MITOLOGIA GRECA E ROMANA


Mitologia, lettera T

Taranto, Tarassippo, Tarchezio, Tarpea.

TARANTO: eroe fondatore della città di Taranto, figlio di Poseidone e della ninfa Satira o Satiria, che passa per essere figlia di Minosse (da cui la tradizione delle origini cretesi di Taranto). Satiria aveva dato il proprio nome a un capo vicino alla città di Taranto, il capo Satirione.

TARASSIPPO: 1. "Colui che spaventa i cavalli", demone a cui venivano attribuiti gli incidenti durante le gare equestri. Il Tarassippo pare fosse un'arcaica statua regale che segnava la prima svolta in una corsa di cocchi. I cavalli che non conoscevano lo stadio ne venivano distratti nel momento in cui l'auriga cercava di tagliare la curva e di superare l'avversario all'interno; ma era anche il luogo dove veniva predisposto l'incidente mortale per l'antico re o per l'interrex, levando gli acciarini delle ruote. Esisteva un certo numero di leggende relative a questo demone. Si diceva che era l'anima in pena dell'eroe Ischeno, sacrificato per mettere fine a una carestia, al quale gli abitanti di Olimpia avevano dato, dopo la morte, il soprannome di Tarassippo, poiché vicino alla sua tomba i cavalli, durante le corse, s'impennavano. Si attribuiva ciò alla sua influenza occulta, oppure all'ombra di un alloro, che il caso aveva fatto crescere lì, e che, agitandosi, spaventava gli animali. Un altro Tarassippo è l'ombra di Mirtilo, l'auriga d'Enomao re di Pisa, che tradì il suo padrone al quale rimosse i chiodi di metallo dai mozzi delle ruote del cocchio sostituendoli con perni di cera. Così permise a Pelope di riportare la vittoria su Enomao che morì travolto dai suoi stessi cavalli. Secondo altri, Anfione diede a Pelope un talismano che egli seppellì presso il Tarassippo, di modo che la pariglia di Enomao s'impennò e sfasciò il cocchio. Ma tutti affermano concordi che Enomao, prima di morire, lanciò una maledizione contro Mirtilo, pregando gli dèi che lo facessero perire per mano di Pelope. Infatti, Mirtilo venne ucciso da Pelope, il quale lo fece precipitare in mare. L'anima di Mirtilo si aggira ancora nello stadio di Olimpia dove gli aurighi le offrono sacrifici con la speranza di evitare incidenti. La presenza di Tarassippo viene segnalata in varie località tra Tebe e Iolco e questo ci fa supporre che anche là si svolgessero gare mortali negli ippodromi.

TARASSIPPO: 2. L'ombra di Glauco, detta Tarassippo, ossia terrore dei cavalli, si aggira ancora sull'istmo di Corinto, dove suo padre Sisifo gli insegnò l'arte di guidare il cocchio, e si diverte a spaventare i cavalli durante i Giochi Istmici, provocando così parecchi morti. Il mito di Glauco è più complicato: non soltanto egli è travolto dal cocchio, ma viene anche divorato dalle cavalle.

TARCHEZIO: leggendario re di Alba, protagonista di un mito etrusco-italico. Un giorno apparve nella sua casa un misterioso demone del focolare domestico. Tarchezio chiese alla dea Teti il motivo di quella apparizione, e l'oracolo rispose che una giovane doveva unirsi al demone e che dalla loro unione sarebbe nato un bambino che avrebbe avuto una vita gloriosa. Il re andò a trovare una delle sue figlie e le ordinò di soddisfare le condizioni poste dalla dea. La giovane, per pudore, si fece sostituire da una serva. Quando lo seppe, Tarchezio, irritato, volle mettere a morte le due giovani, ma la dea Vesta gli apparve in sogno e lo dissuase dal progetto. Il re volle comunque punire le due colpevoli: le costrinse a realizzare al telaio un certo lavoro che, di notte, veniva disfatto da altre ancelle. Frattanto la serva, che si era unita al misterioso demone, diede alla luce due gemelli. Questi vennero esposti per ordine di Teti, ma, divenuti adulti, tolsero il trono a Tarchezio e lo uccisero.

TARPEA: figlia di Spurio Tarpeo, custode della rocca capitolina quando, all'inizio del regno di Romolo, i Sabini guidati da re Tito Tazio sferrarono l'attacco. Molte sono le versioni che riguardano il suo mito. Secondo alcuni, invaghitasi del capo dei Sabini assedianti, Tito Tazio, o vinta dal desiderio di avere le armille d'oro che ornavano il braccio dei Sabini, Tarpea avrebbe aperto la porta della cittadella ai nemici, che appena entrati invece del premio promesso la soffocarono sotto gli scudi che portavano al braccio e poi la precipitarono dalla rupe. Ma secondo una versione diversa fu per altri scopi che Tarpea chiese gli scudi; sperava cioè che i Sabini, una volta entrati nella cittadella e sprovvisti della principale protezione, sarebbero stati facilmente uccisi dai Romani, ma il suo messaggero per queste trattative la tradì e passò nelle schiere nemiche. I Sabini venuti al corrente delle sue intenzioni, la uccisero. Non è perciò chiaro se si trattasse di una eroina o di una traditrice. Il primo nome della rocca capitolina fu rupe Tarpea e i traditori venivano gettati dalla rupe Tarpea, dal nome della prima presunta traditrice.
Altri narravano che Spurio Tarpeo avrebbe voluto consegnare il Campidoglio ai Sabini, e sarebbe stato condannato a morte insieme con la figlia da Romolo, e precipitato dal saxum Tarpeium. Secondo altri racconti Tarpea sarebbe stata sabina, figlia di Tito Tazio e rapita da Romolo. Il suo tradimento avrebbe costituito così la vendetta contro il rapitore. Ma questo non spiega perché i Sabini l'avrebbero messa poi a morte. La leggenda, che Livio narra come fabula, si volle spiegare con la contaminazione dell'esistenza della rupe donde si precipitavano i traditori, e di un culto reso non lungi dalla rupe stessa e dalla porta Pandana per la quale si entrava nella città. Tarpea, eponima del monte Tarpeo, fu una divinità al pari di Acca Larenzia, di Rea Silvia, considerate più tardi come figure mortali, come gli eroi greci, sebbene si prestasse loro culto.