ed Eaco, chiamato a dirimere la contesa, assegnò il trono a Niso, e il comando degli eserciti a Scirone.

SELENE: dea della Luna. Secondo Esiodo figlia d'Iperione e di Teia, secondo altri del titano Pallante o Elio e Eurifessa.
Di notte attraversava il cielo su di un cocchio d'argento tirato da giovenche con le corna. E' celebre per i suoi amori: a Zeus generò Pandia; in Arcadia, il suo amante fu il dio Pan. Questi riuscì a sedurre Selene mascherando il proprio nero pelo caprino sotto un vello bianco. Selene, che non lo riconobbe, acconsentì a salirgli in groppa e lasciò ch'egli godesse di lei a suo piacimento. Ma il mito più conosciuto di Selene si riferisce a Endimione, un pastore giovane e di grande bellezza, che ispirò un violento amore alla dea che si unì a lui e gli generò cinquanta figlie.
Il suo culto apparve specialmente nell'Asia ellenizzata. Corrispondente alla greca Selene era la italica Luna, già oggetto di culto presso gli Etruschi e i Sabini; a Roma aveva templi sul Capitolino, il Palatino, l'Aventino; quest'ultimo dicevasi fondato da Servio Tullio. Più tardi questa divinità fu identificata con Artemide e con Ecate. L'iconografia di Selene la vede in figura di giovinetta, talvolta alata, tal altra a cavallo, per lo più sul cocchio. Quando, in tempi più tardi, Artemide venne collegata alla luna, gli scrittori mitologici tolsero a Selene ogni attenzione.