MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera S

Sinone, Sirene, Siringa.

SINONE: figlio d'Esimo, cugino germano e uno dei complici di Odisseo nell'inganno del cavallo che portò alla caduta di Troia.
I Greci erano ormai sconfitti e scoraggiati dalla resistenza dei Troiani. Fingendo di salpare per il ritorno in patria, si nascosero dietro l'isola di Tenedo, lasciando presso le mura di Troia l'enorme cavallo di legno pieno di soldati. Sinone, rimasto a terra, venne catturato e trascinato in ceppi da un paio di soldati troiani davanti al re Priamo. Interrogato, egli disse che Odisseo aveva tentato di ucciderlo perché conosceva il segreto della morte di Palamede. I Greci, continuò, erano stanchi di combattere e sarebbero salpati molti mesi prima se non ne fossero stati impediti dal persistente maltempo. Apollo li aveva consigliati di placare i venti con un sacrificio cruento. Odisseo aveva spinto Calcante ad eleggerlo come vittima. Tutti i presenti accolsero con acclamazioni il suo verdetto ed egli fu messo in ceppi; ma ecco che un vento favorevole cominciò a spirare, in gran fretta vennero spinti in mare i vascelli e nella confusione generale egli riuscì a fuggire.
Priamo, tratto in inganno dalle parole di Sinone, lo accolse come supplice e ordinò che gli fossero tolti i ceppi. Poi chiese cortesemente di sapere perché i Greci, prima d'imbarcarsi, avessero lasciato sulla riva un cavallo di legno così enorme. Sinone spiegò che i Greci si erano alienati il favore di Atena quando Odisseo e Diomede avevano rubato il Palladio dal suo tempio. Calcante allora consigliò Agamennone di lasciare il cavallo dinanzi a Troia come un dono propiziatorio per Atena e in segno d'espiazione per il sacrilegio commesso da Odisseo. Priamo chiese ancora perché l'avessero costruito così grande, e Sinone replicò: "Per impedire che voi lo trascinaste dentro le mura della città. Calcante ha predetto che se voi profanerete questo simulacro, Atena distruggerà Troia; ma se si ergerà sulla cittàdella, il potere di Troia si estenderà sulla Grecia e su tutta l'Asia". Tali pretese rivelazioni di Sinone fecero decidere i Troiani.
Ben presto, il presagio ch'essi ricavarono dalla morte di Laocoonte e di due suoi figlioletti gemelli confermò la loro decisione. Venne aperta una breccia nelle mura attraverso la quale il cavallo fu trainato nella città. Calata la notte, Sinone sgusciò fuori della città per accendere un falò e Agamennone rispose a tale segnale; l'intera flotta drizzò la prua verso la spiaggia. Antenore, avvicinatosi cautamente al cavallo, sussurrò che tutto andava bene e Odisseo ordinò a Epeo di fare scattare la porticina.
Dante ricorda Sinone in un episodio dell'Inferno, collocandolo tra i falsari (XXX, 98 e sgg.).
"l'altr' è il falso Sinòn greco da Troia:
per febbre aguta gittan tanto leppo".

SIRENE: divinità marine, metà donne e metà uccelli, figlie del dio fluviale Acheloo e della musa Melpomene, o Sterope, o Tersicore.
Secondo la leggenda più antica, le Sirene vivevano sull'isola Antenoessa, non distante dallo stretto di Scilla e Cariddi, e affascinavano con il loro canto i naviganti, inducendoli a precipitarsi nel mare. Si racconta che la nave Argo oltrepassò senza pericolo l'isola delle Sirene, dove i seducenti canti di quelle donne uccelli furono soffocati dai suoni ancor più seducenti della lira di Orfeo. Il solo Bute si gettò in mare per raggiungerle, ma Afrodite lo salvò, e guidatolo sul monte Erice, oltre il Lilibeo, fece di lui il suo amante. Alcuni dicono che le Sirene, che avevano già perduto le ali, si uccisero perché la loro magica musica si rivelò inferiore a quella di Orfeo. Omero narra lo stratagemma suggerito da Circe a Odisseo per sfuggire alla malìa del loro canto. Non appena la nave si avvicinò all'isola delle Sirene, Odisseo volle sentire la loro voce facendosi legare all'albero della nave, per evitare di distruggersi contro gli scogli, e tappò le orecchie dei suoi compagni con la cera. Non appena l'eroe le superò, le Sirene si piombarono in mare a capofitto. Secondo l'Odissea esse erano due, ma il loro numero salì, presso gli autori successivi, a tre: Pisinoe, Aglaope, Telsiepia; e a quattro: Telete, Redne, Molpe e Telsiope.
Esiodo e i poeti alessandrini, in particolare Apollonio Rodio, ne sistemarono e arricchirono la leggenda. Immaginarono che dalla cintura in giù avessero corpo di pesce e che a questa mostruosità fossero state condannate dalle Muse che, dopo averle sconfitte in una gara di canto, strapparono loro le ali e se ne fecero una corona. Secondo un'altra tradizione, le Sirene erano compagne di Persefone; quando la fanciulla venne rapita da Ade, esse non fecero nulla per aiutarla. Allora Demetra le trasformò in uccelli, e ordinò loro di cercare per tutta la terra la figlia rapita.
Nel golfo di Sorrento sorgeva un tempio, centro del loro culto, dove si venerava in special modo una di esse, Partenope, eponima della città di Napoli. Qui, annualmente, si svolgeva una corsa con fiaccole in loro onore. Nell'arte antica le Sirene appaiono più frequentemente in forma di uccelli che di pesci.

SIRINGA: ninfa dell'Arcadia che trascorreva il tempo a caccia con Artemide. Un giorno Pan s'innamorò di lei e la inseguì dal monte Liceo fino al fiume Ladone. Siringa, per poter preservare la sua verginità intatta, pregò le ninfe del fiume, che non poteva attraversare, d'aiutarla, e le ninfe la trasformarono in giunco. Pan allora, poiché non riusciva a distinguerla da tutti gli altri giunchi che crescevano lungo la riva, ne recise molti a caso e costruì il flauto e lo chiamò Sirynx per ricordare il suo amore.